“Cosa ne pensa dell’ultimo libro di Judith Butler?”

(La foto di Judith Butler è di Javier Ignacio Acuña Ditzel, da WikiCommons)

Ho ricevuto una mail sul tema indicato dal titolo (che per correttezza non pubblico in quanto era privata) a cui ho risposto sul mio sito come segue:

Gentile Nome Cognome,

non ho ancora letto il libro che mi segnala e temo non lo leggerò, visto l’armadio pieno di libri da leggere che mi aspetta… soprattutto tenendo conto della prosa cementizia, confusionaria e sibillina della Butler, che scoraggia anche la persona meglio intenzionata di questo mondo… 😦

Tuttavia, visto che mi ha chiesto un parere, penso sia cortese darglielo, almeno sulle righe che mi ha scritto lei (quindi non sto commentando il libro, visto che non si commentano i libri senza averli letti: sto commentando la sua mail).



1) Io non sono, come lei scrive, “critico dell’idea della performatività del genere” in quanto tale. L’idea che ciò che noi chiamavamo “ruolo sessuale”, ed oggi è chiamato “genere”, sia socialmente costruito, non è né nuova né falsa (come tutte le cose dei postmodernisti, che sono sempre: o vecchie e vere, o nuove e false).
Già Erodoto sapeva che in Grecia tessere era appropriato solo alle donne, e in Egitto solo agli uomini. Non esiste il gene dell’abilità alla tessitura collocato sul cromosoma X o Y, esiste solo una costruzione sociale che associa un cromosoma alla tessitura.

Io sono semmai critico dell’idea che il genere sia solo performatività.
Se lo fosse, le persone transessuali non potrebbero esistere.
Le persone transessuali affermano infatti che per loro il genere non è affatto “performatività”, bensì l’espressione di una istintualità interiore, pre-culturale, pre-costruzione sociale (anzi: contro la costruzione sociale) che precede e contrasta il genere socialmente assegnato e che prevale su di esso.
Dunque, esiste nella razza umana una istintualità interiore che può essere addirittura prevalente rispetto alla performatività.
E se questa cosa è vera per le persone transessuali, allora è logico ipotizzare (a meno di voler affermare che le persone transessuali non sono umane come le altre, bensì una razza a sé, ma lascio l’incombenza di dimostrarlo a chi mi volesse confutare) che ciò avvenga anche per chi transessuale non è.
In altre parole, il genere è il risultato combinato, una interazione, di socializzazione e istinto interiore.
Da qui la mia impossibilità di sottoscrivere le fantasiose costruzioni ideologiche dei postmodernisti/foucaultiani/butleriani & c. per le quali la performance è tutto.



2) Quanto mi scrive lei della Butler concorda con un fastidio che avevo percepito negli anni passati nella Butler rispetto alla trasformazione della sua provocazione filosofica in un culto religioso, indiscutibile, autoreferenziale.

Le sue dichiarazioni in quanto “ebrea antisionista” lasciavano intuire il desiderio di un ritorno a una politica che non fosse solo “performance”, non solo “gesto esemplare” e fondamentalmente vuoto e inutile.
La Butler, lungi dall’essere l’iniziatrice d’una prassi di liberazione, come certamente lei aspirava ad essere, è finita per diventare il bastione fondante dell’acquiescenza al reale così com’è, che non si può cambiare, ma solo beffeggiare, dato che il sistema del “genere” ci attraversa tutti in modo ineluttabile. Come Martha Nussbaum la accusava di aver fatto, già molti anni fa.

Nell’evoluzione che la sua mail mi descrive, leggo uno sforzo di Butler per prendere le distanze da una prassi politica che ne usa le idee per esiti fondamentalmente conservatori, se non reazionari, sotto il sottile velo di un linguaggio di “giustizia sociale”. I giovani studenti che nelle università americane, dove una laurea costa 250.000 dollari, contestano la mensa per “cultural appropriation” per aver servito un Chicken Masala che non segue la “vera” ricetta indiana, sono persone totalmente indifferenti al fatto che decine di milioni di indiani non hanno accesso né al Chicken masala vero (che oltre tutto in India semplicemente non esiste!), né a quello falso.
Questo problema passa in secondo piano rispetto al “problema” (vissuto come urgente ed importante dagli studenti) della “Cultural appropriation“. La lotta si sposta, e questo grazie alla impostazione dei pensatori come la Butler e non nonostante loro, esclusivamente sul piano del simbolico, trascurando come irrilevante il mondo reale e concreto con i suoi problemi reali e concreti. Tipo, riempire lo stomaco. O abolire le discriminazioni giuridiche contro le donne.

