Contro la Gestazione Per Altri (GPA)

Pubblicato in origine, in versione ridotta, su “Pride”, ottobre 2017. [Sul tema ero già intervenuto sul mio sito]. Nella mappa (da “WikiCommons”), in blu i Paesi in cui anche la GPA a scopo di lucro è permessa, in rosso quelli in cui è proibita, in azzurro quelli in cui è ammessa solo quella “altruistica”. Il Brasile (viola) la ammette solo fra parenti.


Intervengo sulla GPA (“Gestazione per altri”) nonostante la reputi uno dei tanti falsi problemi in cui i nostri avversari sono riusciti a incastrare il movimento lgbtquaiepqrstuvz per distrarlo da questioni più immediate (ad esempio, la proibizione dell’inseminazione assistita alle sole coppie lesbiche italiane, che colpisce un milione e mezzo di donne, e quindi logica vorrebbe che fosse un tema molto più urgente e pressante).

La GPA infatti riguarda in massima parte le coppie eterosessuali (le stime che leggo variano dal 70 al 95%) e, solo in piccola misura quelle omosessuali (le stime più generose parlano di “alcune decine” in tutta Italia), dato che è talmente costosa (anche 100/150.000 euro: un bilocale a Milano) da essere proponibile solo ai ricchi.

Ma è tipico della politica della sinistra odierna far sì che solo i problemi dei ricchi diventino quelli di tutti, laddove non preoccupa nessuno il fatto che le giovani coppie gay e lesbiche, se anche la GPA fosse liberalizzata domattina, non avrebbero poi un appartamento in cui alloggiare la prole, né un reddito per nutrirla. Quisquilie…

Ciò premesso, non intendo sottrarmi al dibattito, in quanto l’argomento pone problemi etici e filosofici di enorme importanza (cosa costituisce un “diritto”? Quando due “diritti” confliggono, quale prevale?) che non possono essere lasciati senza risposta.

Ovviamente deve essere chiaro che il dibattito non può ignorare i bambini e le famiglie già esistenti grazie a questa procedura, che non è lecito né disprezzare, né trattare come inesistenti. Qualunque siano le conclusioni a cui si giungerà non si può pretendere, come ha fatto qualcuno, che le famiglie già create per questa via non siano tali, o che quelli siano “bambini comprati”. Il dubbio etico è nuovo perché nuova è la tecnologia, quindi tutti siamo costrette/i a camminare su un terreno inesplorato, e nessuno/a può essere messo alla berlina per scelte compiute in assenza d’un quadro di riferimento socialmente condiviso e valido.

Nel cercare di farmi un’idea sul tema ho chiesto a chi di Legge ne capisce più di me, quale sarebbe il diritto civile che verrebbe leso qualora la GPA non fosse legalizzata. La risposta unanime che ne ho avuto è: “In effetti, nessuno”.

Nessuna dichiarazione di diritti stabilisce che procreare è un diritto (semmai, per i reazionari è un dovere!). Non solo perché un 10% della razza umana non è fertile, ma soprattutto perché i bambini non sono diritti, i bambini hanno diritti. (Esattamente come ne hanno i genitori, dopo la nascita). Sono soggetti, non oggetti, di diritti (ecco perché possono essere sottratti ai genitori che ne abusano, o perché non possono essere oggetti di contratti di “libera” cessione).

Questo è un principio che nel movimento lgbt-ecc. dovrebbe essere già ampiamente noto, in quanto è in base ad esso che i giudici hanno introdotto la stepchild adoption in Italia: infatti veder riconosciuto il legame con entrambe le figure genitoriali è nell’interesse del bambino. Non dell’adulto, non del secondo genitore: del bambino. Ed è questo diritto del bambino a prevalere su tutto il resto.

Insomma, purtroppo (per chi li desidera e non riesce ad averne) i bambini non sono un “diritto”, né la GPA è un rimedio a tale “ingiustizia”.
Specie poi se risolve il problema solo per coloro che possono permettersi di rinunciare a un appartamento: questo, in un Paese in cui precariato e disoccupazione, soprattutto nell’età fertile, hanno causato un crollo verticale della natalità, suona a dir poco beffardo. Se davvero ci preoccupassimo del “diritto ad avere figli”, forse non sarebbe esattamente la GPA il punto da cui partire, bensì la politica dei redditi: che ne dite?

natalità e occupazione
Natalità e occupazione in Italia, 2002-2016. Fonte: Reddit su dati Istat.

Eppure la GPA viene propagandata come un diritto, una libertà per la madre che decidesse di prestarsi a questo “dono”. Ma qui siamo nella mistificazione pura e semplice.

