
Si susseguono le notizie che mostrano come l’alta marea del transattivismo queer abbia ormai esaurito lo slancio, e che la razionalità abbia cominciato a recuperare i terreni invasi.
Purtroppo il mondo “Gender Critical” non è riuscito a mobilitare in questa battaglia la sinistra, che della “questione trans” ha anzi fatto una questione identitaria non negoziabile, tanto che sono sempre più i politici di destra (spesso alleati a gruppi di fanatici religiosi) a investire in questa battaglia. Ovviamente dandole, prevedibilmente, sgradevoli connotazioni di destra.
Il caso del NHS.
L’ultima notizia è che il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) del Regno Unito ha deciso di non somministrare più i bloccanti della pubertà nelle strutture pubbliche. Nonostante il transattivismo abbia finora insistito sul fatto che ogni prescrizione dei bloccanti è preceduta sempre da uno screening scupoloso, i fatti sul terreno, in tutto il mondo, hanno ormai provato l’opposto: in troppi casi ha prevalso il modello affirmation-only e i bloccanti sono stati prescritti, su preoccupazione di genitori o educatori, anche a bambini e bambine che semplicemente manifestavano un comportamento di genere eterodosso (che spesso è associato con le prime manifestazioni dell’omosessualità: la maggioranza dei bambini portati alle cliniche per l’identità di genere è infatti composta da lesbiche, gay o bisessuali). Per non parlare di quante e quanti uniscono alla disforia problemi dello spettro autistico o vari altri tipi di “neurodiversità”, cosa che in teoria avrebbe dovuto sconsigliare l’inizio del percorso di transizione.
Contrariamente a quanto ho letto online, il NHS non ha però “proibito” l’uso dei bloccanti. La decisione infatti riguarda le strutture pubbliche, e permette comunque i bloccanti all’interno di vere sperimentazioni cliniche.
Questo perché, contrariamente a quanto molti (anche in Italia) credono, i farmaci usati sono sperimentali, mai approvati per l’uso generale, e autorizzati solo nell’ambito di sperimentazioni. Che però devono sottostare a precisi criteri etici e scientifichi, di cui fino ad oggi s’è fatto allegramente a meno.
Infatti i farmaci usati come bloccanti sono stati fin qui autorizzati solo come:
– inibitori della crescita, nel caso dei tumori alla prostata;
– sostanze usate nella castrazione chimica di persone condannate per reati di tipo sessuale. Sono stati infatti somministrati ai pedofili, ma anche per sopprimere gli impulsi sessuali degli omosessuali. Il caso più celebre fu quello del “padre del computer”, Alan Turing, che si suicidò per gli effetti del farmaco sul suo corpo.
– bloccanti della crescita per i bambini affetti da pubertà precocissima. Se inizi a crescere in modo incontrollato a nove anni, a venti potresti aver raggiunto i due metri e quaranta, cosa che ti espone al rischio di morte precoce, perché il cuore umano non è “progettato” per gestire un corpo di quelle dimensioni. Per questo la pubertà viene “messa in pausa” fino ai “canonici” 12 anni per le bambine e 14 per i bambini, quando la somministrazione dei bloccanti ha termine e si lascia corso alla pubertà.
L’ultimo di tali utilizzi ha permesso di raccogliere dati sugli effetti indesiderati a lungo termine dei bloccanti della pubertà.
Tutti noi, quando sentiamo la parola “ormoni”, pensiamo al sesso, tuttavia la parola con cui furono battezzati al momento della scoperta deriva dal greco “ormào”, che significa “faccio crescere”, perché gli ormoni sono sostanze prodotte dal nostro corpo per favorire la crescita. Che riguarda anche lo sviluppo dei caratteri sessuali, certo, ma come parte dello sviluppo generale dell’organismo, dallo sviluppo fetale sino alla metamorfosi della pubertà.
Ebbene, l’uso sui bambini affetti da pubertà precoce ha causato una minore densità delle ossa, che viene regolata appunto dagli ormoni. Gli adulti a cui è stata somministrata la triptorelina si sono trovati con ossa porose e denti fragili, che si fratturano facilmente, creando problemi sanitari anche seri.
Inoltre i bloccanti hanno interferito con lo sviluppo del cervello, anche se fortunatamente tale evoluzione è ripresa quando la pubertà naturale è stata lasciate libera di fare il suo corso. In ogni caso, bambine e bambini sottoposte a questa cura avevano avuto uno sviluppo cognitivo più lento.
