Giocare a capirci, fra LGBT

Nathan Bonnì, militante trans ftm, ha scritto sul suo blog “Progetto Genderqueer 2.0”, un articolo dal titolo: Un “esperanto” linguistico tra attivisti LGBT è possibile?, che contiene un appello, e una proposta, per ricominciare a parlarsi, fra L G B e T, dopo le recenti polemiche.

Il pezzo nasce dalla constatazione che gay, lesbiche e trans utilizzano con significati differenti i termini “femmina”, “maschio”, “uomo” e “donna”, e se una parte degli scontri anche aspri avvenuti negli ultimi due anni era causata da visioni del mondo effettivamente inconciliabili, un’altra percentuale, non irrilevante, nasceva dal fatto che movimento lesbico, movimento gay, e movimento trans stanno ormai dando alle stesse parole significati differenti.
Ora, se per chiarezza politica fosse necessario dirsele di santa ragione (come io e Nathan abbiamo fatto per molti anni, illuminando di lampi il cielo sopra Milano), ce le si dica pure senza remore, tuttavia quando dopo aver litigato a lungo si scopre alla fine (come su varie questioni è successo a lui e me) che si pensavano le stesse cose, ma le si dicevano in modo diverso, allora si è solo sprecato tempo.
Nathan propone di conseguenza che nei dibattiti pubblici futuri (libero poi ogni movimento di continuare ad usare, internamente, il proprio gergo) si adotti la convenzione nata nel mondo sociologico parlando della tematica trans, vale a dire usare le parole “maschio e femmina” per parlare della differenza biologica sessuale, e “donna e uomo” per parlare di quanto riguarda il genere, sia per quanto concerne l’identità di genere che per quanto riguarda il ruolo di genere.

Aggiungo che Nathan, come gli altri componenti del “Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia“, usa senza problemi qualificazioni come “donna trans” e “uomo trans”, che permettono di distinguere comodamente la realtà biologica (che è cromosomicamente determinata e non modificabile) dal campo d’applicazione del concetto di “genere” (che è socialmente costruito, arbitrario e quindi modificabile o riattribuibile a piacimento). Un punto che sta molto a cuore al movimento delle donne, che si fonda sulla differenza dei corpi sessuati, e non sulla differenza di “genere”.

Vorrei fare due chiose al testo di Nathan, visto che a mio parere ha individuato un problema reale.
Pur avendo faticato molto a raggiungerlo, una volta che abbiamo trovato un linguaggio concordato, tante asprezze che avevo sperimentato con vari* esponenti del Coordinamento Attivisti  Trans Lombardia sono sparite, ed è diventato possibile confrontarci, magari in modo burrascoso, ma comunque confrontarci.
Dopo i recenti confronti che hanno coinvolto da un lato Arcilesbica e dall’altro gli e le esponenti queer e “intersezionalisti” del “culto trans”, autonominatisi portavoce del mondo trans, la medesima ricerca di un terreno comune di dialogo può benissimo essere portata avanti, volendolo, anche qui. Infatti, primo, lo scontro non è mai stato fra mondo LGB e T bensì fra mondo LGBT e mondo queer, che non cerca proprio nessun linguaggio comune, intendendo semmai imporre a tutti il proprio (si pensi solo alla sua “idea geniale” dei pronomi personali inventati di sana pianta). Secondo e soprattutto, costoro non parlano affatto a nome del mondo trans o intersessuale, che non ha mai conferito a nessuno tale incarico.

gender pronoums
Un pratico specchietto dei pronomi proposti dai queer al posto di “lui” e “lei”, e di “suo”.

Ciò non significa che non esistano anche intellettual* trans di religione queer, ma è importante puntualizzare che la presunta investitura alla religione queer a fare il portavoce del mondo trans non ha mai avuto luogo, se non nella fantasia dei sacerdoti di tale religione. Con le persone trans è quindi possibile – anzi, auspicabile, a questo punto – cercare il dialogo direttamente, senza intermediari autonominati.


Per farlo, come prima cosa, suggerirei di leggere il pezzo di Nathan, che contiene vari spunti interessanti e tali da poter raccogliere un consenso ampio in area lesbica e gay, prima di proseguire con la mia risposta.

Che è che fondamentalmente concordo, e che a mio parere l’accettazione della proposta si rivelerebbe utile. Sia pure con alcune puntualizzazioni che vorrei aggiungere qui di seguito.