Primo, nessuna donna sforna figli “per il gusto di farlo”. L’idea che far figli sia una passeggiata di piacere è una tipica fantasia maschile, anzi, maschilista: di parto si può morire. Ma i maschi sostenitori della GPA non se lo “ricordano”, mai.

Secondo, tutti sappiamo che ciò che spinge al “dono” è il compenso economico (se è proibito, sottobanco) come dimostra il fatto che nessuno si stupisce mai del fatto che solo le donne povere siano “generose” e che i “doni” vengano fatti solo alle famiglie ricche. Certo, per motivi di pubbliche relazioni, dopo gli scandali passati non si ricorre più a realtà “sputtanate” come il Bangladesh, dove la donna veniva picchiata dal marito fino a che “acconsentiva liberamente”, dopodiché il denaro veniva intascato da lui.

Ciononostante le donne che acconsentono, in cambio d’un “rimborso delle spese”, vengono, stranamente, da realtà geografiche o sociali in cui il “rimborso” costituisce uno stipendio. Se in Ucraina una donna può sperare di guadagnare trecento dollari al mese, già una semplice “mancetta” di cinquemila dollari, che non motiverebbe nessuna donna italiana, è un incentivo allettante.

Fingere di non sapere come funziona il mondo, fingere che l’ingiustizia sociale non conti, costituisce non solo ipocrisia, ma addirittura complicità in questo stato di cose. Invece di chiederci come mai esistono donne che stranamente accettano di partorire figli da “donare”, noi cerchiamo di approfittare di tale stranezza.

Terzo, vendere il proprio corpo non è un “diritto” e nessuno di noi possiede la “libertà” di farlo. La legge italiana lo vieta e dichiara nulli eventuali contratti in proposito, ivi compreso un contratto di schiavitù volontaria. In parole povere già ora nessuno “ha il diritto” di vendere un rene, o anche solo il sangue, o di vendersi come schiavo.

Certo, è legittimo donare un rene al parente che altrimenti morrebbe di nefrite, ma tale dono è strettamente regolato. E se questi fossero i termini della questione, non ci sarebbe dibattito sulla GPA. Tutti gli oppositori (me incluso) ammettono infatti come privo di controindicazioni il caso della giovane inglese a cui era stato tolto l’utero per un tumore, e la cui madre portò avanti la GPA con l’ovulo della figlia e lo spermatozoo del genero. Qui il “dono” è palese, e logico. Ma nei casi di sconosciuti?

Se davvero si trattasse solo di “proporre una regolamentazione, non certo il proibizionismo”, come ripetono i sostenitori della GPA, un accordo l’avremmo già trovato da mo’, così come s’è trovato quello sulla donazione di reni. Il punto è che la regolamentazione su cui è difficile accordarsi non riguarda i diritti della neonata o la libertà della madre di “fare quel che ha liberamente deciso di fare”, che sono già tutelati dalle leggi esistenti, bensì i soldi del committente. E siccome coloro che ricorrono a questa pratica sono i primi a non volere toccare questo tasto, si finisce sempre a parlarsi fra sordi.
Nessuna legge infatti impedisce oggi a un uomo di ingravidare una donna consenziente, riconoscendo poi il bambino come proprio a differenza della madre, per portarsi via il bambino. Nessuna legge impedisce a una donna di concepire un bambino con uno sconosciuto e tenersi il figlio solo per sé. Ciò che impedisce il ricorso generalizzato a queste pratiche è solo il “pericolo” che la madre “decida liberamente” di tenersi il bambino, chiedendo al padre di fare la sua parte per il mantenimento, oppure che il padre riappaia e chieda di riconoscere il figlio come (anche) suo – cosa che in effetti è.
Il problema è l’esistenza di leggi – ottenute dopo secoli di scontri e di evoluzione della concezione sociale della famiglia e della procreazione – che tutelano i genitori più deboli (che nel 90% dei casi sono le donne), e tutelano il bambino in quanto soggetto e non oggetto di diritti (ossia, il suo diritto ad essere nutrito ed accudito).

In altre parole, una delle motivazioni della GPA è il desiderio di escludere dalla genitorialità almeno uno, se non entrambi, i genitori. La cosa non è affatto mostruosa, sia chiaro: la dichiarazione d’adottabilità di un minore sancisce esattamente questo tipo di esclusione, ed è legale, ed è anzi giudicata morale e socialmente opportuna (in quel caso).
Tuttavia a fronte della retorica del povero genitore che grazie alla GPA può vedersi infine riconosciuto un diritto da cui era escluso, va ricordato che la GPA è nata in primo luogo per escludere intenzionalmente altre due persone dalla loro genitorialità.

