Tavistock: finalmente i dati

L’ormai celebre “Tavistock Clinics” ha infine pubblicato i risultati dell’esperimento di somministrazione degli ormoni bloccanti ai bambini non conformi al genere, iniziato nel 2011, che alla partenza erano stati promessi entro due anni e mezzo.

Ovviamente, la circostanza che i dati sono stati resi pubblici solo il giorno successivo al verdetto può essere solo spiegato o come un trucco per impedire che influissero negativamente sul verdetto, oppure come una straordinaria, sfortunata, sfortunatissima coincidenza. Decida da sé chi mi legge quale sia l’ipotesi più probabile.

Come è noto, quando l’Alta Corte ha chiesto questi dati per il caso Keira Bell, essi non erano, guarda tu che sfortuna, disponibili. (E questo è stato uno dei motivi per cui la sentenza è stata sfavorevole alla Tavistock, in base al ragionamento secondo cui è impossibile dare un “consenso informato” in una situazione in cui le informazioni, semplicemente, non esistono).

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I risultati pubblicati danno ragione a Keira Bell, e alla sentenza da lei sollecitata, su almeno due punti.

Primo, l’uso dei bloccanti non è “un tasto di pausa, reversibile in qualsiasi momento“, utilizzato solo per “comprare tempo” prima di decidere se sottoporre o meno il/la bambin* a una terapia con ormoni del sesso opposto (CSH, “cross-sex hormones“). Su 44 soggetti della coorte studiata, tutti meno uno sono passati direttamente dagli ormoni bloccanti ai CSH. Questo implica che il protocollo sottoposto a revisione dall’Alta Corte trattava di fatto i bloccanti come il primo passo della terapia con CSH.

La clinica giustifica questo dato affermando che ciò prova solo il rigore della selezione dei casi per lo studio (solo bambini che effettivamente già intendevano proseguire fino in fondo nella transizione, sono stati arruolati nella sperimentazione). Il che potrebbe essere anche vero, ma per sapere che lo è andrebbe verificato prima confrontando la percentuale di minori che hanno abbandonato somministrazione e studio… che invece non è stata resa nota.

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Non è questa l’unica mancanza scientifica dello studio, nel quale è totalmente assente il confronto con un gruppo di controllo (cioè un gruppo di bambini non conformi al genere aiutati con metodi diversi dai bloccanti o monitorati ma senza interventi terapeutici).

Questa grave carenza metodologica conferma il sospetto, e l’accusa, secondo cui la clinica ha da subito puntato sui bloccanti come UNICO approccio terapeutico, scartando a priori qualsiasi altro tipo di approccio. (Commento in margine: noi sappiamo benissimo perché lo ha fatto, e su pressione politica di chi).

Secondo dato “imbarazzante”: lo studio ha ammesso apertamente (“We identified no changes in psychological function“) di non aver rilevato nei soggetti sottoposti all’esperimento quel miglioramento dell’equilibrio psicologico che è l’argomento più forte, specie sul piano emotivo, di chi propugna l’uso dei bloccanti (nel primo anno dello studio, nei soggetti XY l’ideazione suicidale era addirittura aumentata).
Come minimo, quindi, non è supportata da alcun dato l’affermazione di chi lamenta, ora, che opporsi alla somministrazione di bloccanti ai bambini porterà a un’ondata di suicidi minorili. L’affermazione può essere vera, e tale possibilità va monitorata con grande attenzione e, se caso, discussa davanti a un giudice, come suggerito nella sentenza dell’Alta Corte. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze lo studio della Tavistock non conferma e neppure smentisce tale possibilità. Semplicemente, mancano i dati e gli studi per determinarlo. (E sempre in margine, noi sappiamo chi si sia opposto per anni a tali studi e perché. C’è voluto un processo per ottenere infine i dati!).

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Particolarmente interessante la giustificazione del ritardo nella pubblicazione: la clinica desiderava che tutti i soggetti raggiungesse la maggiore età. Ora, 18 – 9 = 9, il che implica che l’età minima di arruolamento, contrariamente a quanto normalmente affermato, non era 12 anni bensì 9. E detto fra noi, qualcuno davvero si aspetta che un/a bambin/a a 9 anni possa decidere sul resto della sua vita sessuale e affettiva? Davvero?

Meno sconvolgenti i dati relativi agli effetti collaterali indesiderati. Sono stati riscontrati ritardi nella crescita e riduzione della densità delle ossa, ma paradossalmente non si tratta di dati nuovi perché erano già noti e quindi attesi (“Anticipated adverse events were common“) dalla somministrazione dei bloccanti a bambini/e con pubertà eccessivamente precoce. Essa può comportare fenomeni di “gigantismo” che espongono al pericolo di morte precoce per infarto. In questo caso i danni sono noti, però giudicati meno gravi di quelli provocati da un’assenza di terapia. Anzi, in questo caso il ritardo nella crescita non è un danno collaterale bensì l’obiettivo stesso della terapia.

Questo dato smentisce insomma quanti proclamano che i bloccanti sono “assolutamente” privi di effetti collaterali indesiderati, tuttavia non dice nulla che la scienza medica non sapesse già. Chi voleva saperlo, lo sapeva già da prima. Chi non lo ha saputo, semplicemente non desiderava saperlo e si è limitat* a censurare un dato già anticipated.

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Particolarmente ridicolo, se non stessimo parlando della salute di esseri umani, l’argomento avanzato dalla Tavistock per spiegare l’assenza di un follow-up: il cambio di nome e di numero di previdenza sociale, successivi alla transizione, rende impossibile ricontattare i soggetti dello studio dopo la riassegnazione di genere.

Ora, la completa cancellazione della persona esistita prima della transizione è stato un cavallo di battaglia dei più scatenati transattivisti, imposta contro l’obiezione che essa andava, almeno in campo medico, contro l’interesse delle stesse persone trans. L’ideologia ha prevalso sul buon senso, e questo è stato il grottesco risultato.

Un ultimo effetto paradossale riscontrato nell’uso dei bloccanti nei soggetti XY è stato infine il mancato accrescimento del pene, con conseguente impossibilità di usarne la pelle per la costruzione della neovagina. Ciò costringe a prelevare pezzi di intestino per avere a disposizione la mucosa per costruirla chirurgicamente, con strascichi sulla salute sicuramente non auspicabili. Il problema era comunque già noto da casi precedenti.

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Qui potete leggere lo studio della Tavistock Clinic: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.12.01.20241653v1

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