Omosessualità e transessualità come “inversione” (un poco di storia)

Oggi concedetemi un poco di pazienza perché la cultura non è mai facile, ma vale sempre lo sforzo che le si dedica.

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Mario (Maria Alice) Bertolotti, 1951. Ne parlano alcuni articoli qui.

Nell’articolo dell’immagine sullo sfondo del titolo (che può essere ingrandito e letto su Wikipink), viene riferita la posizione di Cesare Lombroso (1836-1909) al congresso di antropologia criminale del 1906 (ho tradotto qui l’intervento che pronunciò in quella occasione).
Secondo il giornalista, Lombroso disse di non capire come mai gli studiosi non accettassero l’idea che la tendenza a delinquere fosse un tratto innato (per lui era addirittura genetica, visto che era trasmissibile di padre in figlio), quando poi invece accettavano l’idea che potesse esserlo l’omosessualità (evidentemente lui pensava che fosse un comportamento acquisito: era bravissimo a capire le cose alla rovescia).

La frase esatta dell’articolo dice: “Il Lombroso ebbe a dire che egli non ha mai potuto capire perché molti psicologi valenti che riconoscono la figura dell’omosessuale nato (inclinazioni innate a costumi femminili di soggetti maschili, e viceversa) non ammettono invece il tipo del criminale nato” eccetera.

A me interessa, e vi sottopongo, quell’inciso che ho evidenziato col grassetto. A me non pare che Lombroso abbia detto esattamente quello, tuttavia se non è stato lui è stato il giornalista, e per me è lo stesso, dato che quanto mi preme far notare è la maniera di concettualizzare qui l’orientamento omosessuale come una conseguenza dell’adesione o meno al ruolo di genere maschile o femminile.

Secondo quella frase (che peraltro esprime un punto di vista che nel 1906 era “ovvio” per quasi tutti) il ruolo di genere è innato. È una pulsione, è un comportamento dettato dal nostro istinto animale, composto di vari elementi che però si possono solo avere tutti in blocco, un po’ come non si può avere “o” il cuore “o” i polmoni, ma solo entrambi insieme.
Quindi, se per motivi genetici nasci con una “inclinazione innata” verso i “costumi femminili“, allora essa porterà con sé anche un orientamento omosessuale. Non, l’inverso.


Ora, questa visione è la stessa che ha fatto di recente inghiottire gli studi gay e lesbici dagli “studi di genere”, con i quali non c’entravano un emerito nulla, ed è la stessa che ha fatto attaccare alla sigla lgb tutta una serie di transgenderismi che hanno il loro fulcro nella questione di genere, e non in quella dell’orientamento sessuale. L’orientamento sessuale, in questa visione delle cose, è un aspetto marginale, una conseguenza, del genere.

Questa visione delle cose è la stessa che rispunta dalle “terapie riparative” di “no gender” e sentinelle in piedi, “terapie” basate sull’idea che l’uomo gay sia tale perché ha avuto un’educazione troppo femminile, quasi che la femminilità portasse obbligatoriamente inglobata in sé l’attrazione sessuale per il maschio. E viceversa. Anche in questo caso l’orientamento è visto solo come un epifenomeno del ruolo del genere.

Questo concetto nasce dal fatto che una parte del pensiero eteronormativo non riesce a pensare all’orientamento sessuale come a una variabile indipendente, vera in sé, ma solo come a una conseguenza dell’appartenenza a un sesso e a un ruolo sessuale, inscindibili fra loro. Se sei maschio ti “devono” piacere le donne, se non ti piacciono le donne ma i maschi, “allora” sei una femmina. (O una “femmenella”). Perché amare i maschi è ciò che le femmine – e solo loro – fanno “per istinto”.

Certo, la storia ci mostra che questa confusione non è necessariamente e in ogni caso frutto di malvagità e cattiva fede. Talora esprime semplicemente un disorientamento, specie nel XIX secolo, quando l’opzione omosessuale era, letteralmente, inaudita e impensabile, e le idee sulla sessualità umana erano piuttosto marasmatiche, derivando dai manuali di teologia morale e non da studi scientifici (che non avevano ancora affrontato il tema).
Lo dimostra il fatto che il popolarizzatore del concetto di “terzo sesso” nel XIX secolo non fu un omofobo con la bava alla bocca, bensì lo stesso primo militante omosessuale della storia, Karl Heinrich Ulrichs. Che descrisse l'”uranista” come un maschio dotato di una “anima – cioè psiche – femminile rinchiusa in un corpo maschile“, definizione che oggi non utilizzeremmo più per descrivere una persona omosessuale, ma solo per una persona trans.


