Per costruire il proprio futuro occorre conoscere il proprio passato

Due note di storia che partono dalla cronaca (preti pedofili vs omosessuali, e piccola soluzione) o, se preferite, viceversa.

 

La prima: nel mio libro Tutta un’altra storia dedico un capitolo a san Tommaso d’Aquino, un nemico ai cui concedo l’onore delle armi perché a differenza di tanti nostri falsi “amici” ha cercato di dare una base logica a quello che per altri è solo dottrina, e lo ha pure fatto con enorme eleganza. Seguire il suo sillogizzare sottile è un piacere intellettuale, come giocare a sudoku o a scacchi — indipendentemente dal risultato.
Il pensiero di san Tommaso resta ancora oggi la base della morale cattolica, ma proprio la solidità della sua costruzione intellettuale costituisce un grattacapo molto serio.
Il pensiero di Tommaso è infatti sistematico. È un muro in cui ogni affermazione si lega a quelle attorno, regge quel che sta sopra e si regge su quanto sta sotto. Non è possibile sfilarne via un pezzo senza fare crollare tutto, o almeno senza dover smantellare tutto per poterlo fare. Tutto è perfettamente incastrato, in un pensiero “definitivo”, che è il delirio a cui aspira ogni pensiero totalitario, quali sono quelli religiosi (ivi incluso il pensiero queer).
Nel caso dei preti pedofili esiste il problema che Tommaso, con grande rigore, costruisce una gerarchia di colpe sessuali (che ovviamente ha punti deboli, a iniziare dal fatto che egli definisce la sessualità lecita come l’insieme delle azioni atte alla generazione, per poi “scoprire” che la sessualità lecita è unicamente l’insieme delle azioni atte alla generazione: non sono certo caduto dalla sedia per la sorpresa!) che funziona in quanto sistema. O te la tieni tutta, o crolla tutta quanta.
In questo sistema, lo stupro di una bambina è meno grave di un atto omosessuale fra adulti consenzienti. Che ciò risultasse illogico perfino per la morale medievale, lo dimostra il fatto che Tommaso dovette affaticarsi parecchio a sillogizzare per dimostrare che questa era ed è la necessaria conclusione delle premesse della morale sessuale cattolica: stuprare una bambina è infatti un atto comunque secondo natura, perché la generazione è ancora possibile, pur in modo delittuoso, mentre non lo è mai nella sodomia (che per essere tale richiede per lui necessariamente la presenza di due partner dello stesso sesso, in caso contrario è semplice “peccato contro natura”).
Ed ha pure ragione. In base alla teoria tomistica, un prete che stupra una bambina pecca molto meno di uno che ha una relazione monogamica e di amore con un uomo adulto.
Adinolfi è fermo al Medioevo, e questa non è una novità, il problema (per la Chiesa, non per lui) è “solo” che la società nel frattempo s’è evoluta. Bergoglio, un gesuita, è uomo colto e intelligente, e lo sa. Gli è però stata lasciata in eredità una Chiesa che dai due papi precedenti è stata trasformata intenzionalmente in una roccaforte del pensiero medievale. Ossia, che ha reagito alla sfida della modernità e alla crisi di senso del XX secolo con un ripiegamento in un mitico passato in cui la gente aveva certezze granitiche. Sbagliate, ma granitiche. Ciò ha portato alla desertificazioni delle chiese e soprattutto dei seminari. Nei quali vanno ormai solo le poche decine di persone che trovano interessanti le certezze granitiche del XIII secolo. Sono più antiquari e filologi che “soldati di Gesù”: utili come archivisti, ma totalmente inutili come “pastori di anime”.
Bergoglio ha dunque il problema del “pensiero definitivo”. Che essendo tale, non ammette aggiunte. Se sfili il mattone, crolla tutto. Se il senso della sessualità non è la procreazione, allora va ridiscussa tutta la morale cattolica, cosa che però non può essere fatta senza come minimo un Concilio Vaticano III.
E infatti Bergoglio, zitto zitto, ne sta ponendo le basi, sostituendo ad uno ad uno i cardinali cattonazi nominati dai suoi predecessori con altri che almeno si sono resi conto di vivere nel XXI secolo, non nell’XI.
I suoi nemici, che vengono dallo stesso ambiente dei cardinali cattonazi, sanno di essere in corsa contro il tempo, e quindi non perdono occasioni per ribadire, ogni volta che possono, le certezze granitiche e sbagliate del XIII secolo, girando il dito nella piaga sul fatto che per ora esse sono ancora DOTTRINA UFFICIALE, mai abbandonata e mai refutata, della Chiesa cattolica! Béccate mò questa, a Bergo’, aò! E prova a negare che lo siano, se ci riesci? (La trappola è che se lo fa, si rivela eretico, se non lo fa, si rivela privo d’argomenti contro i suoi nemici).
Adinolfi non sa nulla di teologia cattolica (un giocatore d’azzardo, che celebra seconde nozze, e a Las Vegas… suvvia!) è solo un megafono mandato avanti da chi ne sa, ma non si espone.
Adinolfi è solo un omofobo che ha scoperto che il cattolicesimo gli dava il permesso d’essere tale, e quindi lo usa a proprio uso e consumo.
Se non esistesse il cattolicesimo, Adinolfi sarebbe un islamista.
Lui (e prima di lui, Giuliano Ferrara) è il migliore esempio del paradosso che ho espresso molte volte in passato: noi italiani non siamo omofobi in quanto siamo cattolici, bensì siamo cattolici in quanto siamo omofobi.