Quest’ultimo aspetto ha una rilevanza enorme nel caso d’una terapia imposta per “dare tempo per riflettere” fino alla maggiore età, visto che è la terapia stessa a interferire con il raggiungimento della piena maturità entro la data prefissata.
A fronte di questi dati, noti da anni, abbiamo avuto una martellante propaganda che afferma che i bloccanti sono “sicuri, privi di effetti collaterali, e pienamente reversibili”. Tutte affermazioni che dall’uso precedente di questi farmaci si sapeva già benissimo essere false.
Eppure, chiunque mettesse in dubbio tale affermazione era ed è bollato come “transfobico” e alcune delle persone che lo hanno fatto hanno perso il posto di lavoro. Sino a un anno fa mettere in dubbio tale certezza era quindi praticamente impossibile.
Questo approccio ha cominciato ad essere messo in discussione dopo che persone trans che avevano detransizionato hanno avviato cause legali per danni (alcune concluse, molte ancora in corso) accusando i medici di averle spinte ad assumere bloccanti e ormoni prima che fossero, a causa dell’età ma anche del disagio mentale causato dalla disforia, in grado di dare un consenso informato.
Nel Regno Unito, a seguito dalla causa iniziata da una de-transitioner, Keira Bell, una revisione (la “Cass review”) ha esaminato l’operato della più grande e celebre clinica per minori trans inglese, la “Tavistock Clinic”, entusiasticamente favorevole all’affirmation-only e alla medicalizzazione dei corpi trans. La revisione ha concluso che la Tavistock non rispettava gli standard minimi richiesti alla sperimentazione clinica.
Particolarmente grave è stata giudicata l’assenza di un serio follow-up dei pazienti, che non permette di valutare quanti e quali effetti indesiderati presentino le terapie, a volte estremamente invasive. La Tavistock Clinic è stata quindi discretamente ridimensionata, con un cambio della dirigenza.
Ha fatto seguito, poco dopo, una revisione del cosiddetto “protocollo olandese”, su cui si basa la somministrazione di bloccanti, da parte del governo dell’Olanda. La revisione è stata accompagnata dalla dichiarazione di uno dei ricercatori dello studio originale, che ha lamentato che l’attuale prassi ne utilizzi i dati ben oltre le conclusioni originali, evitando di fare nuova ricerca per confermarne o confutarne la validità. In parole povere, uno degli autori del “Protocollo olandese” .ha sconfessato il “Protocollo olandese”
A questo punto alcuni stati, a partire da Svezia, Norvegia e Finlandia, hanno smesso di raccomandare la somministrazione di bloccanti a bambine e bambini con disforia di genere.
Da parte loro gli Usa, principale focolaio dell’infezione, sono entrati in campo con una gragnuola di leggi, Stato per Stato, alcune delle quali peraltro dallo sgradevole odore di destra.
In Italia abbiamo avuto l’intervento del ministro della Salute Orazio Schillaci contro l’ospedale di Careggi, che nell’impostazione puzza anch’esso di strumentalizazzione politica, ma che comunque segnala che questo dibattito è arrivato, piaccia o no, anche da noi.
Ad esso hanno reagito in modo molto significativo Agedo e Arcigay, che l’hanno giudicato “un’azione che per ragioni ideologiche mette a rischio l’incolumità di ragazz* che vedono negato o compresso il loro diritto alla salute e l’accesso a farmaci salvavita”, denunciando un “processo mediatico e politico di evidente natura transfobica <che> ha prodotto un clima pericoloso di minacce ai genitori, ai medici e ai pazienti”.
Come abbia fatto una sostanza usata per la castrazione chimica a diventare un “farmaco salvavita” (cosa che non è) è mistero che solo le menti LGBTQWERTY riescono a spiegare.
Lo scandalo del WPATH
Sul campo avverso, l’associazione più chiaramente favorevole alla medicalizzazione dei corpi trans è stata il WPATH, considerata in tutto il mondo l’organizzazione-guida su tutte le questioni trans. I suoi standards of care (scaricabili in .pdf qui) sono infatti adottati in tutto il mondo come “lo standard” di riferimento in materia di terapie per le persone trans. Ciò avviene nonostante non si tratti di un’associazione scientifca o “professionale”, come invece ama apparire fin dal nome, bensì di una lobby, nel senso letterale del termine (cioè, è un gruppo di pressione politica, a cui possono iscriversi anche non scienzati e non professionisti).
