GPA, DNA, paternità, ed altre amenità.

Mi ha scritto una mia amica chiedendo di chiarire una frase che avevo scritto in questo articolo che, mi ha detto, stava causando molte perplessità in un gruppo di discussione a cui partecipa:

E’ curioso osservare come persone che hanno visioni del femminismo per molti versi opposte abbiano poi la medesima idea disneyana del concepimento umano. Evidentemente credono davvero che nell’antica Grecia fosse il vento a ingravidare le cavalle del dio Sole…
Gli uomini, guardate un po’ voi, “pensano” che un embrione nasca per metà da loro, e che il loro contributo non sia l’impollinazione,  ma addirittura la vera e propria  produzione del polline!

In particolare, le era obiettato, il fatto che un concepito potesse essere “anche” del padre negava la possibilità dell’autodeterminazione femminile nel caso dell’aborto, e apriva la strada alla GPA.

A lei ho risposto:


Cara XXX,

Ho scritto un articolo contro la GPA per “Pride” del prossimo mese, che poi finirà online a ottobre, quindi nel pezzo che state discutendo ora non ho trattato il tema della GPA per evitare di ripetermi.
Tuttavia nell’articolo contro la GPA affermo che uno dei motivi per rifiutarla è che essa confligge con diritti acquisiti, quale il diritto della gestante ad essere la sola a decidere relativamente a un aborto. Su questo quindi concordiamo.
Ciò premesso, se proprio dobbiamo discutere di massimi sistemi e di princìpi, ognuna/o di noi ha il diritto ad avere le opinioni che preferisce, ma ha il dovere di avere una posizione coerente. Non sono ammissibili princìpi che si applicano quando fanno comodo a me, e si disapplicano quando non mi fanno più comodo. (Questo è il modo di ragionare postmoderno, ossia neocons, secondo il quale “might makes right“. La giustizia sta nella forza: ciò che il più forte impone di volta in volta, diventa di volta in volta giustizia. Decisamente, non il mio punto di vista).
Ad esempio, il rifiuto della realtà biologica umana non può essere una fallacia se lo si applica per affermare che “alcune donne hanno un pene”, ed una favolosità femminista se lo si applica per dire che i maschi si limitano a “credere” di avere un ruolo nella procreazione umana. Scegli pure fra i due il principio che preferisci, dopodiché però la coerenza ti impone o di accettare entrambe le formulazioni, o rifiutarle entrambe. Io ho scelto la seconda strada.

Stabilito che a me l’idea di procreare marmocchi appare un incubo e non un sogno, analizzando da un punto di vista strettamente logico quanto hai scritto non posso non rilevare che esso contiene contraddizioni, che devono essere necessariamente risolte.
Questo perché il cambiamento tecnologico ha sconvolto il quadro di riferimento della filiazione, cosa che ci obbliga, tutte e tutti, a riconsiderare ciò che fino ad oggi abbiamo ritenuto certo.
Tu mi scrivi: “il bambino è per metà del padre? Allora <il padre> deve poter decidere sull’aborto.”
Che il bambino “sia” per metà “del padre” è cosa che non ho deciso io alzandomi alla mattina. E’ un principio fondamentale di tutti i Diritti fondati sul Codice Napoleonico, che hanno stabilito che il padre di un bambino è sempre il marito della donna (nel caso italiano, è l’art. 231 del nostro codice civile).
Di fatto il Codice Napoleonico ha reso praticamente impossibile il disconoscimento di paternità. Per riuscire a farlo dovevi trovarti nel caso estremo del marinaio che tornava a casa dopo undici mesi in mare, e trovava ad aspettarlo un “figlio”.
Sia chiaro che Napoleone (o meglio, Cambacérès) non era un “femminista”. Voleva solo evitare che gli orfanotrofi si riempissero di “bastardini”, scaricativi perché fossero mantenuti a carico dello stato. Il divorzio per adulterio era consentito, ma il principio era che se un toro decideva di tenersi in casa la vacca doveva tenersi anche i vitelli e mantenerli, gli piacesse o no.
Si noti che lo stesso Codice consente alla madre di non riconoscere il bambino per una finestra di tempo molto limitata (non so se 24 o 48 ore, dopodiché farlo diventa il reato di abbandono di minore),  nel qual caso all’anagrafe esso è registrato come “figlio di madre che non vuol essere nominata”, oppure “madre ignota” — che abbreviato in “figlio di m. ignota” ha dato vita a “figlio di mignotta“: giusto per dire che razza di prospettiva avessero i nostri avi sulla filiazione!