La seconda notizia è più breve. In un post Facebook dei giorni scorsi ho affermato di essere favorevole alla scelta delle persone transessuali “non medicalizzate” e alla “piccola soluzione”.
Ebbene, con mia grande sorpresa ben due giovani persone trans mi hanno chiesto cosa cavolo sia la “piccola soluzione”.
Per chi si fosse sintonizzato solo in questo istante, la “piccola soluzione” (termine inventato non da me, ma dal movimento trans) è la possibilità giuridica di cambiare il nome anagrafico (Mario anziché Maria) sui soli documenti d’identità (cioè senza cambiare sesso sull’atto di nascita) per permettere alle persone trans di non essere “sputtanate” ogni volta che devono esibire un documento d’identità.
Su tale questione nel 2003, quando ancora i politici gay rispondevano al movimento gay e non come oggi solo ai partiti che li hanno nominati nostri “rappresentanti”, arrivammo al punto di depositare una proposta di legge, il cui testo potete leggere qui.
Ebbene, a quanto pare nella giovane generazione “queer” non è rimasta alcuna memoria di tutto ciò. La deliberata distruzione della memoria della storia passata è in effetti condizione necessaria per sostenere che sono stati “loro” ad avere “inventato” la ruota e l’acqua calda.
Questa rimozione, necessaria per motivi di comprensibile arroganza (la lotta fra generazioni esiste anche fra i gay!), ha portato purtroppo anche alla rimozione delle battaglie iniziate in passato, e rimaste in sospeso.
Se oggi il movimento lgbteafokfodskfslfksfdsk dedicasse alla richiesta (legittima e necessaria) della legge sulla “piccola soluzione”, un decimo delle energie che dedica alla CACATA cosmica dei cessi degenderizzati, vivremmo tutt* in un mondo migliore.
Ma il fatto che il movimento suddetto badi ai cessi degenderizzati anziché al diritto al lavoro delle persone trans, che purtroppo parte proprio dal diritto ad avere documenti non sputtananti, forse non è un caso, forse non è un incidente.
Forse è solo ciò che il potere ha premuto per molti anni per avere, e ha infine ottenuto.
Perché per costruire il futuro, non si può fare a meno di conoscere la propria storia.
[L’immagine di Mario Adinolfi è di Framino, fonte: WikiCommons].

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