Per carità, non si tratta d’una novità: la società umana conosce da sempre l’esclusione legale dei diritti “biologici”: nella Bibbia (Genesi 16) Sarah (che è sterile) fa fare un figlio ad Abramo con la propria schiava Agar, e il figlio (Ismaele) è “suo”, visto che possedendo la schiava possiede tutto ciò che essa produce, bambini inclusi.
Viceversa, sempre nella Bibbia, la legge del levirato imponeva di sposare la vedova del proprio fratello, il cui primo figlio maschio sarebbe stato figlio del defunto, e ne avrebbe ereditato le proprietà. Il peccato di Onan non fu in effetti la masturbazione, bensì il rifiuto di “donare liberamente” un proprio figlio al fratello morto.

Come si vede, non c’è nulla né di nuovo né di particolarmente progressista in queste forme di cessioni della genitorialità. Approvarle non implica quindi essere progressisti, né condannarle implica, come hanno ridicolmente sentenziato le romanelle (che credono di possedere, oltre alle chiavi di San Pietro, anche quelle d’ingresso e uscita del movimento lgbt) “Collocarsi fuori dal movimento lgbt diventando, di diritto, parte integrante (e integralista) di un family day qualunque”.


Una visione conservatrice della famiglia

Come militante gay da una vita, c’è poi un aspetto della GPA che mi colpisce negativamente: il suo familismo tradizionalista, spacciato come ultima frontiera della rivoluzione, laddove invece fa capo a visioni ultraconservatrici del concetto di “famiglia”. La famiglia dei sostenitori della GPA è infatti quella del Mulino Bianco, con papà-mammà e figlià, ma con un papà al posto di mammà o una mammà al posto di papà.
Quando ero giovane, ai bisogni di genitorialità di alcuni di noi s’era iniziato a rispondere in modi vari e talora bizzarri. Conoscevo coppie gay che avevano procreato con coppie lesbiche, o amiche eterosessuali che avevano chiesto all’amico gay d’essere padre della loro figlia, o… Poi arrivò l’Aids, e fare un figlio con un gay divenne la cosa in assoluto più idiota che una donna potesse fare, e l’esperimento finì. Oggi però la crisi è finita, esistono esami tali da fugare ogni rischio… l’esperimento riparte… ed ecco che il modello di genitorialità che le coppie lesbiche e gay inseguono è quella del Mulino Bianco. Dove mi sono perso una puntata?
Qui nessuno è più capace non dico di proporre, ma anche solo d’immaginare tipi di famiglia diversi e nuovi. Parlo di famiglie pluriparentali, con due mamme e due papà per esempio, o con altre combinazioni.
Non è una proposta: non sono personalmente interessato alla cosa quindi non m’interessa ipotizzarla io. È però una domanda, ossia: come mai nelle parole dei paladini della modernità e del nuovo, che accusano d’oscurantismo chiunque metta in dubbio l’idea che la GPA sia davvero il traguardo del progresso umano, il tema di nuove possibili forme di famiglia è sempre assente?

Non basta. Le mie povere orecchie rivoluzionarie sono state costrette ad ascoltare difese del concetto arcaico e reazionario del “legame di sangue”, per sostenere che se una donna porta in grembo una bimba non concepita con un suo ovulo, costei non è sua figlia, perché l’ovulo non è suo (“non è sangue del suo sangue”, avrebbero detto i preti cent’anni fa).
Quest’idea secondo cui i legami biologici prevalgono su quelli sociali creò un sacco di danni quando fu discussa la legge sull’adozione (n. 184 del 1983) che, secondo i suoi oppositori reazionari, consentiva di spezzare quel “legame di sangue” che invece si pretendeva fosse “indissolubile”.
Genitore è la persona che noi possiamo considerare tale”, ribatterono all’epoca i progressisti, “e non quella che ha il fantomatico legame di sangue, che può essere tradito”. Fu una battaglia fra reazionari e progressisti, che oggi si ripropone, ma a parti inverse: il legame che conta sarebbe ormai quello di sangue, dicono i “progressisti”, mentre il legame umano (e assolutamente nessuno nega che nella gravidanza madre e figlia creino un legame emotivo) non conta nulla.
Cosa giustifica questo ribaltamento di fronti? Davvero resuscitare il “legame di sangue” sotto il nuovo nome di “genitorialità biologica” è un atto progressista? Ovviamente io dico che come minimo questa capriola è sospetta, come massimo, è solo il ritorno del vecchio sotto la maschera del nuovo.
Daccapo, l’esperienza della stepchild adoption e delle Famiglie Arcobaleno ci insegna che genitore è colei o colui che la bambina vive come tale, non chi ha fisicamente messo l’ovulo o lo spermatozoo. Davvero un contratto che affermi il contrario rottama questo importante principio?


