La lezione delle cattive maestre

Torniamo a parlare della canadese Jessica Yaniv (oggi Jessica Yaniv Simpson), perché nel folle mondo del transattivismo è uno dei personaggi su cui siamo d’accordo tutt*, indipendentemente dal nostro punto di vista: è pazza. In senso proprio clinico, psichiatrico. Come dimostra il fatto che ha appena pubblicato sul suo Twitter la lettera d’ingiunzione da parte dei pompieri della città in cui vive (Langley), che dopo essere stati chiamati 30 volte in 15 giorni per aiutarla a risollevarsi dalla vasca da bagno (Yaniv è obesa) le intima di smetterla di sprecare il loro tempo, o le verrà fatturato il costo di ogni intervento non necessario.
Ciliegina sulla torta, le viene chiesto di smettere di civettare in modo “lascivo” coi pompieri, al che lei commenta che una simile uscita è certo causata dal fatto che costoro non amano la vagina trans. Immagino che i pompieri si siano resi conto di avere a che fare con una psicopatica e siano stati indulgenti con lei, nella speranza (vana) che si stancasse, perché reagire solo dopo 30 chiamate implica una bella dose di sopportazione:

Il commento di Jessica Yaniv su Twitter, relativo all’ingiunzione del Corpo dei pompieri.

Ricordiamo però che Yaniv è la stessa persona che ha portato in tribunale 10 estetiste solo per donne, in maggioranza immigrate, per “transfobia”, per essersi rifiutate di depilare lo scroto della sua “vagina trans”. La vicenda è finita, grazie all’aiuto offerto alle vittime da un’associazione per la difesa dei diritti civili, di fronte alla corte canadese contro le discriminazioni, dove Yaniv non solo ha perso, ma nel corso del processo è emersa come persona decisamente razzista, che ha selezionato di proposito donne immigrate come bersagli e che ha fatto commenti razzisti nei loro confronti. Impossibile, a questo punto, stare dalla sua parte.

Ora, Yaniv è un esempio prezioso perché, all’inizio, era stata appoggiata da tutto l’arcobaleno LGBTQWERTY come vittima della crudele violenza transfobica. Anche in Italia. E ciò mostra che non basta gridare alla violenza perché l’accusa sia vera.
Un secondo motivo d’interesse nel suo caso stava nel fatto che la sua azione legale era stata resa possibile da una legge anti-discriminazione scritta (intenzionalmente) molto male, che oggettivamente le permetteva di fare quel che ha fatto, in quanto il rifiuto di prendere per buona l’auto-identificazione (self-ID) di una persona trans, anche in assenza d’una transizione, è trattato come discriminatorio.
Non è quindi estranea a tale esempio la “esagerata” (secondo i transchilisti) richiesta del movimento femminista italiano di aggiungere una chiara spiegazione di cosa si intenda per “identità di genere” e “orientamento”, in un preambolo al progetto della Legge Zan (alla quale io sono favorevole), che attualmente è arenata al Senato.


Su Yaniv, dicevo, siamo d’accordo tutti. E’ pazza, quindi palesemente non è una “rappresentante tipica” del transattivismo, per quanto lei si proclami “ambasciatrice” della liberazione LGBT e influencer . Se pure fosse perfettamente “cisgender“, ma chiamasse 30 volte i pompieri per salvare il pesce rosso che sta annegando, nessuno si sognerebbe certo di dire che Yaniv rappresenta il mondo non-trans.
La domanda che sorge è allora perché, se siamo tutti d’accordo sul fatto che questa persona non sta usando la legge antidiscriminazione bensì ne sta abusando, non riusciamo a metterci d’accordo sul fatto che le leggi antidiscriminazione devono contenere clausole anti-abuso contro le persone come lei. Che saranno anche rare, ma non sono inesistenti. E fanno parecchi danni. Molte delle donne che Yaniv ha preso di mira hanno chiuso l’attività, non potendosi permettere i costi della causa, ma soprattutto il social shaming affrontanto in comunità di immigrati molto rigide sulla morale. Una sola Yaniv è bastata a rovinare molte vite.

