“Misgendering”

[Nella foto: Jessica Yaniv. Dal suo account Twitter]
Sono stato rimproverato in privato da una femminista (perché qui mi trovo preso tra due fuochi… e mi va bene così!) per avere scritto su Facebook di Jessica Yaniv parlando di lei al femminile. Secondo la mia interlocutrice è essenziale che non si smetta mai di ricordare che Yaniv è nata maschio eccetera.
Ora, vero è che la questione del “misgendering” è stata gonfiata a dimensioni spropositate dai seguaci del culto trans, che propongono addirittura leggi che puniscano col carcere chi se ne rendesse colpevole, e questa è palesemente (l’ennesima) manifestazione della loro pazzia galoppante.
Ciò non toglie che le gentili signorine della parte opposta non ci stanno certo facendo la figura delle coerenti con le proprie idee.

Chiariamo che, secondo me, gay abituato dal gergo gay a “misgenderarsi”, la questione del misgendering non è neppure una questione politica. E’ addirittura prepolitica: è galateo, è buona educazione, capacità di restare uman*. Se una signora anziana vuole essere chiamata “signorina” a me non costa nulla farlo, e quindi la chiamo così. (Che importanza avrà mai il genere grammaticale, mia amata Guendolina? Nessuna, mia cara contessa).
Restare umani, significa non dimenticare mai che l’avversario che abbiamo di fronte, anzi perfino il nemico, è un essere umano. Erano i nazisti coloro che avevano deciso che ampie sezioni della razza umana non erano esseri umani, erano Untermenschen, e vivevano “vite non degne di essere vissute”. E agirono di conseguenza.
Però i giudici del processo di Norimberga riuscirono a condannare e far impiccare gli imputati nazisti, dando loro impeccabilmente del lei…
Si può insomma essere fermi, addirittura vendicativi, pur rispettando la necessità di conservare  il rispetto non certo per le idee del proprio nemico (che si possono legittimamente voler annientare, come le idee naziste), bensì per la umanità di cui comunque è portatore o portatrice il nemico in quanto essere umano. E’ il motivo per cui anche il più atroce criminale ha diritto a difendersi in un processo.
Disumanizzare il nemico è il primo atto di tutti i guerrafondai (quelle bestie dei russi… quelle scimmie degli iraniani… quegli animali dei palestinesi…); ricordare l’umanità di ogni essere umano, nemici inclusi, è il primo atto di chi, come me, è nonviolento.

Le persone trans, per motivi che qui ed ora non interessa discutere, vivono una condizione umana nella quale il “misgendering” è motivo d’intensa sofferenza personale. Una sofferenza che peraltro, una volta scatenata, non fornisce nessun puntello in più agli argomenti che le femministe (e che in massima parte condivido anche io) vogliono fare trionfare.
Il misgendering serve solo a far deragliare dai binari della razionalità le persone trans meno dotate di ferreo autocontrollo, scatenando come reazione lo scambio d’insulti, e ponendo fine a qualsiasi tipo di dibattito si intendesse (o si fingesse di voler) portare avanti.
Ora, se lo scopo per cui si sta su Facebook è insultare, basta dirlo e facciamo prima. Ma se esiste anche un barlume d’interesse per il dibattito intellettuale (cosa su cui sono ormai estremamente scettico… ma voglio concedere il beneficio del dubbio), allora misgenderare è fatale, perché segnala il momento, l’attimo stesso in cui si passa dal dibattito, anche aspro, allo scambio d’insulti fine a se stesso.
Le compagne attive nel dibattito devono insomma capire che nell’istante stesso in cui misgenderano una persona trans, stanno passando agli insulti, pur facendo le innocentine. “Stavo solo esprimendo un fatto, quindi posso“. Come no: anche il fatto che, se avete una vita sessuale, succhiate cazzi o leccate passere è un fatto, ma questo non autorizza me o nessun altro a parlare di voi chiamandovi “succhiacazzi” o “leccapassere”. Eppure è un dato di fatto che lo siete, che lo siamo o lo siamo stati tutt* (incluso me, grazie agli dèi!).
Ma non esistono solo i fatti. E soprattutto, c’è modo e modo di trattare i fatti. Non è necessario che io apostrofi come “brutta vecchia” questa o quella pythonissa del femminismo milanese che è oggettivamente brutta, vecchia, e ad essere sinceri anche estremamente antipatica ed arrogante. “Ma è un fatto“. Sì, è un fatto, però, come dicevo, qui non è neppure questione di prassi politica, bensì di banale buona educazione: quella che la nostra mamma ci insegnava a quattro anni.
Ci sono fatti rilevanti per un dibattito, altri che sono totalmente irrilevanti. Il problema che mi crea Jessica Yaniv non deriva minimamente dal suo certificato di nascita, che è un dato irrilevante, ma dalle sue azioni, dalle ideologie che esse sottintendono, e dall’abuso di una legge scritta male (quella della British Columbia contro le discriminazioni). In particolare il suo caso è destinato a fare giurisprudenza sul concetto di “self-id“, pertanto riveste una importanza politica e giuridica non indifferente.
A differenza di altri casi simili, inoltre, in questo caso specifico sono in ballo anche questioni relative alla sanità mentale della denunziante, visto che ha dato chiari segni di schizofrenia e paranoia, il che pone ulteriori dubbi su una legge scritta tanto male da renderne possibile l’abuso da parte d’una persona con problemi psichiatrici. (Tanto palesi che perfino i sacerdoti del culto trans stanno ormai dicendo apertamente che la Yaniv non è sana di mente).

