Una nuova sentenza contro il bullismo online

Nel Regno Unito continua ad allungarsi la catena di sentenze di tribunale che sta ponendo chiari limiti a certi comportamenti online da parte di attivisti transqueer: https://grahamlinehan.substack.com/p/what-happened-to-caroline-farrow .

Confesso che sto maturando sempre più la convinzione secondo cui certe esasperazioni meritevoli del tribunale hanno più a che fare col modo d’interagire incoraggiato dai social media che dalle asprezze intrinseche del tema in sé.
I social media sono ormai uno strumento scappato di mano, bisognoso di una regolamentazione giuridica, che se i politici non vogliono creare per via legislativa, allora nei paesi della “Common Law” come il Regno Unito può essere ottenuta (a differenza che in Italia) anche attraverso sentenze di tribunale. Come in effetti si sta facendo.

Così ieri una condanna ha colpito il dottor Adrian Harrop, gay, “alleato trans” e militante pro-trans particolarmente estremista, per una campagna di bullismo, minacce, intimidazioni su Twitter, ed anche nella vita reale, contro una donna “gender critical“, moglie di un prete cattolico (sic) ed ovviamente cattolica lei stessa, Caroline Farrow.

Harrop è stato condannato alla sospensione della sua licenza a praticare la medicina per un mese, e ha ricevuto una severa censura al suo modo di agire, con parole che non lasciano dubbi rispetto al suo comportamento, definito “deplorevole“.


Harrop s’era messo in combutta con un’attivista trans estremista, Stephanie Hayden, specializzata nelle denunce seriali di donne (mai uomini!) per “transfobia”, per dichiarazioni come “Non è possibile cambiare il sesso biologico“, che Hayden afferma causarle un’intensa sofferenza psichica, in quanto attacchi alla sua “identità di genere.
Hayden ha precedenti per violenza fisica, specificamente un’aggressione con una mazza da golf nel 1999.

Il dottor Harrop ha inondato Twitter con centinaia di messaggi contro la sua vittima, pubblicando le foto dei suoi bambini e della chiesa di cui il marito è parroco, “scherzando” pubblicamente con Hayden sull’opportunità di andare a giocare a golf nei paraggi. Hayden s’è addirittura presentata di persona alla porta della vittima per consegnarle una denuncia. La vittima ha chiamato la polizia.

Non mi dilungherò sui dettagli, che possono essere trovati nell’articolo che ho linkato. Segnalo solo che Harrop è stato sostenuto durante il processo dall’ex giornalista per le questioni LGBT della BBC, Ben Hunte, che è gay, con un’intervista (che nel processo è stata citata fra le prove a carico per dimostrare la totale mancanza di sensibilità e umanità dell’imputato!).
Hunte, che non ha palesemente il senso della misura, ha gioito dopo la sentenza per il fatto che tra un mese il bravo dottor Harrop potrà tornare a fare del bene ai suoi clienti trans, nonostante Harrop sia un medico di famiglia e non uno specialista nella salute delle persone trans, e che la sospensione, nella professione medica, sia una sanzione pesante, preludio alla radiazione, in caso di recidiva.
Al di là della durata temporale della misura presa, conta infatti anche la lunga motivazione della sentenza, che ha individuato in Harrop una persona priva di etica professionale e di sensibilità, tale da gettare discredito sulla professione, il che per un “guerriero della giustizia sociale” non è cosa da poco.


È sempre di ieri la notizia che Twitter ha cambiato amministratore delegato e che la sua prima decisione è che da oggi non sarà più consentito pubblicare fotografie private altrui, anche se preventivamente pubblicate online su un profilo privato (per esempio, su Facebook) senza il consenso della persona ritratta. (Ed è significativo che la levata di scudi che si sta manifestando contro questa “limitazione alla libertà di parola” venga soprattutto – anche se non solo – da utenti di destra e conservatori).
Se questa regola fosse stata rispettata in passato, Harrop non avrebbe potuto pubblicare le foto dei bambini della sua vittima.
E dico “rispettata” perché la “nuova” norma si limita in realtà ad applicare la legge già esistente. Esiste una cosa che si chiama “diritto all’immagine” che garantisce che, a meno che la foto non sia stata scattata o a un evento pubblico (come una manifestazione) o relativo a un fatto di cronaca, o in alternativa che non ritragga un personaggio pubblico (status che comporta intrinsecamente una certa rinuncia alla privacy), ognuno di noi ha il diritto alla tutela della propria immagine. La regola si applica anche al caso in cui si usi un’immagine pubblica, ma per vilipendere una persona.

Queste sono regole che, quando ero direttore responsabile di un mensile, dovevo fare attenzione a rispettare, perché in base alla legge italiana ne ero personalmente responsabile.
Questa legge, in effetti, non ha mai cessato di essere valida per i giornali cartacei. Sono stati i social media che si sono ritagliati un’area d’impunità, affermando di non essere testate giornalistiche ma solo strumenti di comunicazione. Per dirla in modo semplice, la vostra compagnia telefonica non è responsabile se voi usate il cellulare per insultare qualcuno. E i social media sono riusciti fin qui a farsi considerare come l’analogo della compagnia telefonica dell’esempio che ho appena citato.

Si tratta di una finzione che sta ormai mostrando la corda. I social veicolano infatti una quota crescente dell’informazione, tanto da essere usati dai giornali tradizionali come fonte di notizie, ossia come agenzie di stampa. Sono ormai testate, non “telefoni”.

Nel caso del dibattito attuale sulla realtà LGBTQ+ non si sarebbero mai potuti raggiungere certi toni al calor bianco, certe dimostrazioni di inumanità (da entrambi i lati), se non ci fosse stata l’impunità fin qui garantita ai Social media. Persone come Harrop e Hayden, con il loro estremismo, con la loro mancanza di morale, con la loro insensibilità, con il loro bullismo, erano calamite da click, e facevano il gioco della diffusione dei social media. Quindi sono state lasciate libere di impazzare.

Ieri sia la sentenza sia la decisione di Twitter hanno messo un altro paletto a questo modo di fare, in attesa che il legislatore si accorga dell’esistenza del problema. Bene così.


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