Contraddizioni giuridiche.

Non entrerò infine nel ginepraio delle contraddizioni legali che crea la GPA. Per citarne una soltanto, la legge sull’aborto garantisce che soltanto la donna possa decidere per tre mesi se tenere l’embrione o no. Quindi, obbligare una donna ad abortire costituisce un reato.
Eppure con la GPA sono già arrivati in tribunale casi di donne da cui i committenti avevano preteso l’aborto degli embrioni in eccesso rispetto al numero commissionato, e viceversa casi di donne che avevano cambiato idea e deciso di abortire. Secondo i sostenitori della GPA l’esistenza d’un contratto toglie alla puerpera i diritti garantiti per legge!

Per non parlare delle disparità legali che la GPA crea fra i padri.
Perché infatti il committente avrebbe diritto a un risarcimento in caso d’aborto, mentre il padre biologico non lo ha se la sua compagna decide d’abortire contro il suo parere?
E perché una gravidanza per terzi dovrebbe essere uno sforzo lavorativo “rimborsabile”, mentre quella per il compagno no? (Incidentalmente, io sarei favorevole a che lo fosse: oggi si chiama “indennità di maternità”, ma è un privilegio, non un diritto di tutte le puerpere).
In breve: siamo certi di sapere cosa uscirebbe dal vaso di Pandora della GPA, se lo aprissimo?


Una lettura raccomandata.

Non mi addentro ulteriormente nella questione dato che sul tema ha appena scritto un libro Daniela Danna, “Fare un figlio per gli altri è giusto” (falso!), Laterza, Bari 2017, € 12. È un riassunto molto leggibile e chiaro delle tesi d’un testo ben più ponderoso in lingua inglese (Contract children: questioning surrogacy), che radunava un’ampia casistica di episodi nei quali la GPA aveva già dimostrato aspetti incompatibili con l’aspetto benevolo con cui ci viene presentata.

Ne raccomando la lettura, visto che sul tema c’è da dire molto più di quanto ci stia in due paginette di una rivista.

Danna

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22 pensieri su “Contro la Gestazione Per Altri (GPA)

  1. Invece di consigliare testi di parte, che tra l’altro riciclano lavori altrui, magari si può consigliare qualcosa di originale -e non frutto di una ricerca eterodiretta- e lasciare a chi legge l’opportunità di farsi la propria opinione.
    “Mio, tuo, suo, loro. Donne che partoriscono per altri” – Serena Marchi – Fandango Libri

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    1. Ovviamente, richiedendo un dibattito, ben volentieri accetto questa segnalazione di un libro anch’esso di parte ed eterodiretto, solo, in senso opposto. Non c’è nulla di male nell’esserlo: la politica è fatta tramite “parti”, dette “partiti”, e dobbiamo la libertà ai “Partigiani”.
      La preoccupazione sorge però quando una delle parti non percepisce più se stessa come tale, come in questo mesaggio, dove solo la contro-parte è “di parte”.
      Questa situazione di monopolio di pensiero è esattamente la ragione per cui ho scritto questo intervento per chiedere un dibattito. Che fin qui non c’è stato, salvo che nel mondo della militanza lesbica.

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  2. Caro Giovanni, quello che scrive e scrive la Danna mi sembrano prese di posizioni ideologiche che inseguono un concetto astratto di giustizia sociale. Si vuole assumere la propria morale a morale universale, imponendola sui corpi e le vite altrui. Dire che è i bambini nati con la GPA siano bambini comprati vuol dire pensare che i neonati siano una proprietà della madre (surrogata o meno) e che questa ne possa disporre vendendoli è una aberrazione che appartiene a chi la fa. I bambini non appartengono a nessuno, come noi non apparteniamo ai nostri genitori. Quello a cui una surrogata rinuncia è la relazione materna con il partorito a favore di altri genitori che possono (o anche no) aver contribuito al concepimento del bambino che altrimenti – se non ci fosse stato questo desiderio (non un diritto, ma un legittimo e vitale desiderio di diventare genitori e non a tutti i costi come piace pensare ai detrattori) non sarebbe mai nato. Chi usa parole offensive contro la GPA ottiene solo il risultato di contribuire a far star male i figli di questa pratica che crescendo leggeranno quello che scrivete di loro. Non fermerete con la fantasia di una polizia globale che censura e perseguita chi vuole diventare genitore dal Polo all’equatore.