Ovviamente non penso di aver convinto nessun*, richiamandomi all’umanità. Figuriamoci: sarebbe la prima volta nella storia umana.  Specie poi nei tempi di Facebook, strumento inventato per allenarci al bullismo, quando non al gang-bang.
Pertanto passerò ad argomentare la mia affermazione secondo cui misgenderare è contraddittorio, per chi crede che il genere sia una mera convenzione sociale, come il femminismo crede.
Come ho avuto modo più volte di notare, nel movimento gay la pratica del gender-fucking ci ha tutte abituate a fregarcene del genere e dei suoi ammennicoli. Quando sono entrata nel movimento gay, nel 1976, parlavamo tutte quante di noi e fra noi al femminile. Non mi crea pertanto nessun problema o fastidio parlare di me stessa al femminile. I generi maschile e femminile, intesi come li intende la società patriarcale, non sono “essenze” reali e immutabili. Sono convenzioni sociali, sono solo frutto della cultura e dell’educazione. Come lo sono ovviamente anche i generi grammaticali nel linguaggio, tanto che ogni lingua ne ha un numero differente pur essendo i sessi solo due in tutta la razza umana: due generi grammaticali in italiano o francese, tre in latino o greco, zero in finlandese o ungherese….
Su questo credo che le compagne femministe dovrebbero essere d’accordo, dato che è stata la critica femminista ad insegnarci che “il” genere è una costruzione del patriarcato con il fine di dominare le donne. “Il” genere, non i generi, perché il patriarcato concepisce un solo genere compiuto, quello maschile, caratterizzando l’altro (ed ogni altro genere immaginabile) solo come mancanza di qualità, di modo che le donne non sono uno dei due sessi in cui è suddivisa la razza umana, bensì maschi mancati, “eunuchi femmine” (Germaine Greer).
Come si sia passati da questa analisi, al bisogno compulsivo e imperativo di blindare ogni individuo nel suo “vero” genere, io non lo so. E come sia possibile farlo senza contraddirsi, neppure questo lo so.
Il genere è mera convenzione. Possiamo farne a meno. Anzi, dobbiamo farne a meno. Ho passato la mia vita a lottare per una società in cui fossero concepibili maschi “femminili” e femmine “maschili”. Il fatto che diventando vecchio avrei dovuto confrontarmi con femministe che pretendono, esigono, impongono che i maschi siano maschi e le femmine, femmine, io sinceramente non l’avevo né previsto né messo in conto.

