Ancora sul “pene femminile”

blackunicorn


[Traduzione] “Il mio pene è un pene femminile. Il mio pene è un organo femminile. Il mio pene è femminile e da donna, perché io sono tale. E non andrà da nessuna parte.
Una vagina NON è intrinsecamente femminile. Un pene NON è intrinsecamente maschile.
Le parti del corpo NON ci dovrebbero definire. E i genitali NON dovrebbero essere le nostre identità. Semplicemente, ciò non è un dato di fatto. Non socialmente. Non scientificamente. Non “biologicamente”.
Noi siamo cooosì tanto più di ciò che la gente pensa (sic) che stia fra le nostre gambe, e non le dobbiamo nessun cambiamento di noi stess* per adattarci alla sua casellina. NON glielo dobbiamo, solo per metterla a suo agio con la nostra conformità. (omissis).



Oggi sul profilo Facebook di “The last black trans unicorn” è apparsa qui:  https://www.facebook.com/196350104431464/posts/381961109203695/ questa geremiade delirante, di cui ho appena tradotto un estratto, e che, nel suo estremismo, illustra cosa s’intenda quando si parla di “transcult” (si leggano anche i commenti estatici, assolutamente istruttivi sul fatto che siamo di fronte a una setta para-religiosa, non a una visione politica) .
Condivido un unico punto di tutto questo delirio: nessuno si può arrogare il diritto di obbligare nessuno a mutilare o medicalizzare o modificare il proprio corpo solo per conformarsi a nessun “ideale”.  Esattamente per questo sono un sostenitore della “piccola soluzione“.
Dopodiché la mia obiezione è che un corpo che non si conforma a un ideale è per definizione… un corpo non conforme (ebbene sì), e che in questo fatto non c’è proprio niente di male. Si tratta d’un corpo che amplia la definizione di ciò che significa essere un maschio, che amplia le possibilità di esprimersi, agire, presentarsi socialmente di un corpo che comunque dal punto di vista strettamente biologico maschile è, e maschile resta. Esattamente come il corpo d’una donna (socialmente, legalmente e personalmente tale) con Sindrome di Morris è, dal punto di vista biologico, maschile.
Nel caso del nostro unicorno si tratterà d’un corpo maschile con un’espressione di genere e sociale femminile. Il che è perfettamente ok. Non è un reato (la legge lo prevede espressamente), non è una colpa, non è un male, non è una vergogna…. e non è neppure un corpo biologicamente femminile. È solo un corpo biologicamente maschile con una chiara e netta espressione di genere femminile.
È forse una colpa, una vergogna, un reato esserlo? Io dico di no. Si chiama transessualità o transgenderismo, ed è uno dei tanti modi in cui un essere umano può esprimere legittimamente la propria identità di genere.
Peccato che l’autrice di questa geremiade non la pensi così. L’idea di vivere in un corpo “non conforme” alle regole che lei si è auto-imposta, e che vuole imporre a tutti noi, la riempie di sgomento e rabbia.


Premetto che le persone trans con cui mi sto confrontando, a volte con notevole fatica, sono numerose tacche al di sopra di questo livello, e quindi sto citando qui questo delirio queer/postmodernista (della serie: “la realtà fisica non esiste“) non perché io pensi che si tratti della stessa argomentazione, ma esattamente per il motivo opposto: perché il livello di delirio di questo post è fuori scala, tale da rendere impossibile qualsiasi argomentazione logica e coerente, sia contro sia pro.
Il nostro unicorno nero trans ha semplicemente perso il contatto col reale, e vive in un delirio che non solo scambia per la realtà, ma che intende imporre come realtà agli altri, che lo vogliano o no.
Ebbene: chiunque, ha il diritto di vivere in un mondo di fantasia. Ma nessuno, ha il diritto di obbligare gli altri a vivere nel proprio mondo di fantasia.


Si prenda la parte della geremiade che proclama che nessuno ha il diritto di definire ciò che siamo in base ai nostri genitali: essa si basa su un problema creato da questa persona stessa, e non dalla società.
I miei genitali infatti non definiscono “me”. I miei genitali definiscono soltanto il sesso biologico, ossia la classe riproduttiva di individui a cui io appartengo. Non “me” in quanto essere umano. (E neppure me in quanto “maschio” visto che, in quanto gay, non rientro affatto nel ruolo di genere “maschile” che la società aveva previsto per me).
Il mio corpo definisce infatti nello stesso istante mille altre cose: la mia età, la mia cosiddetta “razza”, la mia bellezza, la specie animale a cui appartengo… eccetera.
Pertanto non è affatto vero che la società c’imponga di definire noi stessi “unicamente” in base ai nostri genitali. Al contrario! Soltanto una persona trans che soffra di una disforia sui propri genitali, talmente forte da diventare un’ossessione,  può arrivare a pensare e sentire dentro di sé che essi la “definiscano totalmente”.