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    1. Non ho mai condiviso la posizione della Danna rispetto ai “bambini comprati”, trovo che Daniela a volte dimostri una mancanza di empatia umana che danneggia la stessa battaglia che sta portando avanti con ottime ragioni ed argomenti, e se leggi il mio pezzo vedrai che ciò viene detto in maniera esplicita. Quindi perché fai carico a me di una posizione che non è la mia, scusa?
      Ciò premesso, c’è un cortocircuito logico nel tuo ragionamento. Fra il dire che è sbagliato criminalizzare chi è diventato genitore con la GPA, e concludere che quindi la GPA deve essere liberalizzata, manca un nesso logico.
      La mia posizione è che non va criminalizzato chi ha agito in una situazione di sostanziale vacatio legis, non avendo fatto nulla di illecito (se invece si vuol ragionare di morale, lo si faccia pure, ma non è il campo in cui mi sono mosso io, e neppure il mio scritto). Ma che salvo alcuni casi molto rari, come quello citato nel pezzo, la logica che rifiuta l’affitto e la vendita del corpo degli esseri umani richiede che coloro che desiderano prole e non possono averla per motivi biologici, trovino e inventino modalità diverse dal portare via figli ad una madre — “surrogata” fin che si vuole, ma madre.

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      1. Giovanni, ma se insisti sulla posizione di figli portati via alla madre, ti chiedo che cos’è una madre per te. E cosa ne è della libertà della donna di scegliere quando e se vuole essere madre di un bambino.
        Una donna ha il diritto di abortire (fino a tre mesi) ma non ha il diritto di rinunciare alla maternità in favore di qualcun altro?

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      2. 1) In base alla legge attualmente in vigore, è la donna che partorisce il bambino. Non ci sono dubbi, non ci sono ambiguità. E’ addirittura proibito, trascorse 48 ore dal parto, rinunciare a tale ruolo, dato che farlo è un reato: l’abbandono di minore.
        Qualcuno chiede di cambiare tale definizione? Succede: la società e la tecnologia cambiano. Ma non è a me che devi chiedere cosa sia una madre. Io lo so. Sono i sostenitori della GPA che non lo sanno (ancora). Ad esempio, se chi paga per la GPA sono due maschi, chi altri sarebbe mai la madre se non la donna che ha partorito il bambino, scusa?
        Certo, ovvio: è un banale dato di fatto: la GPA porta via il bambino a sua madre, e la madre al bambino. La cosa, se presa in assoluto, non è né illegittima né immorale, tanto è vero che esistono leggi che spiegano come quando e perché portare via un bambino alla madre, o al padre, e perché e quando sia GIUSTO, se non addirittura DOVEROSO, farlo.
        La domanda da porci quindi è: per quali motivazioni la GPA dovrebbe rientrare in questa fattispecie? Ossia, per quali motivi è qualificabile come doverosa, o anche solo giusta? Per denaro? Dammi tu la risposta.

        2) Una donna, ma non un uomo, ha il diritto a non riconoscere il bambino per 48 ore dopo la nascita. Dunque il diritto a “rinunciare alla maternità” esiste già, ed è sancito per legge. La donna non ha però nessun diritto di decidere lei chi sia questo “altro” a cui destinare il bambino, che è deciso da un giudice minorile nel migliore interesse del minore, e non degli adulti. Men che mai la donna ha il diritto di deciderlo in cambio di denaro: commetterebbe un reato!
        Come vedi, la situazione è un attimino più complessa di quella che presenti tu…

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      3. Giovanni, stimando il tuo lavoro in altre situazioni, sono un po’ deluso dalla risposta. Da un lato sembri ancorare la maternità esclusivamente al fatto biologico, ovvero al partorire, di fatto squalificando tutte le madri adottivi che dedicano ai propri figli tutta la vita e non nove mesi di gravidanza. A sostegno di questa tesi ti trinceri dietro le norme giuridiche che evidentemente non danno un giudizio di valore su cosa sia una madre, ma semplicemente tracciano delle linee per dare chiarezza all’anagrafe. Linee guida basate sul “mater semper certa est” oramai ampiamente superate (anche lasciando da parte la GPA) dall’eterologa .
        Quindi per te è madre chi partorisce, chi porta in grembo, anche quando per GPA o perché non vuole tenere il bambino e lo da in adozione, non intende occuparsene dopo il parto?