Su Facebook una mia “follouer” mi ha rimproverato per aver accennato a questo discorso, dicendo che i maschi gay, dandosi il femminile, stanno cercando di impadronirsi della femminilità.
Ussignùr.
Ora, a parte il fatto che spero e auguro alla signorina che per lei l’esperienza di essere donna consista in qualcosa di un attimino più profondo che la scelta delle desinenze, da questa critica emerge la divertente idea che qualcuno, siano essi i maschi o le femmine, “possieda” la lingua. La quale invece ha un senso solo in quanto è possesso comune di tutti i parlanti, perché nel momento in cui un sottogruppo inizia a cambiare i significati alle parole, la lingua cessa di essere veicolo di comunicazione del gruppo complessivo, e quindi cessa di essere lingua comune. Nessuno può quindi “possedere” una lingua, neppure una Reale Accademia della lingua. Figuriamoci quindi il movimento femminista, o quello gay, o trans.
Ma a parte questo dettaglio, non posso non notare la volontà di regolamentare il modo di parlare altrui che accomuna questa singola femminista a coloro che vuole combattere. Almeno, il postmodernismo giustifica i suoi continui e incessanti stupri alla lingua con la sua fede religiosa nel “Logocentrismo“, ossia nella bizzarra convinzione nominalistica secondo cui la lingua è la realtà, perché noi percepiamo la realtà secondo il filtro della lingua che parliamo. Per cambiare la realtà, occorre quindi cambiare la lingua.
Ma nel caso di noi materialisti, che bisogno c’è di morire sulla trincea della parola, della desinenza, dell’eufemismo? Per noi materialisti il fatto reale esiste in sé, precede la connotazione linguistica che noi umani le diamo. Il rapporto tra un fatto materiale (per esempio, il sesso biologico) e una parola che lo designa, non è il rapporto fra un pezzo di carne e il brodo che se ne estrae, ma fra un cappotto ed il cartellino che lo identifica in un guardaroba di una discoteca. Uno qualunque dei cento cartellini a disposizione del guardarobiere è altrettanto adatto a identificarlo. Potete cambiarli tutti e cento, ma il cappotto resta sempre lo stesso: l’importante è che guardarobiere e proprietario del cappotto abbiano convenuto sul fatto che quel cartellino corrisponde a quel cappotto e non ad altri: solo quello.
Ovviamente questa affermazione per i postmodernisti (nel campo gay identificati con le etichette di “queer” e “intersezionalisti”, ma come appena detto possono darsi anche etichette diverse, tanto rimangono gli stessi) non è vera. I sessi non esistono. Noi percepiamo due sessi in quanto (Judith Butler) il patriarcato ha inventato due generi, quindi noi riusciamo a percepire in modo “binario” solo due degli innumerevoli sessi che esistono (gli intersessuali provano che i sessi sono millantamila, secondo i quiiiiiir), eccetera, e vi risparmio il resto della manfrina.
Il punto è che non si possono combattere le scemenze postmoderniste dando loro ragione sul fatto che “le parole sono le cose”. Io non sono maschio perché parlando di me dico  “sono favoloso” anziché “sono favolosa”. I motivi sono altri: per me, biologici, scritti nei miei cromosomi e nella mia identità di genere.
E la mia favolosità risplende comunque di tutte le sue frocissime paillettes in entrambi i casi!

Riassumendo per i distratti e per quelli che sono arrivati adesso.

  • Ai fini del dibattito, il misgendering non ci serve a nulla. Non procura nessun vantaggio tattico o strategico.
  • Misgenderare serve solo a insultare senza avere l’aria di farlo.
  • L’esito del dibattito non verrà deciso dal misgendering, al contrario esso serve solo ad allontanare il più possibile l’inevitabile sintesi, che è la sola possibilità di risolvere l’attuale dibattito infuocato sui diritti delle donne vs diritti delle persone trans.
  • Talune posizioni femministe sono altrettanto fideistiche, dogmatiche e prive di contatti col reale, delle peggiori allucinazioni del culto trans.

Amen.

4 pensieri su ““Misgendering”

  1. Sono sostanzialmente d’accordo sul misgendering. Se anche non vogliamo considerarlo violenza, è cattiveria gratuita che non porta a niente.

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  2. Invece sul genderfucking ti chiederei di riflettere e, se ti va, spiegare, perché lo fanno i gay e non le lesbiche. O perché lo *possono* fare i gay e non le lesbiche.
    Inoltre, non mi risulta che nessuna femminista dica che le femmine devono essere femminili e i maschi virili, semmai che nessuna performance di genere, qualunque genere, cancella la realtà della differenza sessuale e della conseguente differenza di potere che la società costruisce da prima ancora della nascita di una persona.
    Infine, la frecciatina alla “brutta e vecchia” milanese è una caduta di stile che ti potevi risparmiare. “Brutta” non è una descrizione oggettiva ma un giudizio di valore. È diverso da “maschio” e “femmina”, seppure anche queste descrizioni come fai giustamente notare possono essere usate in maniera aggressiva.
    Un caro saluto.

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    1. Il genderfucking è, applicato dalle done. Un uomo in gonna fa genderfucking e tu lo noto, una donna in jeans fa genderfucking solo che tu non la noti più, ma cento anni fa una donna in pantaloni raccoglieva in codazzo di curiosi dentro di sé.i incuriosisce chiedermi come mai on ci facciamo caso. Inoltre le lesbiche butch hanno a loro volta sviluppato una cultura del genderfucking.
      La mia battuta sul vecchia e brutta, due caratteristiche che si applicano a me, serviva esattamente a mostrare quanto fallace sia l’argomento secondo cui se la persona x è una data cosa, non per questo ho il diritto di dirglielo in faccia. Una persona trans appartiene al genere di elezione, non a quello socialmente attribuitole. Insistere a volere usare il secondo, come mi è stato chiesto di fare con Yaniv, è sbagliato tanto quanto parlare di quella brutta vecchia della filosofa Xyz. Non la sto descrivendo, la sto insultando. Per molti sarà una affascinante donna nella sua piena maturità.
      E il genere non è un dato oggettivo, è una opinione personale altrettanto soggettiva e aleatoria quanto la bellezza.

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