Ad esempio, caro Nathan, laddove tu affermi: “La differenza tra ruolo di genere e identità di genere è complessa da spiegare a chi non ha preso parte al dibattito che ha messo questi temi al centro della riflessione“, con quanto segue, andrebbe detto con maggiore chiarezza, specie a beneficio di chi non segue in tutti i meandri labirintici il dibattito in corso, che se anche tutte le donne coinvolte in esso di autodefiniscono “femministe”, il cosiddetto “femminismo intersezionale” costituisce una deliberata frattura con le basi politiche e culturali del femminismo. Esattamente come il “socialismo nazionale” (più noto col nome abbreviato di “nazismo”) era cosa ben diversa dal “socialismo” senza aggettivi, tant’è che quando il nazional-socialismo prese il potere, i socialisti senza aggettivi finirono a Dachau.
Questa chiarificazione è necessaria per chi leggendo potrebbe lasciarsi ingannare dall’uso della parola “femminismo” di cui abusano certe “donne lesbiche” queer che, guarda tu il caso, femmine non sono e omosessuali neppure, limitandosi ad avere i capelli tinti di blu e a proclamarsi “genderfluid“.

Se non si specifica, esiste il pericolo di fraintendere quanto scrivi, e comprendere che sia genericamente “il femminismo” in quanto tale (e non il solo “femminismo intersezionale”) a non avere chiara la distinzione fra ruolo di genere e identità di genere. Il che è all’opposto del vero: sono almeno due secoli che tale distinzione è la ragione stessa di esistere del femminismo. Il quale non ha perciò alcun bisogno degli ultimi arrivati, come gli/le orecchianti queer o Judith Butler (Miss “Ho inventato io la ruota, il fuoco, l’acqua calda, e soprattutto la macchina per il moto perpetuo“) per sentirselo “insegnare”.

Il femminismo rivendica infatti che si può essere pienamente donne anche assumendo ruoli tradizionalmente proclamati come maschili (per esempio il manager) o “indossando i pantaloni” (cosa che, non dimentichiamolo, le suffragette iniziarono fisicamente a fare).
E’ quindi il movimento queer ad avere imparato questo concetto dal femminismo, non l’inverso.
Il che nulla toglie al valore della tua scoperta del concetto da ragazzo, di cui ci racconti nel tuo articolo. Semplicemente, hai percorso un cammino alternativo per arrivare alla stessa conclusione, e va bene così. Quel che conta è il raggiungimento della meta, non la strada percorsa per arrivarci. Tuttavia il fatto che tu abbia seguito il sentiero scosceso fra i rovi non implica che a dieci metri da esso non esistesse già una comoda carrozzabile costruita a partire da due secoli fa. Semplicemente, la tua storia ti ha portato a non riconoscere come tuo “il cammino delle donne”, costringendoti così ad aprirti fra i rovi una strada nuova che tu hai sentito come più tua, più adatta alla tua identità maschile, e questo è ok. Tuttavia ciò non implica che non ci fosse già anche un ampio e comodo “cammino delle donne” (che è poi diventato anche quello del movimento gay, che ha mossi i primi passi da lì) sulla netta distinzione esistente fra sesso (e preteso destino) biologico, ruolo di genere, e identità di genere.


