Aids e “legge della giungla” dei “social”.

Mi sono imbattuto nell’account Instagram di “Act Up Italy” a cui mi sono iscritto (c’è anche su Facebook: https://www.facebook.com/actupitaly/ ), sorpreso del fatto che Act Up, che non era mai riuscito a mettere radici in Italia quando era al culmine del suo splendore, ci sia riuscito ora che è sopravvissuto solo in poche città in tutto il mondo.
Poi però inizio a ricevere i post, e mi trovo davanti a questo obbrobrio:
(inizio citazione):
“Per le vittime di #aids la #persecuzione è una doppia sentenza di #morte .
Morte #sociale dovuta all’ignoranza del popolo e della stessa comunità #lgbt #lgbtq .
#undetectable = #untransmittable 🔚

(fine citazione).

Facebook
Fonte: post su Facebook, datato 1 aprile 2018. E no, non è un pesce d’aprile.
Cosa c’è che non va?
TUTTO.
Dal tono vittimista e recriminatorio (qualcosa che per decenni abbiamo ripetuto essere l’approccio in assoluto più sbagliato alla problematica), alla definizione di “vittime dell’Aids”, dopo che abbiamo passato trenta fottuti anni a ripetere che, almeno in Occidente (in Africa è un’altra storia) non c’è nessuna “vittima perché l’Hiv è un semplice agente infettivo privo di ragione e morale, e non un killer prezzolato o un giustiziere divino; che non c’è nessuno che stia “morendo” di Aids (al massimo starà “vivendo CON l’Aids”) e soprattutto che, cazzo!, è da vent’anni che con le strafottute triterapie l’Aids ha smesso di essere una “condanna a morte” ed è diventata una condizione di salute gestibile come cento altre! Ossia con la quale si può VIVERE una vita normale per qualità e durata, sia pure con alcuni limiti.
La cosa più oscena di tutte è l’uso del nastrino rosso della solidarietà, che io ho indossato per anni, usato da un suicida come cappio per impiccarsi. Ma neanche Jerry Falwell o Anita Bryant sono mai arrivati a tanto! E questo invece mi dice di essere un account che si batte per i diritti umani delle persone sieropositive? Con amici così possiamo fare a meno dei nemici!

Ho cercato online con “Google immagini” la fonte di questo mostro di manifesto ed ho trovato solo pagine in tagalog (o indonesiano, o quel che l’è!), cosa che indicherebbe un Paese letteralmente “da terzo mondo”, o più probabilmente (visto che alcuni governi “del terzo mondo” hanno in realtà fatto campagne molto più efficaci e sensate di quelle italiane) una produzione privata di qualche grafico, più dotato di computer che di cervello, che se lo è fatto da sé. Sbagliando tutto.
Di certo, questa non può essere farina del sacco di Act-Up, sia pure del poco che ne è restato.
Del resto, la grafica bambinesca della pagina Facebook di “Act Up Italy” implica che chi s’è impadronito del nome ignora che Act Up era fiera di annoverare alcuni dei più trendy e quotati designer e grafici e artisti del mondo (i disegni per le campagne di autofinanziamento glieli faceva Keith Haring, mica per dire, eh!).

Ho scritto al profilo, dicendo che il messaggio che stavano dando era controproducente. Mi è stato risposto che non lo era affatto, dato che da vent’anni non era cambiato assolutamente nulla nella vita delle persone sieropositive.
Ok, da questa risposta ho capito che questo non poteva essere un gruppo “Act Up”. Questa è la risposta d’una persona troppo giovane per avere vissuto gli anni di cui parla in quel modo (infatti ha ammesso di essere sotto i 30) e che non ha la più pallida, minima, elementare, basica idea di quale fosse la situazione delle persone con Hiv in passato, e di quante cose siano cambiate da allora. Grazie proprio a gruppi come Act Up.
Quando l’ho fatto notare, mi è stato detto di scrivere in privato, che certe cose era meglio non discutere in pubblico. Come se il manifesto lo avessero appeso nella loro cameretta, anziché esibito Urbi et Orbi su Instagram e Facebook…
Ecco il livello della militanza gay di oggi.

Conclusioni.
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2) Di conseguenza, su internet chiunque può autonominarsi “Act Up Italy”, pur non avendo nemmeno la più pallida idea di quale fosse la realtà degli anni in cui “Act Up” s’impose sulla scena, durante i quali non esistevano medicinali efficaci. “La” principale battaglia di Act Up fu per l’accelerazione della ricerca sulle terapie. Che non c’erano nel 1987 quando nacque, e che ci sono nel 2018 (e fu proprio il loro arrivo a causare la rapidissima smobilitazione di quasi tutti i gruppi “Act Up!” del mondo).
3) Infine, su internet chiunque può affermare qualsiasi cosa senza doverla provare. Per fare un esempio, come mi ripetono su Facebook i miei non-fan, che “l’ascienza” sostiene la totale sicurezza della Prep” (il che è vero…. ma con una piccola piccola postilla: “purché usata in combinazione con un preservativo“: un NON dettaglio lievemente importante e lievemente dimenticato tutte le volte che se ne parla!).
Su internet puoi essere, come lo sono alcuni dei miei non-fans, antivaccinista in un post, e in quello successivo affermare, senza problemi, che “l’ascienza ha SEMPRE ragione, e se sei contro la Prep, sei un NEMICO dell’ascienza!)“. Oppure rivendicare l’eredità politica di “Act Up” per proporre un discorso in aperto conflitto con quello propugnato da “Act Up”….
E poi i miei amici mi chiedono perché ormai ho l’allergia dei social media. Vai tu a capirlo…

2 aprile 2018
Un’ipotesi sotto forma di post-scriptum

Ho continuato a rimuginare per un giorno sui post che letto sul doppio profilo.