E se oggi ci fa un po’ ridere l’immagine di Yaniv arenata nella vasca come una balena spiaggiata, mentre fa la civettona coi pompieri, ricordiamoci che in realtà costei, che si autoproclama “lesbica”, ha fatto campagna per organizzare pomeriggi topless per bambine dodicenni nella piscina di Langley, in sua presenza, affermando che negarglielo era, di nuovo, discriminazione transfobica.
Lo so, lo so, è il classico caso del singolo che dà ingiustamente una cattiva reputazione a tutta una categoria.
Lo so, lo so, “è come il caso del gay pedofilo utilizzato contro tutti i gay per presentarli come predatori dei minorenni“.
Lo so… eccetera, però qui c’è una differenza importante: nessun gay ha mai difeso il diritto dei gay pedofili di entrare negli spogliatoi dei bambini, sostenendo che negarlo era “omofobico”.
E nessun padre o madre gay ha mai sostenuto che a tali individui fosse da concedere la minima “libertà”.
E nessun gay ha mai attaccato le madri dei bambini per non aver voluto nessun adulto con un pene (neppure noi gay, neppure me) negli spogliatoi o nei bagni.
Il problema in effetti non è con le donne trans: è con i peni. Come dimostra il fatto che non esiste nessuna polemica sull’accesso degli uomini trans ai bagni né maschili né femminili. Il problema non è dunque la paura “fobica” della condizione trans, come viene affermato, bensì del pene. Paura che un qualche fondamento ce l’avrà anche, visto che qualcosa come il 97% (o giù di lì) degli stupri è compiuta da possessori di pene…
Prevale qui il principio di prudenza e precauzione. Gli stessi genitori tengono d’occhio chi si avvicini ai figli senza un motivo. Forse solo uno su mille intende far loro del male, ma il problema è che il 100% del male è commesso da quell’uno su mille. Quindi, si impedisce l’accesso anche a tutti i 999 rimanenti. Non è ingiusto: è sensato.


Io sono convinto del fatto che senza una qualche forma di confronto e compromesso non usciremo vivi dall’attuale massacro reciproco fra movimenti femministi e omosessuali da un lato e transattivismo queer “intersezionalista” dall’altro.
Stabilito che le Jessiche Yaniv esistono (rare, rarissime, non rappresentative, non da prendere come tipiche della comunità T e tutto il resto che vi pare, per carità, ma esistono) cosa è legittimo dire e fare per evitare che rovinino la vita di qualcuna/o? Cosa possiamo fare per renderle inoffensive senza ledere i diritti di chi è inoffensiva di suo? Cosa è che la sensibilità di una persona trans ammette come socialmente accettabile e necessario per evitare che le Yaniv combinino danni non solo alle persone “cis”, ma anche all’immagine e alla causa della comunità T?

E’ qui che casca l’asino, è qui che non si riesce mai ad ottenere risposta. Perché?


L’irruzione del transattivismo queer, all’inizio, aveva preso di sorpresa tutti. Specie la generazione più anziana, non ancora cosciente o capace di usare la velocità istantanea di trasmissione delle idee (e delle polemiche) sui social media, che invece i giovanissimi coi capelli blu usano in modo “nativo”. La resistenza all’inizio fu quindi disorganizzata e fiacca, anche per le spaccature prodottesi nel fronte femminista: era allora sembrato possibile che l’integralismo queer pagasse, e che un Blitzkrieg avrebbe finito per consegnare la vittoria.
Tuttavia non è stato così: il femminismo è sopravvissuto all’aggressione e si è riorganizzato, al punto tale che oggi proprio le intemperanze di mille Jessiche Yaniv, autonominatesi portavoce della comunità T, stanno causando silenziosi ma crescenti contraccolpi a livello globale. E non parlo della bolla internettiana dei social, bensì della vita reale. Da un anno a questa parte, vista l’impossibilità di trovare accordi in modo razionale, ossia politico, si è passati al ricorso ai tribunali, massimamente nel Regno Unito. E’ già partita una miriade di processi su casi che vanno dalle querele per diffamazione, alle richieste di danni, alle cause sindacali.