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      4. Certo che è la madre. La madre biologica. Magari snaturata o sciagurata, ma madre.
        E cosa altro dovrebbe o potrebbe essere, secondo te? Forse una incubatrice con due gambe? Una schiava? Come la chiami, tu? In che modo la definisci, di grazia?
        Colei che avrà cura del bambino si chiama “madre adottiva” non certo per capriccio. Come un italiano di adozione non è tale per capriccio, ma banalmente perché non è italiano di nascita. È tanto grave ammettere i fatti della realtà?
        E tu evidentemente non hai mai parlato intimamente con un adulto adottato da bambino e quindi non conosci la tragedia del sapersi “non figli veri” che hanno queste persone a un certo punto del loro sviluppo affettivo e psicologico. Che devono superare per diventare adulti. Se non riescono (ed alcuni ci riescono in poco tempo, ma altri no) l’idea li tormenta e ferisce per anni, a volte decenni. L’adozione è sempre un trauma, perché presuppone un abbandono. Sempre. Per questo lavoriamo tutti per renderla non necessaria, se possibile. Non certo per renderla più facile e più diffusa.
        Io mi sono occupato per anni di adozione e affidamento, e la superficialità con cui si parla di queste cose, perdonami, mi infastidisce molto. Sento parlare di “adottare” un cane, o un maialino, ed ogni volta fremo, nel vedere fino a che punto sia arrivata l’industria degli animali da compagnia : cani, maiali e bambini, in guazzabuglio.
        Il mio è un umanesimo integrale e intransigente. Purtroppo ciò mi impedisce di transigere solo perché è di moda farlo.
        Mi spiace averti deluso, ma non sono Gesù e non ho mai chiesto a nessuno di lasciare tutto e seguirmi. Se le mie analisi vi servono, usatele pure, se non vi servono , tanto non vi sono costate nulla, buttatele via ed amen.

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  3. Sono in gran parte d’accordo, quello che mi chiedo è se questa sua opinione avversa alla gpa ne implichi necessariamente la proibizione. Spero la risposta sia negativa, dacchè tutto quello che dice è in gran parte vero, ma proibire la gestazione per altri significherebbe sostenere che le donne non sono in grado di comprendere quando e come vengono sfruttate e che ergo bisognerebbe impedire loro di svendersi. Quando scrive che “nessuna donna sforna figli per il gusto di farlo” in realtà assume come vera una generalizzazione piuttosto castrante, ci sono donne che amerebbero, amano e hanno amato la maternità come esperienza umana (gestazione e parto inclusi). La soluzione sarebbe, a mio parere, rendere la gpa gratuita ope legis.
    Detto questo, mi sento di dissentire quando scrive che “vendere il proprio corpo non è un “diritto” e nessuno di noi possiede la “libertà” di farlo”. Mi sembra un peccato di ingenuità dal momento che un’operaia che lavora quaranta ore alla settimana in fabbrica non sta facendo altro che vendere il proprio corpo allo scopo di ricevere un salario, l’unica differenza è che sta vendendo delle parti del suo corpo che non sono finalizzate alla procreazione. Il che non rende accettabile la gpa retribuita, ma fa riflettere piuttosto su quanto tutte le forme di lavoro siano in realtà delle forme di assoggettamento.
    In sostanza, e non mi sembra di essere un neoliberista postmoderno nell’affermarlo, il problema della gpa resta sempre un problema economico e per risolverlo bisognerebbe eliminarne la dimensione “lavorativa” con il conseguente effetto di sfruttamento.
    D’accordissimo, infine, sulla cecità della comunità omosessuale riguardo all’omologazione eteronormativa, dovremmo discutere di nuove tipologie di famiglie piuttosto che di nuovi modi per costituire brutte copie della “vecchia famiglia”.

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    1. No, non “necessariamente” la proibizione. Nel pezzo cito il caso della donna inglese e di sua madre, che a me pare un uso “etico” della tecnologia. Il problema è che non ho chiaro nella testa quali potrebbero essere i confini di queste eccezioni. Le eccezioni sono sempre pericolose, perché poi una tira l’altra e la regola ne esca distrutta; d’altro canto le situazioni umane non sono mai uguali ed essere giusti senza tenerne conto è quasi impossibile. Per questo serve, e richiedo, il dibattito. Che ne pensiamo della posizione brasiliana, che ammette la GPA solo fra parenti di primo e secondo grado (genitori, fratelli e cugini)? Questa è una soluzione, un compromesso accettabile ai più, o solo un modo per fare entrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta? Parliamone, e decidiamolo.
      L’idea delle donne che “amano” la gestazione in sé è una tipica fantasia maschile (“a loro piace: le hanno progettate così”…), e lo ribadisco. Non ne ho mai conosciute in vita mia. Forse frequentiamo tipi di donne diverse, non so.
      Sul paragonare il lavoro in fabbrica alla gestazione, mi può andar bene, purché il ragionamento sia portato avanti con coerenza, e si ammetta che allora anche la prostituzione è un lavoro, e che le leggi che permettono ai quattordicenni di lavorare ma non di prostituirsi costituiscono un grave pregiudizio alle possibilità di carriera dei bambini del Terzo Mondo, e tutto solo per un pregiudizio di tipo sessuofobico contro i pedofili.
      Lei è disposto a seguirmi su questa strada? Se sì, si chieda come mai io e lei finiamo per avere posizioni diverse. Se no, rifletta sul punto che forse l’àmbito sessuale non è un ambito lavorativo qualunque, o come gli altri. E aggiunga che se la gestazione è un lavoro, allora deve essere proibito lo sfruttamento delle donne che portano avanti gratis la gestazione. Se è un lavoro, va retribuito a tutte le donne, non solo a quelle della GPA.
      Come vede, ragionare per paradosso è interessante, ma lo è ancora di più portare il ragionamento paradossale fino alle conclusioni complete…