Altra osservazione.
Laddove tu lamenti che qualcuno pensi erroneamente che l’attivismo trans intenda sussumere il sesso biologico all’identità di genere della persona, ossia che voglia fare derivare il sesso biologico dall’identità di genere, non stai indicando un banale fraintendimento. Stai infatti parlando di un’esplicita teorizzazione espressa con parole chiarissime da tutta un’ala del movimento queer trans, con esponenti che vanno da una Julia Serrano a un Paul Preciado, fino agli adepti italianissimi, uno dei quali ha scritto sul suo Facebook il 19 aprile scorso: “La battaglia per la scoperta di nuovi organi” (ossia l’utero maschile o il pene femminile) “è un problema politico“.
Secondo costoro, gli organi genitali sono maschili o femminili a seconda dell’identità di genere di chi li possiede, e non si è femmine e maschi a seconda degli organi genitali che si possiedono.
Pertanto, non ci siamo sbagliati/e a capire. Abbiamo al contrario capito benissimo le elucubrazioni del/le intellettuali trans, e le abbiamo giudicate pure fantasie deliranti, che oltre tutto negano l’autenticità dell’identità di genere di chiunque non si identifichi come trans. Perché sì, anche chi non è trans ha un’identità di genere, e difende con le unghie e con i denti il diritto ad esprimerla come meglio crede, esattamente come le persone trans!
È giusto che tu specifichi, anzi rivendichi, che non tutte le persone trans sostengono tali idee, e soprattutto che non le sostieni (più) tu. Sarebbe invece sbagliato sostenere che si tratti di un semplice quiproquo. Non lo è. Questo è anzi oggi “il” motivo fondamentale del cozzo in atto fra movimento trans e mondo femminista. Nel mondo anglosassone, ma anche da noi.
Le donne sono discriminate in base al loro sesso biologico di nascita (e, nel fenomeno degli aborti selettivi, perfino prima della nascita). Le donne trans sono invece discriminate in base alla loro identità di genere, non in base al loro sesso biologico. Non si tratta minimamente della stessa cosa, perché come tu mi insegni, sesso e genere sono due cose ben distinte fra loro.
Se non lo fossero, la transessualità non sarebbe né possibile, né concepibile (e infatti sia le Sentinelle in piedi, sia il determinismo biologico femminista, non la ritengono neppure concepibile).


Aggiungo che concordo con te laddove scrivi, di passata, che non c’è nulla di “sbagliato” nel corpo di una persona trans.
Anche io combatto la retorica del “nat* un un corpo sbagliato“. Non esistono corpi “sbagliati”. Ogni corpo è infatti la esatta espressione di quel che il codice genetico ha stabilito che fosse. Ogni corpo è quindi “giusto”, ivi incluso quello della persona “nata differente”, anche se poi, ahimè, non ogni corpo è sano, sfortunatamente per chi nasce con gravi handicap o con condizioni letali.
Ma non è questo il caso delle persone trans. Il loro corpo, nella grande maggioranza dei casi, è “giusto”. Esprime cioè fenotipicamente in modo corretto i cromosomi xx ed xy di cui è il portatore. L’intersessualità è infatti un fenomeno totalmente distinto dalla transessualità, come le persone intersessuali si stanno sgolando a ripetere, inascoltate.

Come ancora tu m’insegni, quello che è “sbagliato” nella persona trans è semmai l’allineamento fra sesso biologico e percezione (ossia l’identità personale) di appartenere o meno al genere atteso per quel corpo, se non addirittura a quel corpo stesso. Questo disallineamento è chiamato disforia, termine che indica la sofferenza interiore e istintiva causata dal pensiero di appartenere al genere non di elezione.
È giusto intervenire per non costringere (senza che la società ne tragga nessun beneficio) chi è nat* con questa condizione a passare una vita di sofferenza interiore, di dissociazione, in una parola: di disforia di genere. Come sai, sostengo la “piccola soluzione” (o comunque tu voglia chiamare la possibilità di correggere il solo nome sui documenti, senza modificare il sesso sull’atto di nascita e senza porre come precondizione, a chi fa la richiesta, di sottoporsi a una chirurgia demolitiva e a bombardamenti farmacologici. Ovviamente per chi invece aspira personalmente a poterlo fare, è un altro discorso).
Essa avrebbe infatti il vantaggio di rendere socialmente più semplice la transizione al genere di elezione, senza più obbligare con la forza nessuno a tagliare e riempire di ormoni corpi che funzionano perfettamente secondo il programma genetico che hanno ricevuto in eredità dai genitori.
Ne guadagna l’individuo (non esistono interventi medici privi di effetti collaterali, anzi la medicina della riassegnazione di genere ne pullula), ma anche la società, che non ricava nulla a costringere alla terapia a vita una persona che da sola riuscirebbe tranquillamente a farne a meno, trovando il proprio equilibrio grazie al banale atto di correggere una patente o una carta d’identità. Lo faceva un secolo fa la polizia di Berlino, non capisco perché oggi dobbiamo fingere che sia una cosa inaudita!
Il movimento lgbt, che in passato s’era occupato (invano) della questione, dovrebbe ricominciare ad occuparsi di rivendicazioni semplici ma concrete come questa, invece di impantanarsi in assurdità prive di valore pratico, come la “degenderizzazione” dei cessi, che servono solo a distoglierci dai veri problemi delle persone trans: il lavoro, la famiglia, la scuola, i rapporti sociali quotidiani. In una parola: la vita, non l’iperuranio queer.