E quando entrano in ballo i tribunali, si sale a un piano di scontro totalmente diverso.
Abbiamo precedenti di simili “bolle” d’isteria collettiva che sembravano invincibili – come quella sulle “repressed memories“, che in Italia ha avuto poca eco, o quella sui riti satanici (che invece è arrivata anche in Italia col caso dell’asilo di Rignano, il più costoso processo della nostra storia) – che si sono sgonfiate con velocità impressionante quando sono arrivate le sentenze e soprattutto le richieste di danni agli “esperti” che le avevano montate.
Ebbene, cosa resterà della ed alla comunità trans, quando questo soufflé d’isteria antifemminista ed antiomosessuale si sarà sgonfiato? Quando per reagire alle mattane delle Jessiche Yaniv si sarà formato un movimento di dimensioni doppie o triple o quadruple di quello transattivista? Tipicamente, le Yaniv della situazione sono come piccioni che entrano in scena, spaccano tutto, cagano ovunque, e poi prendono il volo lasciando i cocci a chi in quel posto ci deve vivere.


Ricordo a tutti che donne, trans, gay e lesbiche hanno convissuto per decenni senza questo livello di ostilità. Non sto mica dicendo che ci siamo sempre amati, spesso ci siamo solo sopportati. Ma l’odio bruciante e ostinato che leggo nei post dei “rivoluzionari da tastiera” è un sentimento nuovo, per me. Però di certo so che nulla verrà da un confronto delegato alle scarse o nulle capacità di negoziazione di tali rappresentanti autonominati.
Non ho dubbi sul fatto che il radicamento realizzato negli anni precedenti garantirà loro ancora due o tre anni di “egemonia culturale”, perché se sei giovane e attivista e non paghi pegno alla loro religione, puoi scordarti la frequentazione dei tuoi coetanei. Ma a mano a mano che questo meccanismo creerà dei reietti, espulsi per non avere piegato la testa, si formerà un nuovo substrato deciso a fare a meno del clero LGBTQUIAA e della sua Santa Inqueerizione.
E’ già successo in passato. Lo stesso movimento gay si è formato cristallizzandosi attorno a persone che avevano subito un torto, una discriminazione, una condanna, e avevano detto “basta”. Succederò, sta già succedendo così.

In molte nazioni sono già nati gruppi che fanno capo al nome “Alleanza LGB“. In Italia è ancora presto per ciò: ho visto che una pagina Facebook ne riprende il nome, ma il suo tono, a differenza della pagina a cui si ispira, è aggressivo e a volte insensibile nei confronti delle persone trans, il che rende la pagina italiana una parte del problema e non della soluzione. Ma certe cose hanno bisogno di tempo per maturare.


So che mi sto ripetendo. Ma so pure che ad ogni mese che passa, la probabilità che le “assurdità” che scrivo appaiano meno assurde a qualcuno di coloro cha oggi mi calunniano, aumentano. Le varie Jessiche Yaniv prima o poi fanno una scenata isterica di troppo, impongono una prepotenza di troppo, esigono che tutti credano a un’assurdità di troppo, calunniano e insultano una volta di troppo, minacciano una volta di troppo.

Ci troveremo a discutere quando un numero sufficiente di persone si renderà conto del fatto che la battaglia di Stalingrado è già avvenuta, che gli attaccanti l’hanno persa, e che da questo punto in poi non possono più vincere. Ormai l’elemento sorpresa è venuto meno, il contrattacco aumenta in forza ogni mese, e loro hanno ormai esaurito le riserve di petrolio. Gli stessi transchilisti ammettono, lamentandosene, che da un anno a questa parte la resistenza alle loro imposizioni sta crescendo ovunque (“la transfobia dilaga”). Dunque il fenomeno è reale.


E’ possibile che in futuro possa avvenire anche una separazione fra il movimento di liberazione omosessuale e la minestrina queer degli eterosessuali coi capelli tinti? Di fatto il movimento queer e il movimento di liberazione omosessuale sono già due movimenti diversi, con obiettivi diversi, nonostante la pia finzione che dice che l’uno è la trasformazione moderna dell’altro. Ma non lo è: è un’altra cosa, con obiettivi diversi, spesso in contraddizione con quelli della liberazione omosessuale.. Un po’ come quando, a un certo punto, i cristiani hanno smesso di essere una delle tante sette del giudaismo e sono diventati una religione a sé. Tanto vale farsene una ragione.
Il vecchio movimento omosessuale voleva liberare le lesbiche e gli omosessuali dall’oppressione, il movimento queer vuole invece liberarli dal lesbismo e dall’omosessualità. Non credo proprio che le due aspirazioni siano conciliabili fra loro.

Vedremo se mi sbaglio, o no

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