Ora, qualsiasi battaglia politica condotta nel campo dell’iperuranio anziché su quelli degli stomaci è una battaglia reazionaria. Nessuna sinistra può partire dal concetto che “gli stomaci non contano nulla, ciò che conta sono le idee”: la sinistra è in effetti il settore che in ogni epoca dice: “Le idee contano solo se fanno in modo di risolvere il problema di riempire gli stomaci, il resto è commentario”.

800px-Judith-butler-frankfurt-2012(Judith Butler nel 2012. Foto di “Dontworry”, su WikiCommons.)



3) Se la Butler, come lei mi scrive, ha fatto passi nel senso di correggere queste distorsioni, ciò non può che avere la mia approvazione.

Deve però fare autocritica e riconoscere che se siamo arrivati alla “precarizzazione” e alla “vulnerabilità” ciò si deve anche a lei, ed al lavoro fatto per “decostruire” il meccanismo grazie al quale, attraverso la condivisione di una identità collettiva, era nato il movimento lesbico e gay.
Non ci serve il “comunitarismo“, ci serve il “collettivismo”, ossia la scoperta di essere individui all’interno di collettività e che parti importanti di ciò che siamo, inclusi i problemi che viviamo, non nascono da scelte individuali bensì politiche e collettive.
Noi non stiamo male come gay perché soffriamo individualmente di una malattia mentale, bensì perché la società è antigay, ed un omofobo è tale non perché soffre individualmente di una fobia psichiatrica, ma perché condivide una idea, una ideologia, una visione politica, insomma, perché fa parte di un progetto politico che va al di là e al di fuori di lui.
Butler è stata la pithonissa dell’abbandono del sociale allo scopo di rifugiarsi in uno sterile individualismo in cui ciascuno “è unico e prezioso come un fiocco di neve“, anche se riconosco che è stata solo trascinata ed eletta “madre fondatrice” da una marea che stava già da prima cercando simboli e nomi da far propri (e se non avesse trovato lei, ne avrebbe usati altri).

Grazie a lei, e ad altri come lei, ha trionfato anche a sinistra l’anarcocapitalismo, la visione del mondo di Reagan, Thatcher, Bush e Berlusconi: Butler e quelli come lei, a iniziare da Foucault, hanno tradotto in un linguaggio, in un “discorso“, di sinistra quelle idee. Ma alla fine, una volta cresciuta, quella che loro insistono a chiamare gallina ha deposto uova da avvoltoio, quindi ormai possiamo dire, prove alla mano, che quella una “gallina” non è stata mai.

Sono insomma disponibile a riconoscere che anche nel caso della Butler vale il principio che dice: “Non sono i grandi Uomini a fare la storia, ma la storia a fare i grandi Uomini“; ossia, che questa ondata di marea non è stata creata dalla Butler, che non essendo Dio non ha certo il potere di alzare il mare a suo comando, ma è stata solo da lei sfruttata per farsi un nome e una carriera.
Ed ha fatto bene: Butler non ha mica mai obbligato nessuno con la pistola puntata alla testa a comprare i suoi libri, o ad ascoltare le sue conferenze.

Ora però la marea sta andando spedita verso le scogliere, e la Butler, a quanto pare, sta cercando un modo per dire che forse è meglio smettere di cavalcarla… prima che la colpa dello sfracello venga data a lei.
La trovo una decisione saggia, che dimostra che Butler non è mai stata una stupida, ma solo una professoressa molto furba, che ha saputo azzeccare il ruolo giusto per fare carriera.

Questo è quanto penso di lei .

Distinti saluti.
Giovanni Dall’Orto.

9 pensieri su ““Cosa ne pensa dell’ultimo libro di Judith Butler?”

  1. Caro Giovanni, concordo pienamente con le tue conclusioni: Butler è un’intelligente barona universitaria, e anche molto furbacchiona. Nel suo ultimo libro, che io ho letto -un profluvio di ripetizioni in prosa ipnotica, continua a dire e a ridire la stessa cosa, in loop, sarebbero bastate 10 pagine- la butta lì: sulla performatività di genere credo di essere stata malintesa. A futura memoria, visto che il mercato ha preso questa sua fascinosa intuizione e ne ha fatto un business colossale. Una frasetta sola, in mezzo a un milione di parole, ma comunque è lì da leggere. Per chi la vuole leggere.

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