Peccato che un paio di settimane fa sia scoppiato lo scandalo del “WPATH leak”.
Qualcuno all’interno dell’organizzazione, spaventato dalla leggerezza con cui essa affronta la demolizione del corpo delle persone trans minorenni, ha fatto filtrare un rapporto interno, da cui emerge che i dubbi sulla prassi seguita fino a quel momento sono molto più diffusi di quanto si volesse fare credere, e che diversi medici del WPATH (magari non per un sussulto di coscienza ma per la moltplicazione delle cause per danni) pensano che la gran parte dei pazienti non comprenda le implicazioni e le conseguenze delle terapie proposte.
La risposta del transattivismo ai “WPATH files”? Chiunque diffonda quel dossier è “transfobico” e desidera la morte atroce delle persone trans.
Il che conferma l’assenza di argomentazioni valide.
Al contrario, le argomentazioni contro l’uso dei bloccanti sono numerose.
Problemi legati all’uso dei bloccanti.
Per iniziare, esiste un problema con la logica stessa dell’uso dei bloccanti. Che vengono somministrati per fermare lo sviluppo del corpo fino al raggiungimento dei 18 anni, per decidere se desistere o se far fare un ulteriore passo al processo di transizione.
Tuttavia, la logica sottostante a questa scelta è che per “transizionare” sia necessario avere un corpo che corrisponda quanto più fedelmente possibile all’idea che socialmente abbiamo del corpo-tipo del sesso opposto a quello “assegnatoci alla nascita”.
Ciò però contraddice clamorosamente l’idea, popolarizzata dal transattivismo, secondo cui per la transizione di genere la società non ha il minimo diritto di pretendere “adeguamenti” del corpo a standard predefiniti. La semplice autocertificazione della persona interessata dev’essere sufficiente a ottenere dalla società la transizione del sesso anagrafico.
Ora, le due cose non possono essere vere contemporanamente. O per la transizione è necessaria una meticolosa adesione agli stereotipi sociali relativi al corpo “giusto” per i due sessi, oppure non esiste nessuna necessità di adeguare il corpo al “genere”.
Nel primo caso hanno ragione i cosiddetti “gatekeepers”, che vogliono il filtro di certificazioni mediche, interventi chirurgici, periodi di prova, prima di concedere la transizione, come avveniva in passato. Nel secondo caso hanno invece ragione coloro che giudicano i danni causati dai bloccanti troppo gravi per giustificarne l’uso, visto che tanto non è comunque necessario l’adeguamento del corpo allo stereotipo sociale, per poter transizionare.
Io appartengo al secondo gruppo. Guardo con orrore alla medicalizzazione dei corpi delle persone trans e, se riconosco alle persone adulte il diritto di fare del loro corpo ciò che vogliono, nel campo dei bambini ricordo che stiamo parlando di persone a cui non permettiamo di comprare una bicicletta o fare un tatuaggio da sole, mentre se si parla di smantellare pezzi del loro corpo, di botto diventano perfettamente capaci d’intendere e di volere. Il che è demenziale.
Il principio a cui mi attengo è lo stesso che vale anche per i bambini con DSD (Differenze dello Sviluppo Sessuale), normalmente chiamati nel mondo trans-queer “intersessuali”. Per quanto possano essere bene intenzionati gli adulti, non dev’essere permesso fino alla loro maggiore età nessun intervento irreversibile sui loro corpi, a meno che non sia indispensabile per la sopravvivenza (come nel caso di un bebè nato senza meato urinario).
Ripeto, non importa quanto “bene intenzionati” posssano essere genitori e medici: ogni decisione irreversibile sul proprio corpo spetta unicamente alla persona che lo abita. E per poter prendere tale decisione occorre avere raggiunto la maturità, la pienezza della “capacità di intendere e di volere”. Cosa che nel caso di un bambino non c’è ancora.
Fra le mille contraddizioni del movimento trans-queer una delle più inesplicabili è in effetti quella secondo cui la società non ha il diritto d’intervenire in modo irreversibile sui corpi dei minori nati con DSD, laddove ha invece l’obbligo di farlo se si tratta di minori con disforia di genere. Ehi, non è che pronunciando la magica parola “trans” un bambino perda di botto le tutele e le cautele che perfino i queer più scatenati considerano necessarie per bambine e bambini con DSD!
