Contro la Santa Inqueerizione. (Critica a una critica ben poco critica).

Non c’è niente da fare, è più forte di loro. Ogni volta che i fedeli del culto queer devono fingere d’essere capaci di dibattere, non ce la fanno, e finiscono per affermare che il solo modo sensato per dibattere è costringere al silenzio chi non la pensa come loro.
Così è stato anche nel caso della recensione che Laura Scarmoncin ha dedicato all’ultimo libro di Daniela Danna, La piccola principe, sul sito “Intersexioni”.
Il titolo, Della transfobia e di altri demoni femministi, svela fin dall’inizio la propria natura d’esorcismo, da parte della Santa Inqueerizione, contro il “démone femminista“.

In esso leggiamo la seguente perla, che sono certo che lo stesso Torquemada avrebbe fatto copiare in lettere d’oro:

Ammiro Daniela. È un’intellettuale – una sociologa – molto capace e creativa. È anche una militante lesbofemminista indefessa e combattiva. Il fatto che io mi trovi spesso in disaccordo con le sue posizioni non la elimina dall’orizzonte delle persone con cui voglio instaurare un dialogo accorto e riflessivo, difendendo, contro gli schieramenti ideologici autoreferenziali, quella complessità di sguardo che solo lo scambio può generare.
Ma questo libello mi ha raggelata, per contenuto e stile, e sono arrivata a pensare che sia davvero necessario che la sua voce venga arginata/messa a tacere, nel pubblico, perché ciò che dice non è solo sbagliato, ma anche e soprattutto dannoso per le esperienze, le vite, la politica delle persone trans* – che è affare anche di chi trans* non è.
Questo è un libro dai presupposti transfobici che sostiene una visione transfobica, plain simple.
Non è questione di censura, ma di dar voce a una contronarrazione decisa e autorevole, collettiva e polifonica, per smascherare e depotenziare il discorso di Danna e delle persone che lo condividono (siano destrorse o femministe).

(evidenziamento in rosso aggiunto da me).


Purtroppo, come ho già avuto modo di notare, il bisogno di zittire i dissenzienti non è il passo falso individuale di quest* o quell* intellettuale “queer”/”intersezionalista”. Esso è infatti un carattere costitutivo del pensiero postmoderno, di cui anche l’intersezionalismo queer fa parte.

Il dogma centrale del pensiero postmoderno è infatti che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni“. Il mondo in cui viviamo è un continuum fluido e indistinto, senza confini tra un fenomeno e l’altro. Siamo noi esseri umani che, circoscrivendoli con le nostre parole, col nostro “logocentrismo“, ritagliamo dal continuum indistinto le figurine distinte dei “fatti” e dei “fenomeni”. La realtà è dunque fatta non da cose, ma da “discorsi”, da “narrazioni”. Per esempio, l’omosessualità non esisteva prima che i medici la battezzassero nel 1869. Essa è una costruzione sociale del tutto arbitraria, un ghetto,  una gabbia, che va “decostruita” in modo che tutti torniamo ad essere “fluidi” come eravamo prima del 1869.

Ma se sono le parole a creare la realtà, allora ammettere una “narrazione” diversa dalla nostra implica permettere ad altri di creare un mondo in contrasto con quello che lottiamo per creare. E non esistendo criteri oggettivi per stabilire cosa possa essere vero o falso (“tutto è narrazione”!) restano solo i rapporti di forza a stabilire cosa sia vero e cosa no. “Might makes right”. È la forza, il Potere, a stabilire cosa sia giusto e legittimo.
Ecco perché è non solo legittimo ma addirittura logico impedire con la forza agli avversari di parlare.
Ed ecco anche perché il dibattito, come quello reclamato da Daniela Danna, non solo è inutile, ma è “anche e soprattutto dannoso per le esperienze, le vite, la politica delle persone“.

Per chi crede che esistano “fatti”  suscettibili d’infinite “interpretazioni”, non c’è niente di strano se due persone hanno punti di vista diversi sullo stesso fenomeno. Come dice la parola, si tratta di “punti di vista”: ossia, la stessa statua, vista dal davanti e da dietro e dai fianchi, fornisce “punti di vista” tra loro differenti. Il dibattito, a questo punto, servirà a scoprire che magari i punti di vista, saldati fra loro, ci forniscono la visione dell’intero giro attorno alla statua a 360°.
Ma per il postmodernismo non esistono “punti di vista” diversi su uno stesso “fatto”. I fatti sono i punti di vista.


