Chi di “Cancel Culture” ferisce…

La pagina Facebook del mio nemico preferito, Nathan Bonnì, è caduta vittima della “cancel culture” ed è stata chiusa per “omofobia”.


Potrei dire “chi la fa l’aspetti”, potrei ricordare che per anni, anni, ed anni, l’attivismo queer ha sostenuto che la “Cancel culture” non esiste, e che è solo una invenzione delle perfide TERFide per fare le vittime quando giustamente e legittimamente venivano impediti i loro “discorsi di odio”.
Potrei, ma diventerei come coloro che hanno messo in atto questa censura, su cui io sono in totale disaccordo (Nathan non è affatto omofobo, è solo fanatico, ma è suo diritto esserlo). Spero quindi che Nathan possa recuperare la sua pagina e sia libero di continuare a sparare le sue cazzate nello stesso modo in cui lo sono io. (Se servirà la mia firma per chiedere di riaprire la sua pagina, garantisco fin d’ora che ci sarà).


L’essenza della democrazia sta proprio in questo.
Democrazia non è mai stata unanimismo. Democrazia è rispetto dell’altro esattamente nel momento in cui l’unanimismo manca.
Perché a rispettare coloro che sono d’accordo con loro, sono buoni anche i dittatori.


La “cancel culture” infatti, non solo esiste, ma è profondamente di destra. Fingere che non esista, sperando di fare i furbetti per avvantaggiarsene, è non solo sciocco (come dimostra il caso presente, perché prima o poi le vipere che hai allevato in seno finiranno per mordere te), ma è un oggettivo “assist” alla cultura della destra.

Prima che venisse usato contro femministe e chiunque fosse “gender critical”, infatti, il “deplatforming” era stato introdotto e sostenuto nelle università americane dalle destre, per combattere ciò che loro avevano battezzatto “il marxismo culturale”.
A puro titolo di esempio, si vedano i tentativi compiuti negli ultimi anni dai Repubblicani di criminalizzare per legge l’appoggio alle campagne nonviolente contro Israele, trasformandole in reati.

Questa è la “cancel culture”, ne è la radice e la base.
Il fatto che la sinistra l’abbia adottata come proprio strumento di lotta politica è una deviazione, e una forma di masochismo.
Figuriamoci poi se si parla del movimento Lgbt, che ha potuto esistere e ottenere quel che ha ottenuto solo nella misura in cui il nostro diritto a dire cose “sgradevoli”, “scandalose”, “triggering“, decisamente “unsafe” per la gente comune, è stato difeso da un numero di eterosessuali sufficiente a impedire che fossimo zittiti e basta.
Dimenticarsene è un atto stupido, foriero d’incidenti come quello che è accaduto a Nathan Bonnì e prima di lui a innumerevoli gruppi e individui LGBT.


La settimana scorsa ho parlato su “Facebook” del caso della donna scozzese convocata dalla polizia per aver scritto che non si può cambiare sesso biologico. I commenti che ho ricevuto vanno dal “Hai deciso anche tu di rilanciare i casi più demenziali di sistemi giuridici evidentemente imperfetti per offrire argomenti ai peggiori reazionari?” al “Come al solito si prende un caso assurdo e si cerca di farlo passare per gold standard. A me pare che sia esattamente questo ad “avvantaggiare i Pillon di turno”.” Ossia, che quanto dici sia vero o falso, non importa, conta solo che se denunciarlo può essere sfruttato da Pillon per i suoi loschi fini, allora abbiamo il dovere di tacerne, fingere che non sia mai successo. Censurarlo. “No debate“.

Insomma: il problema non è che qui non si vede il pericolo, ma che lo si vede, e si è scientemente deciso di non volerlo vedere, per un miope calcolo politico che non riesce a vedere più in là di 24 ore.


Non fa nulla. Ci penseranno le chiusure delle pagine a fare capire a tutti che la censura è sempre il peggiore metodo in assoluto per gestire un dibattito. Perché la censura serve ad impedirlo.


E se impedire il dibattito fosse in realtà proprio lo scopo, ricordate tutti e tuttu che ogni marea sale, ma poi scende. Oggi fa comodo al lato A impedire il dibattito, ma domani, a marea girata, ciò giocherà a favore del lato B, e il lato A strillerà disperatamente per aprire un dibattito che ormai, per le regole che ha nel frattempo imposto per impedirlo, non potrà più avere.

Gli dèi puniscono i malvagi concedendo loro ciò che chiedono“. Amen.

3 pensieri su “Chi di “Cancel Culture” ferisce…

  1. Il boicottaggio fu usato dalla comunità lgbt in passato contro l’attivismo politico omofobo: Anita Bryant è un caso molto famoso. L’unica differenza con il passato è la disintermediazione: quello che prima era indetto da una gerarchia di attivisti e sindacalisti ora nasce dal basso(anche da una sola persona). I rischi sono alti ma la tecnologia è cambiata ed è cambiato l’attivismo con essa.
    https://www.myrecipes.com/extracrispy/the-orange-juice-boycott-that-changed-america

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  2. Alcuni fanno politica con il direttore di Avvenire e iniziare a credere alla loro buona fede è un poco difficile . Come è possibile pensare che Marco Tarquinio possa volere “cambiare la legge Zan per salvarla”? La Chiesa di Roma vuole emendarla per affossarla e alcuni le danno man forte, spero in buona fede. Ma forse il DDL Zan farà la fine della stepchild adoption, stralciata a causa del goffo attivismo di alcuni: alla fine dei giochi la gestazione per altri è rimasta vietata esattamente come lo era il giorno prima del loro manifesto ma la stepchild non è stata inserita nella legge approvata definitivamente. Credete che ci dimenticheremo delle pesanti responsabilità politiche di quella gente? Con quale coraggio parlano ancora, senza un minimo di credito?
    https://www.facebook.com/photo?fbid=2985186265094368&set=a.1757022357910771

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