E a chiedermi che cosa significhi un simile atto d’autolesionismo (creare un gruppo, per proclamare che l’azione dei gruppi non è servita a nulla?!).
Quella che segue è l’impressione che ne ho tratto, che ammetto essere nient’altro che un’illazione. Se il diretto interessato mi leggerà, potrà se caso smentirmi e correggermi.

A mio parere, come ho già scritto, dietro la sigla sta qualcuno troppo giovane per aver vissuto la realtà di 20 anni fa (visto che ne straparla), e che da come si esprime ha vissuto fino ad oggi nel mondo “social”, 100% apolitico, circondato da #instaboys, che per lui erano “il” mondo lgbt.
A un certo punto, come succede, è inciampato nella sieroconversione e ha scoperto, con orrore, come mai nella savana gli animali selvatici d’un branco siano tutti perfetti, giovani e sani. Perché quelli vecchi e malati vengono lasciati ai leoni perché li mangino.
Analogamente, gli #instaboys sono tutti belli, giovani e sani semplicemente perché chi non è tale viene lasciato in pasto alle fiere. Come gli Eloi del romanzo di Wells, i sopravvissuti sono indifferenti alla sorte di chi si trasforma nel pranzo dei Morlock.

In parole povere, il nostro giovanotto ha infine aperto gli occhi sul fatto di aver vissuto fin qui circondato da un branco di #citrulli. Drogati dal sogno “social”, esattamente come la mia generazione lo era da quello della TV, e quella precedente da quello di Hollywood. Tuttavia non è ancora pronto ad ammettere che siano stiamo parlando di citrulli, perché dovrebbe ammettere d’essere stato fin qui uno di loro. In effetti, tutto ciò che sembra chiedere è che per lui tutto possa tornare “come prima”. (E non oso immaginare cosa gli abbiano fatto, per traumatizzarlo in quel modo, i suoi ex amichetti).

Io non so se questa persona si sia già rivolta alle associazioni di sieropositivi, o se non ne abbia avuto il coraggio o non ne abbia capito l’utilità, o ancora se lo abbia fatto però si sia trovato in un mondo per lui alieno, per nulla #instaboy. Non mi è parso il caso di stressare chiedendoglielo. Tutto ciò che so, è che una persona che scrive le cose che scrive lui non sta vivendo bene la sua condizione.
I suoi messaggi, che invito a leggere, reiterano infatti il concetto che lui non è un mostro, che non merita d’essere scartato, che ha ancora diritto ad amare. E supplicano di non lasciarlo solo, a morire (di morte fisica e di morte civile), in mezzo alla savana.
Questa persona ha evidentemente conosciuto in vita sua un solo mondo #lgbtq, quello dei social. Per lui quello è “il mondo lgbtq” tout-court. Gli è estranea l’idea che possano esistere altri mondi, ed altri modi di essere, gay. Come quello in cui vivo io, che ammetto non essere affatto glamorous, ma nel quale le coppie sierodiscordanti sono la regola, per i miei amici hiv+. Altro che “morte civile”!
Invece, per questa persona, se l’#instamondo lo rifiuta, è la “comunità lgbtq” nel suo insieme, tout-court, a rifiutarlo (“Morte sociale dovuta all’ignoranza della stessa comunità lgbtq“, egli scrive).

Il mondo cambia, cambiano i modi di socializzare, ma i bisogno umani, quelli, non cambiano. Nessuno essere umano, dai tempi di Adamo ed Eva in poi, ha mai voluto essere lasciato solo a morire nella savana.
E contrariamente a quanto sostiene ideologicamente il turbocapitalismo imperante, se noi esseri umani ci siamo evoluti al di sopra di capre e babbuini, è perché abbiamo imparato a non “lasciare indietro” i nostri malati e i nostri vecchi. (I paleontologi hanno ripetutamente trovato ossa antichissime segnate da malattie invalidanti, che avrebbero reso impossibile il raggiungimento dell’età adulta senza il sostegno della comunità).
Quando co-fondai nel 1985 l'”Associazione solidarità Aids” questo concetto era per noi non solo chiaro, ma addirittura autoevidente. Oggi temo che non lo sia più. Veniamo da trent’anni di martellante propaganda neoliberista tesa a dimostrare che tutto ciò che è sociale è malvagio, brutto, inefficiente, e solo ciò che è privato, privatizzato, individuale, e motivato dal profitto, funziona e fa funzionare la società.
Certo, è una propaganda non disinteressata, pagata dagli aspiranti privatizzatori, che intendono venderci ciò che una concezione sociale e socialista intende invece come diritto non commerciabile. Ma comunque martellante.

In conclusione, io leggo il tentativo (per certi versi involontariamente parodistico) di far rivivere il cadavere di “Act Up”, come il segnale d’un bisogno (inconscio, confuso, espresso di pancia senza avere i concetti per descriverlo, epperò reale e sentito) di tornare a parlare del mondo reale, del mondo in cui vivono esseri umani con problemi reali. Come la malattia, la vecchiaia, la morte. Aspetti della vita anche loro. E in certi momenti di tutti noi, soprattutto loro.
Il solo passo che manca all’autore della mossa è la coscienza del fatto che l’instamondo degli #instaboys a cui si rivolge è il problema, e non la soluzione.
Il mondo social equivale infatti al meraviglioso palazzo in cui gli Eloi vengono intrattenuti oziosamente, nello sfarfallio del lusso, in attesa che i Morlock abbiano “bisogno” di loro… Visto così, forse, è un po’ meno attraente.
Giovanni Dall’Orto, 1/2 aprile 2018.

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