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Eugen(ia) Falleni (1875-1938)

Ho discusso di recente con Nathan Bonnì delle “passing women” (donne vissute come uomini) che ho continuato a scoprire man mano che procedevo nel lavoro di spoglio dei periodici otto- e novecenteschi che ho concluso lo scorso dicembre (il cui risultato ho messo online su Academia.edu)

 

Nathan era parecchio infastidito dalla definizione di “women” dato a questo gruppo di persone dalle prime storiche che l’hanno studiato, perché ai suoi occhi esso implicava che anche quelle persone nate con cromosomi XX che dichiaravano di sentirsi uomini, volevano essere definite al maschile, e si vestivano da uomini, fossero poi comunque da considerare “donne”. No, in realtà la cosa non è esattamente in questi termini.
Esiste infatti una difficoltà oggettiva nel distinguere in modo storicamente corretto chi fosse cosa, in questo gruppo di persone. Esso ingloba infatti condizioni umane che oggi percepiamo come distinte, ma che prima della diffusione del concetto di “transessualità” (avvenuta a partire dall’anno 1949), erano confuse in un’unica categoria, quella della “inversione sessuale“.
Che come abbiamo appena visto era percepita più come una inversione del ruolo di genere, che a sua volta causava un’inversione dell’orientamento sessuale, che come l’opposto.

Dunque la storica o lo storico che si trova in mano questi documenti spesso non capisce se la persona di cui si sta parlando fosse una lesbica butch, un uomo trans, o semplicemente una donna eterosessuale e “cisgender” che però rifiutava il ruolo femminile (virago).
Qui la storica o lo storico deve muoversi con prudenza, perché se decidiamo in blocco che tutte queste persone erano trans, commettiamo il reato di “lesbian erasure“, ossia di cancellazione della presenza lesbica/butch dalla storia delle donne, reato di cui prima della nascita del movimento lesbico un certo femminismo “perbene” era giulivamente felice di macchiarsi, e di cui oggi si sta giulivamente macchiando un certo pensiero queer.
Se invece decidiamo che nessuna di loro lo era, perché prima del 1949 il concetto stesso di “trans ftm” non esisteva neppure, allora commettiamo il reato di… pensiero queer, che come è noto a tutti aborro: i fenomeni non hanno bisogno delle parole che li designino per esistere. Esistevano persone trans anche prima che esistesse una parola per definirle! Semplicemente, non erano chiamate “trans”. Eccetera.

Come se non bastasse ancora, la transessualità era in passato confusa pure con l’intersessualità, e letta come una specie di “ermafroditismo occulto” (ho trovato spesso usate le definizioni di “donna-uomo” e “uomo-donna” per parlare d’individui che ai nostri occhi sono chiaramente trans, e non, intersessuali), che veniva descritto tout-court come “anomalia fisica“, anche quando nessun esame fisico era stato condotto.


Alla fine di questo scambio d’idee Nathan mi ha chiesto di registrare le considerazioni che ci eravamo scambiati sulle persone nate di sesso femminile che vissero (con successo maggiore o minore, per periodi brevi o per tutta la vita adulta) in abiti maschili nel passato, e ne ha fatto un video che ha pubblicato sul suo blog, assieme a un post di sue considerazioni.

Specifico che io sono uno storico gay di sesso maschile, e quindi la mia cognizione del fenomeno delle passing women, che fin qui è stato terreno di studio soprattutto della storiografica lesbica e femminista, deriva tutto di seconda mano dalle ricerche di queste storiche.
Io mi baso sul loro lavoro e non ho assolutamente la pretesa di aver scoperto qualcosa di nuovo su questo argomento, a parte qualche decina di articoli di giornale, che spero potranno in futuro servire a chi  vorrà approfondire il tema.
In effetti, trovo che l’attuale assenza di una storia del fenomeno transessuale, sia una delle lacune maggiori nel dibattito sul rapporto fra mondo lesbico e gay da una parte, e mondo trans e queer dall’altra. Ma questo è un altro discorso.

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