(Ovviamente – e un tempo era superfluo dirlo ma la polarizzazione recente ha reso necessario ribadirlo – nessuno subirà danni da qualsiasi transizione reversibile del/la bambina/o, come il cambio del nome o del vestiario, o la “carriera alias” a scuola. Che quindi, se chiesti dalla persona minorenne e non da chi pretende di decidere per lei, non esiste motivo di proibire).
Il secondo problema è che i dati medici sui bloccanti non sono affatto così rassicuranti quanto giurano gli spacciatori di medicinali (incidentalmente: solo di recente si è saputo che lo studio del “Protocollo olandese” fu finanziato da una casa farmaceutica che produceva bloccanti).
Non solo esistono poche ricerche, non solo il dato più importante, il follow-up a lungo termine, è di norma trascurato, ma le revisioni delle politiche degli stati nordici, dell’Olanda e del Regno Unito si basano proprio su un esame accurato delle ricerche disponibili, che ha portato a concludere che esse sono scientificamente carenti.
La ricerche in materia vengono tutte infatti dai sostenitori dell’affirmative model, che esclude per principio l’opportunità di negare a qualsiasi minore l’accesso ai bloccanti, perché un tale atto costituirebbe un grave caso di “transfobia”.
Al contrario, le ricerche sui possibili effetti indesiderati dei bloccanti vengono scoraggiate, perché potrebbero privare un minore del suo diritto a transizionare (e di “farmaci salva-vita”, secondo Agedo e Arcigay).
Al di là delle polemiche e delle fake news diffuse da entrambe le parti in causa, resta comunque il fatto che l’uso della triptorelina per bloccare la pubertà è comunque ancora solo sperimentale, e non autorizzato nella gran parte del mondo al di fuori delle sperimentazioni cliniche.
Il terzo problema, certo il più importante, è che il consenso di un bambino di dieci o dodici anni non è un consenso valido. (Anche se un transattivista più fuori di cranio della media ha obiettato che allora non lo è neanche quella degli altri bambini alla “pubertà non consensuale”, chiedendo che i bloccanti vengano imposti a tutti!). Come ammette lo stesso dossier del WPATH, a quell’età la maggioranza dei pazienti non si rende neppure conto del significato delle terapie proposte.
Come dice un celebre slogan, la decisione di transizionare un bambino equivale a quella di far diventare vegano un gatto: “tutti sappiamo chi abbia in realtà preso la decisione”.
Certo, esiste un’area grigia, fra i sedici e diciotto anni, in cui può essere necessario valutare caso per caso la maturità della persona minore, ciò che nel sistema giuridico inglese è riassunto con la frase “Gillick competence” (dal nome di un celebre caso in cui una minorenne chiedeva la prescrizione di anticoncezionali, a cui i genitori si opponevano).
Tuttavia è abbstanza evidente che parlando di bloccare chimicamente la pubertà, che avviene tra i 12 e i 14 anni, il problema della Gillick competence dei diciassettenni non si pone proprio.
Il quarto problema è che i bloccanti (e non per accidente ma per progetto) bloccano lo sviluppo della sessualità. Che, come sa chiunque abbia superato la pubertà, esplode dal momento in cui gli ormoni decidono che è il momento di trasformare l’organismo del/la bambino/a in una macchina per la perpetuazione della specie, indipendentemante dal fatto che chi subisce la metamorfosi lo voglia o meno.
Ora, mentre fra le persone trans minorenni mai sottoposte ai bloccanti e arrivate all’età adulta esiste uno spiccato fenomeno di desistenza (rinuncia alla transizione) a partire dai 14/16 anni, praticamente tutti i bambini ai cui sono stati imposti i bloccanti proseguono nella transizione.
Il transattivismo spiega il fenomeno come prova della squisita capacità di vaglio di cui sono capaci i medici che prescrivono i bloccanti. Tuttavia, poiché si stanno moltiplicando a dismisura i casi di denuncia di medici che prescrivono bloccanti alla prima visita e senza una valutazione psicologia (che sarebbe “gatekeeping”, quindi va evitata), è palese che questa non è la spiegazione giusta.
Come minimo è nostro dovere chiederci se per caso le/i minori che hanno iniziato a conoscere il funzionamento della sessualità adulta e del piacere guardino con occhi diversi alla prospettiva di macellare i genitali e rinunciare per sempre al piacere sessuale, laddove coloro che son sempre rimasti nel limbo dei bambini non possono rimpiangere ciò che non hanno mai conosciuto.