Avanzamento veloce, ed arriviamo ad oggi, quando il riconoscimento di paternità è diventato un diritto del bambino e della madre, a maggior ragione dal 2013, anno in cui in Italia filiazione naturale e legale sono state pienamente equiparate ai fini della legge.
Per farla breve: la paternità per un marito è sempre presunta e imposta per il solo fatto del parto della moglie, in casi estremi anche di fronte ad acclarata inesistenza di un legame genetico fra padre e figlio.
Domanda: davvero tu e Arcilesbica chiedete che ogni padre possa pretendere l’esame del DNA per accertarsi che quello che è nato sia davvero figlio suo, e se caso rifiutarlo?
Se è questo che chiedete, ditelo chiaramente, però non credo che le donne eterosessuali apprezzerebbero molto questa richiesta, dato che consentirebbe a molti maschi di rifiutare il mantenimento del figlio (non ricordo i dati esatti, ma leggevo che un 10% dei nati non è figlio biologico del marito/compagno/partner della madre).
Stiamo davvero discutendo di come fare a privare i figli dei genitori?
Nel mio articolo contro la GPA sosterrò che lungi dall’essere, come viene spesso presentata, un modo per dare figli a genitori che non possono averne, essa serve in realtà per spogliare dei diritti di genitorialità i genitori che possono averne. E mi duole dirti che nel dibattito su Facebook scatenato dalle prese di posizione di Arcilesbica, i post che dicevano: “Una coppia di donne deve avere tutto il diritto di rifiutare di avere un padre fra i piedi!” erano numerosi…
Riassumendo: la GPA è inaccettabile perché fondamentalmente serve per escludere qualcuno dalla genitorialità.
Nel caso delle donne, il padre. Nel caso degli uomini, la madre.

Stabilito che le funzioni biologiche di donne ed uomini nella procreazione sono estremamente diverse e distinte (sarà magari per questo che le “donne con il pene” non sono mai riuscite a dare inizio a una gestazione? Mah, a me pare di sì!), ciò non toglie che i doveri e i diritti nei confronti del nato non possano essere che identici, a meno che s’intenda sostenere che per legge maschi e femmine vanno trattati in modo diverso. Si può fare, ma se pensiamo a quale sia fra le due la parte più debole, se io fossi una donna ci penserei trentatré volte prima di rivendicarlo…
IMG_9049 - Catania Pride 2017 - Foto Giovanni Dall'Orto, 24 giugno 2017.jpg
“Famiglie arcobaleno” al Catania Pride 2017. Foto Giovanni Dall’Orto, Wikipink.

Quanto ho appena detto implicherà allora che, come vi state chiedendo: “il bambino è per metà del padre? Allora deve poter decidere sull’aborto!”?
Punto primo, il bambino non “è” di nessuno. E’ di stessa/o, come tu stessa chiarisci. Quindi, non è neppure della madre, tanto per chiarire.
Punto secondo, nessuna legge autorizza ad abortire un bambino. Per quanto in modo tanto arbitrario da far rizzare i capelli in testa, è stato convenuto che prima del terzo mese l’embrione non è ancora sufficientemente sviluppato da poter essere considerato un bambino, ossia un essere umano, se non in potentia. Ma una volta che lo sviluppo ne abbia fatto un essere umano in essentia, né il padre, né la madre possono “decidere” di abortirlo. Al massimo sarà il medico a doverlo sacrificare, in rare situazioni mediche d’immediato pericolo di vita della madre, cosa che potrebbe avvenire addirittura contro la decisione della madre, che in quei frangenti potrebbe anche essere in coma.
Dunque, la tua domanda è mal posta, ma pone forse un problema reale: con il cambiamento dei rapporti sociali, del Diritto di famiglia, delle leggi sulla filiazione, nonché con l’arrivo delle tecniche di riproduzione assistita, il quadro in cui la razza umana e i giuristi hanno familiarizzato per millenni viene a poco a poco eroso.
Siamo entrati in un campo minato percorso da crepacci: se ti muovi a sinistra salti in aria, a destra precipiti, indietro non si vuole tornare, avanti non si sa cosa ci sia… E noi del movimento lgbteccetera ne parliamo con la giuliva incoscienza dei post di Facebook, reclamando “il diritto a fare figli senza avere maschi fra i piedi“. Prego, la partenogenesi è una proposta aperta a tutte, fatevi avanti numerose. Ricchi premi e cotillon a chi ci riesce.
Ma se non ci riuscite, proviamo allora magari a ragionare partendo dalla realtà anziché dall’ideologia?

