Vi spiego perché “non-binary” non ha senso

[Da Facebook]
Gentili interlocutori “trans non binary” che me lo avete contestato, vi spiego in modo molto semplice perché ho affermato che il concetto di “non binary” non ha senso. E per farlo parto proprio dalla vostra esperienza.

Una persona trans ftm che si identifica come “uomo trans non binary”, in una futura società non binary, in cui uomini e donne faranno e diranno esattamente le stesse cose, in che senso potrebbe mai dirsi “uomo”? Cosa lo distinguerà da una “donna” non-binary? Cosa vuole insomma dire la sua affermazione di essere “uomo”, se poi lui si colloca al di là del binarismo dei generi?
In questa ipotetica società non binary la sola distinzione possibile sarebbe infatti quella biologica, sessuale, e da questo punto di vista la persona trans ftm da cui ho preso le mosse non potrebbe essere un uomo.
Dunque, cosa potrebbe essere? Né l’una né l’altra cosa? Ma voi accettereste forse l’idea di non essere uomini?
Siamo insomma di fronte a una contraddizione in termini, causata dalle contraddizioni della teoria queer, specialmente dal vizio ormai sistematico di confondere sempre “sesso” e “genere”.

I queer sbagliano perché trascurano intenzionalmente il fatto che il genere, di per sé, è solo il modo in cui una società reagisce all’esistenza dei corpi sessuati e ne interpreta il senso. Ossia, il genere è ciò che in ogni società la società stessa pensa che significhi il fatto che la biologia dei mammiferi (quindi, anche degli umani) prevede due sessi. Una società patriarcale reagirà sancendo l’inferiorità delle femmine. Una società non patriarcale come quella per cui lottiamo, reagirà sancendo l’esatta equivalenza di maschi e femmine, salvo nel campo che li distingue: la procreazione. Una società matriarcale, infine, reagirà sancendo la superiorità delle femmine.


Ciò che c’è di sbagliato nel genere sono dunque i ruoli obbligatori, non il costrutto sociale in quanto tale.
Che, essendo i sessi due, può essere solo “binario”.
Vero, una società può affermare che se lo zero è comunque un numero, allora “nessun sesso” è comunque un sesso. Quando gli antichi romani definirono sarcasticamente gli eunuchi un “tertium genus hominum” [HistoriaAugusta, “Severus Alexander”, 23.7], ossia un “terzo sesso umano”, riconobbero un potenziale terzo sesso.
E se è ammessa la sottrazione che porta al neuter [“né l’uno, né l’altro”] allora andrà logicamente ammessa anche l’addizione che porta all’uterque [“sia l’uno, sia l’altro”]: ed ecco l’androgino, l’ermafrodito caro alla mitologia sia religiosa che medica.

Ammettiamo perciò pure *quattro* possibili generi (dopo tutto, la grammatica latina e greca ne conosce tre, senza nessun dramma), anche se le opzioni per la riproduzione sessuale restano comunque solo due.

La domanda che pongo giunto a questo punto è: in che modo un sistema basato su quattro generi, in cui i bambini venissero costretti con la violenza ad aderire ad uno dei quattro generi (come in Iran, dove i bambini gay vengono costretti a diventare eunuchi, pena la morte), sarebbe più libero di un sistema “binario”? Qualcun* vede differenze? No.
Palesemente il problema sta nella costrizione, non nel numero dei generi.

Per farla breve, può esistere una società binaria non oppressiva, ed una società non binaria oppressiva. Niente ci impedisce di pensare ad una società “nonbinary” in cui oltre ai due ruoli tradizionali esista il terzo ruolo “nonbinary“, in cui sei obbligato a riconoscerti se rifiuti gli altri due. In parole povere, anche il “nonbinarismo” può diventare un ruolo obbligatorio che comporta sanzioni per i devianti, come già succede all’interno di molto ristrette (per fortuna!) communities virtuali sui social media., nelle quali il minimo sgarro dall’ortodossia e dal gergo interno del gruppo comporta veri e propri linciaggi collettivi e l’espulsione sotto forma di “ban“.

Io credo in una società senza ruoli di genere imposti, e non in una società senza generi, come fanno la teoria queer o il femminismo biologista.
In una società in cui saremo liber* di scegliere qualsiasi ruolo sessuale, è inevitabile che alcune (fosse pure poche o pochissime) di tali scelte coincideranno con i ruoli “tradizionali”. Ma questo non implicherebbe l’assenza di libertà, anzi ne sancirebbe la presenza (una società in cui chiunque sarebbe libero di aderire a qualsiasi ruolo di genere, tranne quelli “tradizionali”, sarebbe ancora una società che impone un “sistema del genere” ai suoi membri).

Ed alla fine, anche la persona che si dice “uomo trans non binary” crede nella stessa cosa. Solo che, accecato dagli slogan queer, ancora non lo sa.


nonbinary2
Per quanti volessero per forza i paroloni difficili, aggiungo che anche volendo metterla in paroloni  strettamente butleriani la pretesa di scegliere di essere “agender” o “genderfluid” è ridicola: per la Butler infatti il genere è un sistema, pertanto non possiamo “chiamarcene fuori”. Esso ci viene assegnato alla nascita dall’esterno, non lo scegliamo noi dall’interno. Giustamente, se davvero potessimo sceglierlo a nostro piacimento o capriccio, non sarebbe un sistema, e non avrebbe nulla di oppressivo!

Addirittura, secondo la Butler, il genere è così pervasivo che esso impronta di sé anche la nostra percezione dei sessi biologici che, ovviamente, esistono, ma vengono conosciuti e percepiti da noi solo attraverso la lente deformante, ossia binarista, del sistema del genere.

A mio parere qui Butler sbaglia, ma non importa, non è questo il punto: qui, il punto è che un maschio che si tinge i capelli di blu e poi si aspetta che sia sua madre a fare la spesa e a cucinare e lavargli i calzini, non è minimamente genderfluid o nogender. È solo un maschilista, bamboccione, con i capelli blu.

L’abolizione del sistema del genere, che è l’obiettivo dei movimenti femminista prima e gay poi, non sa cosa farsene dello scambio del vestiario o dei pronomi, su cui si concentra tutta la “militanza” queer, perché più concretamente punta all’abolizione dei ruoli sociali e sui rapporti di potere associati al sesso di nascita.
Ecco perché il fatto di avere occultato quale ruolo abbia il sesso biologico nel sistema del genere, per concentrarsi solo sul genere stesso (che del sesso è solo manifestazione socialmente costruita), ha giustamente portato a un cozzo col femminismo.
Non basta affatto cambiare pronomi e pettinatura per abolire il sistema del genere, e tanto meno l’oppressione delle donne. Occorre cambiare il sistema sociale, la cultura, i ruoli, le attese che gli altri hanno rispetto a noi.

Né il sesso né il genere sono “sentimenti” o ” sensazioni”. Sono pacchetti di dati, alcuni biologici, altri sociali, altri culturali, che solo in parte le nostre “sensazioni” possono modificare. Per modificare i fatti occorrono infatti azioni, non emozioni. Occorrono progetti di società, non “safe spaces“.
In un regime di schiavitù, non mi basta “sentirmi” libero per esserlo. Nessuno schiavo è mai diventato libero “identificandosi” o “sentendosi” tale. Occorre l’abolizione del regime della schiavitù, per poter essere liberi.
E per ottenerla, occorre fare politica, mostrando la propria faccia, e al di fuori delle “camere d’eco” di Internet.

Giovanni Dall’Orto

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