Rifiutare il confronto? Un grave errore

Qui si può leggere un comunicato del MIT, “Movimento identità trans” di Bologna, nel quale apprendiamo che qualcuno a Bologna (non si comprende chi, ma non è importante) ha organizzato un incontro sul trangenderismo a cui è stata invitata una docente femminista, a quanto pare separatista, e molto correttamente anche una notissima esponente trans, Porpora Marcasciano, in modo da bilanciare i loro punti di vista.

Per prima ha parlato la compagna femminista, che secondo il MIT ha detto cose terribili (addirittura”lombrosiane”), che non ci è ovviamente dato sapere quali fossero (in caso contrario avremmo potuto farci da soli un’idea, e ciò non sia mai!), dopo le quali Porpora ha semplicemente rifiutato di presentare il suo punto di vista, andandosene, e chiedendo come bonus la messa al bando della relatrice a lei sgradita (“Fuori le TERF dalle unversità!”).

Ora, da dove inizio, per dire che tutto ciò è profondamente sbagliato, e destinato a fare crollare il castello di carte del mondo transqueer? C’è l’imbarazzo della scelta.

I miei nemici mi rinfacciano sempre che se noi gay fossimo nella condizione in cui sono oggi le attiviste trans, reagiremmo esattamente come loro, eppure oggi pretendiamo che loro si comportino diversamente. Niente di più sbagliato. Ho passato 44 anni dela mia vita a dibattere, dibattere, dibattere. Sono andato ovunque, dalla TV (dove c’era sempre il prete o lo psichiatra o il politico democristiano a parlare con/tro di me ogni volta che aprivo bocca) ai gruppi di parrocchia, dai circoli comunisti a quelli leghisti, senza mai rifiutare il confronto. Come me, tutta la mia generazione di militanti (a cui, tra l’altro, anagraficamente Porpora appartiene) ha battutto a palmo a palmo l’Italia, dormendo sui divani dei compagni che ci invitavano a parlare e mangiando panini. Ovviamente, tutto gratis.

Noi gay, le persone lesbiche e bisessuali, e perfino quelle trans(essuali), abbiamo ottenuto quello che abbiamo ottenuto, poco o tanto che sia, proprio perché non abbiamo mai rifiutato il dibattito e il confronto in qualsiasi festa della salamella o circolo politico sperduto fra i monti. E se necessaria, neppure la lotta, sia chiaro. Ma nessuno di noi ha mai pensato che rifiutare di esporre al confronto e al giudizio del pubblico i nostri argomenti, le nostre ragioni, le nostre argomentazioni, le nostre obiezioni, i nostri fatti concreti, potesse aiutare a cambiare la testa dei nostri connazionali. Perché, vedete,. noi gli argomenti li avevamo, ed anche solidi.
Per quale motivo, se no, credete che io mi sia dedicato alla cultura gay?
Noi i nostri connazionali li abbiamo convinti, ad uno ad uno, con santa, infinita, pazienza, e con argomenti costruiti nel rispetto dei nostri interlocutori scettici (un po’ meno dei nostri nemici per principio, ma questo in politica è del tutto normale, direi).

Porpora a torto accetta esclusivamente i dibattiti in cui le sia stata data preventivamente ragione? Ma questi non sono “dibattiti”, questi sono corsi d’indottrinamento, sono sessioni di catechismo, sono riunioni di preghiera tra fedeli dello stesso culto. Questi, semplicemente, non sono dibattiti!