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      1. La donazione degli organi, quando non mercificata (ma l’abuso non dovrebbe inibire l’uso), può avvenire anche tra persone non imparentate fra loro senza per questo essere considerata una pratica schiavistica.
        Riguardo al rapporto fra gestazione e donne, penso che sostenere che nessuna donna possa “amare” la gestazione sia non meno sessista che affermare che tutte le donne la debbano “amare”. E d’altronde è un pregiudizio tutto patriarcale che gestazione e parto siano maledizioni volute da Dio allo scopo di punire la donna. Rovesciando il suo ragionamento, se ammettessimo che le donne non possono amare la gestazione, per quale motivo continuano a portare avanti le gravidanze? Due possono essere le risposte: o perché in quanto capaci di intendere si lasciano sfruttare dal patriarca a fini procreativi, o perché, pur di avere un figlio, si immolano al sacrificio della gestazione. Nel primo caso ne discende che tutte le donne sono idiote, nel secondo che se domani s’inventasse un utero meccanico a prezzi economici nessuna donna si sognerebbe più di farsi ingravidare. La gravidanza è un’esperienza umana e non è una malattia. Mia madre, ad esempio, è felice di averla esperita. E qui mi fermo, dacché forse la cosa più maschilista che si possa fare è prendere parola al posto delle donne (e me lo ha insegnato lei).
        Sono dispostissimo a seguire il ragionamento fino alle estreme conseguenze, purché ci capiamo. Io sostengo che un lavoro, e per lavoro intendo qualsiasi prestazione retribuita, costituisca sempre una forma di sfruttamento in una società in cui l’unica fonte di reddito sia rappresentata proprio dal lavoro. Se ne ricava che il lavoro minorile è de facto una forma di sfruttamento esattamente come quello non minorile, qualunque sia la parte del corpo utilizzata per la prestazione. I bambini del terzo mondo che si prostituiscono sono sfruttati non in quanto fanno sesso, ma in quanto devono far sesso per ottenere un reddito.
        Io non sostengo, dunque, che la gestazione sia un lavoro, sostengo che lo diventi quando è retribuita (per questo vorrei che restasse gratuita) e, una volta retribuita, diventa una forma di sfruttamento come qualsiasi altra attività lavorativa. Non sono favorevole alla retribuzione della gestazione per altri o per se stessi, sono stupito dal fatto (povero vecchio marxista) che una gestante stipendiata sia paragonata ad una schiava, ma un’operaia stipendiata no.

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  4. 1) La donazione fra viventi non imparentati nella prassi è praticamente impossibile, dato che è vietata espressamente dall’articolo cinque del codice civile: http://www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-i/art5.html .
    La donazione fra viventi parenti (e soltanto se si tratta di un rene, di un frammento di fegato e di un po’ di midollo osseo, e di nessun altro organo) è infatti una eccezione alla regola, che mitiga la norma generale, e non certo la norma. Ed anche fra parenti le pratiche sono complicatissime, dato che occorre escludere in modo categorico che la donazione sia avvenuta in cambio di un compenso (“intesto la casa al mare a chi mi dona un rene”). In pratica, quasi tutte le donazioni d’organi avvengono tramite espianti da persona deceduta o in morte cerebrale.
    2) Io non ho mai detto che “nessuna donna può amare la gestazione”. Se intendi discutere mettendomi in bocca affermazioni che non ho mai fatto, sappi che non intendo accettare questo andazzo. Puoi criticare tutto quel che affermo, ma non mi devi mai mettere in bocca cose che non ho detto.
    3) Da poveri vecchi marxisti, il nostro ragionamento sarà dunque che il lavoro alienato e sfruttato, mirato all’estrazione di plusvalore dal corpo e dai gesti di una operaia o da quello di una donna in GPA, sono entrambe forme di sfruttamento, da abolire. E visto che una è già proibita, la strada giusta sarà estendere la proibizione abolendo anche lo sfruttamento capitalistico del lavoro in fabbrica, non certo allargare lo sfruttamento ANCHE tramite la GPA, con l’argomento che “tanto, le donne sono già sfruttate, quindi tanto vale”. Risulta logico, questo mio ragionamento?