Questo dispregio per i fatti e questa cura esclusiva per le “narrazioni” fa sì che Scarmoncin non si preoccupi mai, nella sua stroncatura di Danna, di spiegarci quali siano i “fatti” (ahi) su cui Danna a suo dire sbaglierebbe…

Scarmoncin non entra mai nel merito delle punti di vista di Danna, per smantellarli con un affilato uso della critica. Tutto ciò che riusciamo a sapere da lei è che Daniela Danna è transfobica, e quindi non ha il diritto di parlare, perché gli universi che la sua parola crea sono pericolosi per le persone trans. Fine.

Peccato però che a pronunciare la condanna per “transfobia” sia un giudice come Scarmoncin che è l’ennesima, la millesima, la milionesima persona queer non trans che si mette a parlare a nome e al posto delle persone trans, senza che nessuna persona trans l’abbia mai autorizzata a farlo.
A Daniela viene rimproverato di aver parlato della realtà delle persone trans senza dare loro voce, il che non solo è esattamente ciò che fa questa critica, ma è pure falso. Per scrivere il libro infatti Daniela si è basata fra l’altro anche su testimonianze di persone trans ftm che hanno “detransizionato” (ossia che hanno cambiato idea rispetto alla scelta di, come si dice volgarmente, “cambiare sesso”).
Scarmoncin ha deciso d’imperio che queste persone non hanno il diritto d’essere contate come trans, praticando così l’ennesima “trans erasure” in cui una persona cosiddetta cisgender decide lei d’imperio chi abbia e chi non abbia il diritto di dirsi trans, togliendo così il diritto di parola non solo a Daniela, ma anche e soprattutto alle persone trans citate da Daniela (che non hanno mai cessato d’essere trans solo perché hanno valutato che la transizione non fosse necessariamente la soluzione più adeguata della loro disforia).


Rivendico il diritto di dissentire, se necessario, dalle tesi di Daniela Danna, il cui modo di esporre è a volte troppo veemente ed estremo per me, come ho anche avuto il modo di dirle di persona. Il che non toglie però che Daniela debba comunque avere il diritto d’esprimere le proprie idee senza censure. Se dice stronzate, be’, la si confuterà… se davvero si è capaci di farlo! (Simoncin, palesemente, non lo è, tant’è che si guarda bene dall’entrare mai nel merito delle tesi di Danna). È così che funziona il dibattito culturale e politico. Ma impedirle di parlare perché “tanto i suoi pensieri sono solo stronzate” , è puro e semplice fascismo.

Il reato di “crimine di pensiero” è un’invenzione del romanzo di fantascienza 1984, che per fortuna non è diventato realtà nella data prevista da George Orwell. Facciamo allora in modo d’impedire all’intersezionalismo queer di avverare lui questa profezia, sia pure in ritardo…

Giovanni Dall’Orto.

P.S. Visto che mi è stato chiesto dopo la pubblicazione: no, questa NON è una recensione al libro di Danna, che non ho letto. E’ una critica della metodologia tenuta nella recensione di Simoncin (l’ho scritto perfino nel titolo: lo vedete?), in particolare rispetto all’idea che sia lecito se non doveroso impedire di parlare a chi dissente da noi.
Io sono contrario alla proibizione di stampare il Mein Kampf.  Sono semmai favorevole ad istruire i lettori, in modo che notino da sé come esso sia basato su affermazioni dimostrabilmente false. Sì l’ho letto, ed è un testo ridicolo, di nessuna profondità e di nessun pericolo. Il pericolo non venne infatti mai dal Mein Kampf, bensì dalla compiacenza e complicità con cui Hitler fu accolto quale salvatore dal pericolo sia del comunismo sia anche, e questo lo si dimentica sempre, della voracità inesausta d’un ultraliberismo privo di limitazioni.
Da questo punto di vista, leggere il Mein Kampf sarebbe semmai oggi un esercizio doveroso, perché utile ad aprire gli occhi sul pericolo insito nel lasciare, come in questo momento, briglia sciolta al liberismo e alla sua avidità, che è incapace di porsi limiti da sola prima di arrivare al disastro. Altro che proibirne la lettura!

2 pensieri su “Contro la Santa Inqueerizione. (Critica a una critica ben poco critica).

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