Io ho trovato profondamente offensiva la tua mail in cui mi paragonavi i gameti maschili a una parte morta del corpo umano, come capelli ed unghie, che è lecito vendere e comprare senza nessuna remora morale.
La tua mentalità mi è apparsa uguale e simmetrica a quella di generazioni e generazioni di filosofi patriarcali, che hanno visto la donna solo come terreno passivo e privo di vita, in cui il solo seme vivente, quello maschile, dava inizio al nuovo essere umano. (Mentalità che vive fra noi nella pratica della GPA: per il maschio, la donna è solo il suolo da zappare per piantarci il “suo” albero, per poi coglierne i frutti).
Ti invito a riflettere su quanto, negando che il concepimento umano sia questione che pone in ballo i diritti di due individui, tu non stia di fatto portando acqua al mulino dei sostenitori della GPA. Se i padri sono genitori liquidabili semplicemente con un congruo pourboire, allora anche le madri lo sono.
Ma la madre pena per nove mesi, il padre no“, mi obbietti?
Nessun problema: in una realtà in cui la vendita di gameti sia legale, la madre avrà palesemente diritto ad un pourboire molto, molto più consistente: qui è solo questione di quantità di soldi, non di principio.
In altre parole, se i gameti si possono vendere, allora è lecito compravendere anche quelli femminili (più rari, ovvio, quindi giustamente più costosi, ma il dibattito sarà  solo su quale sia il prezzo congruo, e non su altro). Ma se non si possono vendere, allora il sogno di fare figli senza padri, comprando lo sperma, non è ammissibile. Scegli tu.
Lo ripeto, ci muoviamo in un campo minato. Come appoggiamo un piede, saltiamo in aria. Il mio invito è quindi a riflettere. Probabilmente è inevitabile che nel dibattito qualcuna delle certezze del femminismo possa essere scossa. Ma certamente può esserlo in cambio di qualcos’altro. Perché è il senso stesso di “famiglia” che cambia, ed è assurdo che solo noi omosessuali diamo per scontato che ne esista un tipo soltanto: quella dei nostri nonni.

Ripeto che a me procreare non interessa: per me la questione, se vuoi, è solo filosofica e politica. Ma proprio per questo sottolineo che non è ammissibile la contraddizione dei princìpi. Non si può rivendicare maggiore responsabilità nella paternità, obbligando i signori padri a farsi maggiormente carico dei figli, e al tempo stesso rivendicare il diritto a cancellare dalla scena i signori padri…
Qui come minimo individuo un conflitto d’interessi fra coppie eterosessuali, coppie lesbiche, e coppie gay. Senza una riflessione più ampia, capace di andare al di là del finto problema di “a chi appartiene il bambino?” (a nessuno, ovviamente!), non ne possiamo uscire. Quindi esecro la pigrizia con cui la realtà lgbt ha preso la coppia eterosessuale “del Mulino bianco” come unico modello possibile e pensabile.
Nel pezzo sulla GPA che metterò online ad ottobre sosterrò:
Come militante gay da una vita, c’è poi un aspetto della GPA che mi colpisce negativamente: il suo familismo tradizionalista, spacciato come ultima frontiera della rivoluzione, laddove invece fa capo a visioni ultraconservatrici del concetto di “famiglia”. La famiglia dei sostenitori della GPA è infatti quella del Mulino Bianco, con papà-mammà e figlià, ma con un papà al posto di mammà o una mammà al posto di papà.
Quando ero giovane, ai bisogni di genitorialità di alcuni di noi s’era iniziato a rispondere in modo vari e talora bizzarri. Conoscevo coppie gay che avevano procreato con coppie lesbiche, o amiche eterosessuali che avevano chiesto all’amico gay d’essere padre della loro figlia, o… Poi arrivò l’Aids, e fare un figlio con un gay divenne la cosa in assoluto più idiota che una donna potesse fare, e l’esperimento finì. Oggi però la crisi è finita, esistono esami tali da fugare ogni rischio… l’esperimento riparte… ed ecco che il modello di genitorialità che le coppie lesbiche e gay inseguono è quella del Mulino Bianco. Dove mi sono perso una puntata?
Qui nessuno è più capace non dico di proporre, ma anche solo d’immaginare tipi di famiglia diversi e nuovi. Parlo di famiglie pluriparentali, con due mamme e due papà per esempio, o con altre combinazioni.
Non è una proposta: non sono personalmente interessato alla cosa, quindi non m’interessa ipotizzarla io. È però una domanda, ossia: come mai nelle parole dei paladini della modernità e del nuovo, che accusano d’oscurantismo chiunque metta in dubbio l’idea che la GPA sia davvero il traguardo del progresso umano, il tema di nuove possibili forme di famiglia è sempre assente?
E con questo, spero di aver risposto a sufficienza ai tuoi dubbi. Il resto del dibattito a dopo l’uscita del pezzo sulla GPA.
Grazie, e buon lavoro.
Giovanni Dall’Orto. 20/10/2017.
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Un pensiero su “GPA, DNA, paternità, ed altre amenità.

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