Ora, l’appartenenza a un sesso biologico non è cosa di scarsa importanza. Il sesso viene usato per ancorare il sistema del genere, che è il ruolo oppressivo socialmente costruito per dare un ingiusto vantaggio alla classe degli appartenenti a un sesso, rispetto alla classe delle appartenenti all’altro. Le discriminazioni e le oppressioni si basano sul sesso, reale o percepito che sia, e non sul genere. Il genere stesso è in effetti il più potente di questi strumenti d’oppressione. Dunque il sesso biologico (definito in base alla classe riproduttiva a cui apparteniamo) da un punto di vista politico è effettivamente molto, molto importante.
Ciò premesso, però, il sesso continua a non definire affatto “tutto ciò che siamo nei confronti della società”. Si pensi solo a quanto siano importanti la classe sociale, la “razza”, l’età, il potere, l’autorità, perfino l’autorevolezza e in due o tre casi per secolo addirittura la cultura. E nulla di tutto ciò ha sede “in mezzo alle nostre gambe”.


Purtroppo, l’unicorno nero, come tutti i queer, è totalmente incapace di distinguere fra sesso e genere. Per come scrive, per lei il genere “è” il sesso. Non esiste biologia, non esistono fatti, non esiste realtà. Esistono solo le sue percezioni soggettive.

Ora, che una persona creda d’essere un unicorno o una gallina, a me non cambia nulla nella mia vita. Che questa persona viva pure felice da gallina o da unicorno, se lo vuole! Il problema sorge solo quando, per poter vivere da gallina, una persona esige che tutti gli altri esseri umani inizino a vivere in un pollaio.

Miss Unicorno vuole infatti risolvere il problema della sua disforia scatenando la disforia in sette miliardi d’esseri umani, ridefinendo il concetto di sesso in modo tale che vada bene a lei, e male a tutto il resto dell’umanità.
Questo perché qualsiasi persona non transgender ha una body image (immagine di sé come persona dotata di un corpo sessuato) tanto chiara e netta quanto quello di ogni persona transgender.
Ed ha una identità del proprio corpo sessuato che, quando il corpo è biologicamente femminile, non comprende mai un pene. Mai. In nessun caso. Per nessuna ragione. Senza eccezioni. Esattamente come succede nel caso di una persona transessuale mtf.
Siamo di fronte al medesimo tipo di meccanismo mentale perché, o “cis” o trans, siamo tutti esseri umani, esattamente nello stesso modo.


Ciò che “The last black unicorn” non comprende, in altre parole, è che una femmina biologica, di fronte all’idea di possedere un corpo (mi scuso, la definizione corretta è: di fronte all’idea di “essere” un corpo, perché senza un corpo nessuno di noi può esistere!) dotato di pene, prova un rigetto disforico altrettanto forte di quello che prova di norma una donna transessuale.
Il che è ok in entrambi i casi.

Il problema sorge allora solo perché “The last black trans unicorn” teorizza il diritto di liberarsi dal peso della disforia scaricandolo sulle donne biologiche. Idea folle, che non solo impone un confronto in cui l’1% dovrebbe irrealisticamente sconfiggere a braccio di ferro il 99%, ma che scatena pure un contraccolpo che porterà, che sta già portando in questo preciso momento, il 99% ad assicurarsi che il problema non si ripeta mai più, murando tutte le aperture che un tempo le persone trans potevano usare per accedere a un territorio che era semplicemente “altro”, e che ora la guerra “transqueer contro cis” ha trasformato in “territorio nemico”.

Il rifiuto femminista del concetto di “identità di genere”, che nel movimento lgbt abbiamo usato senza problemi per mezzo secolo, e che oggi è sempre più spesso rigettato con violenza come “cavallo di Troia” del culto trans, è solo un primo assaggio di quello che accadrà se il movimento trans non prenderà in modo chiaro e netto le distanza da teorie deliranti di persone che proclamano e affermano di parlare “a nome”, in rappresentanza e a favore del mondo trans, anziché delle loro personalissime fantasie postmoderne.
O il mondo trans farà sentire nel dibattito una voce ragionevole, o si lascerà rappresentare da fanatici religiosi di un culto ottuso, e pagherà le conseguenze di colpe che non ha commesso.

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4 pensieri su “Ancora sul “pene femminile”

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