Porpora a torto crede di avere posto con forza, grazie al suo comportamento, il fatto che “le vite trans non si dibattono“, facendo la grande uscita e sbattendo la porta? Ma questa è solo retorica vuota: nessuno infatti vuole mettere in discussione le vite trans: sarebbe come mettere in discussione la luna o la pioggia, che ci sono, e basta.
Quello che viene chiesto a gran voce di dibattere sono semmai le conseguenze e le ricadute sulle vite delle persone non trans, specie le donne, di una serie di idee propugnate dal movimento transqueer, ad esempio l’inesistenza del sesso biologico. (Se non esiste il sesso biologico, non può esistere la tutela di diritti basati sul sesso biologico, quindi è del tutto legittimo che chi tali diritti difende, ritenga di poter dire la sua su tale tesi).
Il minimo che si possa fare, qui, è accettare il dibattito e rassicurare sul fatto che nessun diritto verrà tolto (se questo è il caso, ovviamente!), proprio come abbiamo fatto noi per fare capire che volevamo solo aggiungere diritti, e non toglierne nessuno a nessuno.
Il rifiuto di dibattere colloca dalla parte del torto chi lo pratica. Cosa avranno pensato gli studenti, dopo aver visto che la loro docente era disponible al dibatto (e magari anche allo scontro, per carità!), mentre la controparte non era in grado di controbattere? Fingiamo pure che la docente fosse una nazi rabbiosa: non era forse tre volte più opportuno proprio per questo motivo confutarla, munziosamente, dettagliatamente, punto per punto, mostrando dove il suo ragionamento era capzioso ed errato? Le università esistono esattamente per questo motivo!

Porpora a torto crede che limitare la libertà di dibattito sia d’aiuto per la sua causa.Ma mezzo secolo di lotte gay ed lgbt sarebbe stato semplicemente impossibile, se ci fosse stata negata la libertà di dibattito in base all’argomento che “le vite eterosessuali non si dibattono“.
I nostri successi sono figli della libertà di parola, non della sua soppressione.

Il Mit a torto crede che diffondere un comunicato in cui non dice cosa sia successo aiuti la propria causa. Ma sbaglia. La gente, oggi, ha modo d’informarsi, di chiedere, di confrontare. Come nel caso della Rowling, che si dice sui “socials” che avrebbe letteralmente chiesto di uccidere le persone trans, peccato poi che, se solo vuoi, trovi online quello che ha veramente detto, e così da molti mesi in qua è un susseguirsi di persone che lo leggono, scoprono che le accuse transchiliste sono sfacciatamente false (semplicmente, non ha mai detto neppure una delle cose che le vengono fatte dire, neppure una!), e concludono che i militanti transchilisti sono totalmente inattendibili. Bel colpo, gegni, proprio!

Infine, il transchilismo non si rende conto di quale tremendo precedente crea, quando chiede che chi parla fuori dal coro venga buttato “fuori dalle università”. Ciò che esso oggi chiede contro le altre, domani le altre potranno chiedere contro di esso. E non è lontano il giorno in cui la marea invertirà il flusso: chi segue il dibattito inglese sa a quali sentenze di tribunale e a quali fatti sto alludendo. E’ solo questione di tempo, e neppure tantissimo, ormai.

Conclusione.
Se il Mit desidera proporre una letttura dell’esperienza trans che considera innovativa e progressista, si faccia (come ce lo facemmo noi nei decenni passati e come se lo fece il primo MIT, quello che ottenne la legge sulla riassegnazione di sesso anagrafico) “un mazzo tanto” a studiare, dibattere, convincere, confutare, dimostrare. Fare le bizze, sbattere la porta, chiedere di punire chi ha osato contraddire la sua visione delle cose, non aggiunge nulla al raggiungimento dei suoi obiettivi, anzi giorno dopo giorno contribuisce a ingrossare le file di coloro che sono esasperate, ed esasperati, di questo modo di agire.
(Poi non ditemi che non l’avevo predetto).

3 pensieri su “Rifiutare il confronto? Un grave errore

  1. Sono su posizioni molto diverse dalle tue, ma ti ringrazio per questa “precisazione”: hai colto il punto, che purtroppo sembra spesso sfuggire. Del resto, restare nel proprio ambiente e circolo chiuso si può, utile o dannoso che sia è legittimo, perciò a che pro allargare il campo ed invitare persone che poi altri invitati non accettano?

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