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  5. Il tuo pensiero ha avuto un notevole sviluppo in tempi recenti in Francia perché le femministe della differenza furono molto influenti durante la presidenza Hollande. La prostituzione è stata dichiarata un’offesa contro la persona a prescindere della volontà della persona maggiorenne di prostituirsi: il cliente è colpevole e punibile dalla legge . Nella nostra società capitalistica le persone si devono fare sfruttare soltanto nei modi consentiti dagli integralisti religiosi e dalle femministe della differenza . http://www.lemonde.fr/societe/article/2016/04/06/prostitution-le-parlement-adopte-definitivement-la-penalisation-des-clients_4897216_3224.html

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    1. A volte, nel vostro tentativo di demonizzare chi non la pensa come voi mescolando gruppi che non c’entrano nulla (cattolici, puritani, nazisti, e persone che osano dissentire da voi, in un orrido guazzabuglio) vi fate prendere la mano al punto da spararvi da soli sui piedi.
      Lasciamo stare il fatto che io sono contro alla criminalizzazione della prostituzione, che è sempre servita solo a contribuire a mettere le prostitute nelle mani delle mafie, e che ho anche puntualizzato qui: https://giovannidallorto.wordpress.com/2017/09/13/pensieri-su-talune-risse-tra-femministe-e-froci-correnti-oggidi/ il mio dissenso da certo femminismo puritano e sessuofobo: notoriamente per voi leggere quel che scrive una persona prima di criticare quel che scrive, è un optional. Tanto, sapete già in anticipo come “deve” pensarla uno che dissente da voi, no? “Il tuo pensiero”… certo, addirittura io sono l’ideologo della “Manif pour tous”!
      Ma trascurando questo “dettaglio”, resta il fatto che tu hai appena detto che madri surrogate e prostitute sono sullo stesso piano, dato che esercitano il medesimo tipo di libertà. Ora ti prego, vai a comunicare questa tua scoperta alle Famiglie Arcobaleno, a Rete Lenford, e a chiunque sia favorevole alla GPA. Mi spiace solo tantissimo non poter vedere la loro faccia! 😀

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  6. Caro Giovanni, devo aver sognato la campagna di integralisti religiosi e delle femministe della differenza che due anni fa ha indotto i partiti a stralciare l’adozione stepchild dalla legge sulle Unioni Civili. Solo un complottista potrebbe immaginare una coordinazione, un’alleanza fra una parte di femministe e il peggio dell’integralismo religioso italiano ! https://www.tempi.it/pance-e-neonati-non-sono-merce#.WpGhWajOXIU.

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  7. Le madri surrogate e le prostitute compiono entrambe un lavoro con il proprio corpo ed in entrambi i casi femministe della differenza e integralisti religiosi tentano di vietare la pratica: ritengo invece che in ambedue i casi una regolamentazione possa ridurre il rischio di sfruttamento e garantire meglio tutte le parti . Se consideriamo gli atti in questione da un punto di vista etico troviamo che prostituzione e Gpa sono ben diverse ma gli oppositori le avversano per gli stessi motivi . Allo stesso modo l ‘Ulisse di Joyce ha un valore artistico incomparabilmente superiore alla letteratura pornografica della sua epoca ma ha subito il medesimo divieto : il libro era stato classificato come osceno e dannoso alla morale pubblica.Tu scrivi però “Lasciamo stare il fatto che io sono contro alla criminalizzazione della prostituzione, che è sempre servita solo a contribuire a mettere le prostitute nelle mani delle mafia” : vedo che su questo punto gli alti principi hanno ceduto al principio di realtà , evitando una conclusione sessuofoba simile a quella imposta dalla legge francese.Meglio cosi.

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  8. P.S. Anche nel caso dell’abolizione della schiavitù integralisti religiosi come i quaccheri e gli illuministi si trovarono a lottare fianco a fianco. In effetti, il contributo dei fanatici religiosi a questa battaglia fu enorme. Fu dunque sbagliato combatterla? A te la risposta.

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