Io considero che rivolgersi a una persona trans usando il genere con cui si identifica sia  prima di tutto una questione di buona educazione. Se una signora vuole che la chiami signorina anziché signora, non mi costa nulla farlo. E se vuole che la chiami signore, non mi costa nulla di più… a parte lo sforzo di vincere il condizionamento sociale a non “misgenderare” le persone, che come chiunque altro io ho ricevuto fin da pupattolo — ma questa è un’altra storia.

Su questo insomma credo che la pensiamo nello stesso modo. Almeno, spero.


Resta da dire sulla proposta in sé, ossia: mettiamoci d’accordo sul fatto che, quando parliamo fra noi, “femmina e maschio” indicano convenzionalmente il solo sesso biologico, e “donna e uomo” indicano il solo genere, sia parlando di ruolo che d’identità.

Ci ho pensato e la trovo ragionevole, in quanto nella lingua che parliamo questa distinzione, sia pure in modo implicito, esiste già.

Noi parliamo infatti già ora del “maschio” e della “femmina” del lupo, o della formica, o della foca, segno che questi termini sono associati dalla convenzione linguistica al sesso biologico, ad esclusione del genere, che è un costrutto sociale esclusivo della razza umana.
Usiamo invece “donna” e “uomo” come definizioni esclusive e non applicabili ad altre razze animali per definire quegli esseri che sono gli unici nel regno animale a possedere un genere: noi.
Dunque, si tratta solo di decidere di riconoscere esplicitamente una distinzione che nella lingua è già presente in modo implicito.


In margine e per concludere: visto che parliamo di lingua, c’è un appunto interessante da fare, che magari non interessa troppo te, che hai interessi diversi rispetto ai miei, ma che io come fu giornalista, ossia fu lavoratore del linguaggio, giudico intrigante.

Stanno emergendo in Rete analisi su come l’approccio al genere tipico degli adepti anglofoni del culto trans esprima la visione del genere (che è un concetto grammaticale, non dimentichiamolo, pescato dalla grammatica esattamente perché nella lingua esso è indipendente dalla effettiva appartenenza a un sesso dell’oggetto o del fenomeno designato) di chi parla una lingua come l’inglese che ha perso il genere grammaticale, a parte poche vestigia (nei pronomi eccetera).

Chi parla, come noi, una lingua dotata di generi, sa che “il” tavolo non è un maschio e che “la” sedia non è una femmina. Si tratta di pure convenzioni: è così “perché sì!”. “Il mare” in francese è femminile e “la coppia” è maschile, laddove in spagnolo “il sale” è femminile: perché? Perché sì!
Non che questi fenomeni non abbiano una ragione. Ma si tratta di ragioni di pura evoluzione linguistica. In italiano molti plurali neutri che in latino finivano in “-a”, quando il genere neutro è scomparso, sono stati assorbiti dal genere femminile anche laddove il singolare era assorbito dal maschile: “l’uovo” e “le uova”, “il lenzuolo” e “le lenzuola”, “il dito” e “le dita”, “l’osso” e “le ossa”, “il braccio” e “le braccia” eccetera. Qui la desinenza in “a”, percepita come femminile, ha determinato per analogia il genere. È successo così, ma avrebbe potuto succedere altrimenti, anzi sta già succedendo: i nostri avi dicevano anche “le castella”, mentre oggi noi diciamo “i castelli”: il maschile di “castello” un po’ per volta ha finito per inglobare anche il femminile del plurale. Perché? Perché sì!
E in tutta questa evoluzione, nessuno o niente ha mai cambiato “sesso”.
E tutti noi lo sappiamo benissimo.

Bisogna quindi essere anglofon*, oppure occorre essere Judith Butler, per credere che queste pure convenzioni arbitrarie determinino il nostro modo di pensare, di concepire il mondo.
Bisogna in altre parole essere anglofon* per credere che chiamando “zir” e “ze” una persona io ne avrò una percezione sostanzialmente, e non solo formalmente, differente.
Infatti, come loro solito, i queer hanno invertito il rapporto di causa-effetto.

