“Boxer ceiling”

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L’immagine del profilo di un uomo gay (trans ftm), pubblicata su Twitter].

È da tempo che esistono raccolte del “peggio dei social” contro donne lesbiche e femministe “Terf”, con screenshots di transchilisti che insultano, minacciano e fanno commenti fallocratici. (Uno a caso: TERF is a slur).
Da qualche tempo è iniziata la raccolta di screenshots dei commenti omofobici contro i maschi gay provenienti dallo stesso mondo transqueer. La raccolta è online su Google fotografie, qui (per consultarla occorre avere un account con Google. La raccolta può anche essere scaricata per intero come file zippato)

Due i temi ricorrenti : l’omofobia viscerale, che spesso non ha nulla da invidiare a quella tradizionale, del transattivismo anglosassone, e il fenomeno del “boxer ceiling” (che dà il nome alla raccolta).
Quest’ultimo (battezzato prendendo a prestito l’espressione “Cotton ceiling“) è la pretesa che i maschi gay siano tenuti a sentirsi eccitati dalla vagina di un uomo trans, se non vogliono sentirsi etichettare come “feticisti dei genitali” e “transfobici”.

L’accusa più comune è quella di “ridurre le persone ai soli genitali“, che invece nel sesso sono… un dettaglio irrilevante, perché nel sesso conta l’attrazione per il genere, non quella per il sesso biologico di nascita (non sto inventando: andate a controllare).
Alcuni di questi tweet, che intimano che ai gay “deve piacere” la vagina, non hanno nulla di diverso da quelli dei sostenitori delle terapie riparative che combattiamo da decenni. Cambia solo la motivazione per cui avremmo tale “dovere” sociale.

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Ora, io ho maturato la convinzione che i social media tirino fuori il peggio del confronto politico (e dell’animo umano). Come la TV, premiano lo show gridato, la baruffa da cortile. Sono drogati di audience, necessitano di scandali a ripetizione. Questo vuol dire che personaggi iperaggressivi e totalmente lunatici, invece di ricevere un TSO, diventano “influencer“.
Ne consegue che niente impedisce che i millanta tweet quivi raccolti siano solo 1000 raptus di 1000 “fuori di cranio”. Alcuni di essi, in effetti, sono talmente deliranti da rendere chiaro che lì non serve una condanna politica, ma una diagnosi.
Mi costa quindi zero ammettere l’evidenza, ossia che alcuni di quei personaggini non rappresentano nessuno e niente, a parte le loro turbe psichiatriche, nonostante credano di essere grandi profeti della rivoluzione queer. Sarebbe quindi un gravissimo errore concedere che costoro parlino a nome del mondo trans, come invece proclamano tutt* di fare. Oltre tutto, alcuni articolano i pensieri come ragazzini, e il sospetto che possano essere davvero tali a volte è forte, quasi una certezza, direi.

Al tempo stesso, però, la lettura della collezione rende chiaro come certe frasi non siano semplici “scleri”, ma siano ormai “parole d’ordine” condivise. Esse costituiscono l’espressione di una vera e propria cultura politica, di una “narrazione”, condivisa da un settore piccolo ma non irrilevante della parte più giovane (ragazzini inclusi) del mondo lgbtqwerty.

Una narrazione che i miei critici mi accusano di essermi inventata io di sana pianta. 🤔😆
Signori no. Specialmente fra i giovanissimi, questi messaggi vengono assorbiti e rilanciati anche in Italia. Ho già trovato i primi tweet italiani che sostengono le stesse cose.

Anche se, come ho già detto in passato, confido nel fatto che, per radicarsi davvero, a questa demenza politica manchi il substrato (e quindi non è improponibile sradicarla prima che faccia danni).
Il transchilismo è infatti un panico sociale germinato in un terreno protestante e Puritano, in cui la tradizione di mettere pubblicamente il becco nella vita privata altrui per giudicarla e guidarla ha alcuni secoli di vita, dalla settecentesca “Society for the Reformation of Manners“, al Proibizionismo, alle Leghe contro la pornografia, fino al Maccartismo e al “Panico Lavanda” (contro i gay).
La nostra tradizione è diversa: noi abbiamo avuto per millenni i preti, non l’Esercito della Salvezza. Noi non siamo abituati a suonare il tamburo per strada contro l’immoralità (nella nostra tradizione, lo fa il prete, dal pulpito).

Ciò non toglie che esistano anche da noi centinaia di “volenterosi” che, con il miraggio di essere accolti un giorno nella casta dirigente multinazionale del mondo globalizzato (la cui finestra temporale è peraltro già scaduta, ma loro non hanno gli strumenti culturali per accorgersene) sono pronti ad adottare e diffondere qualsiasi idea o capriccio che provenga dal centro dell’Impero. Sia perché “ce lo chiede l’Europa”, sia perché “negli Usa sono più avanti di noi “.

Leggete la collezione di questo “museo degli orrori” e giudicate da sol*.

Un altro uomo gay che su Twitter lamenta che la “transfobia” spinge gli uomini gay “cis” a rifiutare il sesso con lui.

3 pensieri su ““Boxer ceiling”

  1. È incredibile pensare che queste persone, non volendo rinunciare per prime alla loro genitalità biologica (pena il privamento del piacere sessuale), accusino gli altri di essere fissati con i genitali e li costringano ideologicamente ad accettare il “”fatto”” che esistano peni “femminili” o vagine “maschili” a costo di conciliare (con mille ed infinite complicazioni) la loro identità di genere con il sesso con le quali sono nate.
    In realtà sembra che quelli fissati con i genitali siano solamente loro…

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    1. Sicuramente sì. Altrimenti non si spiega perché non si facciano piacere loro le vagine, se davvero è così semplice e basta non essere “feticisti genitali” per apprezzarle.
      In realtà qui siamo in una nicchia in cui un problema politico e umano, la condizione trans, è stato appropriato come schermo da un gruppo di ragazze con disturbi psichici. Le loro sorelle maggiori avevano problemi di anoressia o di ideazioni suicidali, loro invece scoprono di essere trans senza in realtà esserlo.
      Nella misura in cui questo è un fenomeno ancora solo agli inizi in Italia, non è ancora grave, ma lottare per impedire che lo diventi non ha nulla di sbagliato. Per quante accuse di “transfobia” si ricevano.

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