Judith Butler, che è una docente di letteratura comparata e di retorica, credeva di  insegnare al mondo come funziona il genere. E invece stava solo imparando come funzionano i generi grammaticali nella lingua inglese.
Un errore non inatteso per chi, come i postmodernisti “queer”, tratta la realtà come “logocentrica“, e i fatti della realtà come “narrazioni

Il tuo fedele nemico: Giovanni Dall’Orto

11 pensieri su “Giocare a capirci, fra LGBT

  1. Premetto che non credo all’identità di genere né al determinismo biologico, non capisco la sua presa di posizione sulla “piccola soluzione”: è un tentativo di aiutare chi affronta l’inizio della propria transizione o solo la mera e arbitraria affermazione della propria “identità” stile GRA britannica?

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      1. Anch’io sostengo che la piccola soluzione sia di grande beneficio per ftm/mtf all’inizio della transizione e del trattamento ormonale, l’incongruenza tra nome sui documenti e aspetto fisico ha da sempre provocato notevole disagio e imbarazzo; da quello che lei scrive – “la possibilità di correggere il solo nome sui documenti, senza modificare il sesso sull’atto di nascita e senza porre come precondizione, a chi fa la richiesta, di sottoporsi a una chirurgia demolitiva e a bombardamenti farmacologici. Ovviamente per chi invece aspira personalmente a poterlo fare, è un altro discorso”- non mi è chiaro se consideri il desiderio di transizionare fisicamente come un prerequisito trascurabile; per farla breve, è sufficiente la rettifica dei documenti senza modificare il proprio aspetto (senza passing insomma)?

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  2. Ciao Joy, sono il Nathan a cui Giovanni risponde col suo articolo.
    A quanto ho capito, tu sei a favore di un “anticipo” di cambio nome per chi la transizione tradizionale vuole comunque farla, ma non per il “cambio nome” a chi (come me e tanti altri) non faranno la transizione medicalizzata (però non collegherei troppo i concetti di medicalizzazione e passing, perché in direzione mtf ci sono davvero donne trans non med con un ottimo passing e viceversa trans med senza passing).
    Premetto che io condivido il problema dell’ “arbitrarietà” nel cambio nome. Capisco il problema legato a quel tizio che, per sport, o per provocazione, andrebbe a “cambiare nome” in Jessica, e che quindi vada messo uno sbarramento, ma siamo sicuri che l’unico sbarramento possibile sia la medicalizzazione?
    Perché non, ad esempio, un percorso psicologico ben fatto e con professionisti formati?
    Non penso che le soluzioni siano solo due: transizione con obbligo di cambio fisico OPPURE cambio nome a chiunque lo chieda, in giornata e senza richiesta di motivazioni.
    Ecco, io chiedo altre soluzioni, perché se la proposta dovesse mai arrivare in Italia, i primi ad essere preparati su eventuali falle e contraddizioni dobbiamo essere noi attivisti T.
    Scusate l’intrusione

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    1. Grazie delle risposte.
      Comunque nei commenti Facebook Giovanni lei identifica l’identità di genere come innata, mentre il genere come costruzione sociale (e io concordo con quest’ultima), non pensa sia una contraddizione? Se il genere è arbitrario e costruito socialmente, come può l’identità essere innata? Il mio pensiero non è affatto radicato nel determinismo biologico, tutt’altro.
      So che articolare un dialogo su determinate piatteforme può essere frustrante e poco esaustivo, sono pronta a un confronto costruttivo a Milano, se vi garba.

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      1. Io non ho problemi a confronti di persona. In realtà più che sull’innatismo ho scritto sul fatto che è un concetto distinto dal ruolo. Penso che anche Giovanni non abbia problemi a confrontarsi dal vivo.

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  3. Nemmeno io, non vi sto certo sfidando, parlavo di avere un confronto, mica di accusarvi di codardia; avete letto la parte finale della mia replica?

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  4. Scusi Giovanni se rispondo ancora sul suo blog, ma non ho un account Facebook; la sua analogia con l’arto fantasma è a dir poco patetica e offensiva, lei sa che per sperimentare una tale esperienza è necessario possedere precedentemente l’arto mancante? Che attinenza ha con le persone trans? Il paragone con l’arto fantasma è ridicolo e fallace, dato che i “transessuali “(virgolettato poiché lungi da me definirli “altro”, sono -siamo- esseri umani come me e lei e non una categoria a parte) sono anatomicamente integri e sono indotti dall’industria farmaceutica a rettificare il proprio corpo spinti dal miraggio di poter ottenere l’inattuabile.

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