Significativamente, quando si discute di tale punto, il campo “Gender Critical” cita sempre con orrore il fatto che la medicalizzazione del corpo trans comporta la sterilità per chi la subisce, e la rinuncia ad aver figli. Eppure io devo ancora conoscere un/a tredicenne che sogni o progetti di far figli, visto che a quell’età siamo (stati/e) tutte e tutti dei piccoli Erode.
Al contrario, la rinuncia per sempre al piacere sessuale non viene mai menzionata, come se si trattasse d’una sciocchezza, della decisione di rinunciare alle fragole perché ci causano allergia.
Qui è sicuramente in gioco la forte pulsione sessuofobica che il femminismo “Gender critical” ha ereditato dal femminismo radicale, che ha troppo spesso descritto e tuttora descrive il sesso eterosessuale come sporco, violento, degradante, umiliante, sopraffattore, affermando che nella società patriarcale può essere “solo” così. Quindi beata chi riesce a farne a meno.
E invece, a quanto pare, per le persone disforiche minorenni il cui sviluppo sessuale non sia stato intenzionalmente bloccato, la questione del piacere sessuale è decisamente rilevante. Altro che fragole.
Ho conosciuto, in passato, persone trans che in età adulta hanno coscientemente rinunciato al piacere sessuale, dopo avere valutato, attraverso ripetute esperienze, quale piacere ne ricavavano, e quale sofferenza causava loro. Non condividevo la loro scelta, ma rispettavo comunque il percorso che le aveva consapevolmente portate a considerare un male minore la rinuncia al piacere genitale.
D’altro canto, ho conosciuto anche persone trans che mi avevano motivato apertamente di non voler motificare chirurgicamente l’area genitale proprio per non perdere il piacere sessuale.
Dunque, trovo che iniziare a transizionare bambine e bambini, prima ancora che abbiano avuto il tempo e l’occasione di sperimentare cosa siano il sesso e il piacere sessuale, sia una forma orribile di violenza, frutto d’una rabbiosa sessuofobia.
Gli adulti facciano pure ciò che credano. Ma i bambini devono avere il tempo per maturare.
Il quinto e ultimo problema è che la devianza di genere nelle bambine e nei bambini, nei decenni passati, è apparsa in molti studi come fortemente associata con l’emergere delle pulsioni omosessuali in un’età in cui la sessualità è ancora una preoccupazione marginale (chi fosse interessato può cercare “sissy-boy syndrome”). Fino ai due terzi dei bambini non conformi al genere risultano omosessuali o bisessuali, in età adulta.
Esiste infatti una percentuale di bambini che razionalizza l’apparizione di pulsioni verso il proprio sesso con la propria appartenenza al sesso opposto, non concependo ancora che l’attrazione possa andare altro che da donna a uomo e viceversa. Se ti attirano i maschi, allora è evidente che sei una femmina, e viceversa. Si tratta chiaramente del trionfo culturale dell’“eteronormatività”, ossia della convinzione secondo cui che ciò che è vero per l’eterosessualità debba essere la norma per chiunque.
Purtroppo, nei casi di minori disforici discussi negli anni passati è emerso come esistano molti genitori che condividono tale punto di vista fortemente eteronormativo. Il bambino gioca con le bambole, quindi è una bambina. La bambina non vuole vestire di pizzo, quindi è un bambino. Ciò spiega i casi di bambini anche molto piccoli portati nelle cliniche per problemi della cosiddetta “identità di genere”. Di sicuro non ci sono andati da soli, ma ci sono stati portati.
Invece di lasciare che i bambini crescano ed esplorino, che si esprimano nel modo che trovano più congeniale e se caso siano pure femmine “virili” o maschi “effeminati”, si medicalizza la loro “devianza” e si riporta il loro comportamento nell’alveo “corretto” per maschi e femmine. Bambole per le femmine dei due sessi, e soldatini per i maschi dei due sessi.
Questa è la terapia riparativa del XXI secolo, però laica e di sinistra. Anziché ragazzi gay effeminati e ragazze lesbiche butch, avremo alla fine tante belle signorine effeminate dei due sessi e tanti bei ragazzoni butch dei due sessi.
Il mondo lesbico e gay non può restare insensibile di fronte a questa strumentalizazione della questione trans da parte dell’eteronormatività, per trasformare gay e lesbiche in eterosessuali. Un sogno inseguito da millenni, e finalmente sottoscritto oggi anche da parte dello stesso mondo LGBTQWERTY.
Conclusione.
Lasciamo crescere i bambini. Se da adulti consapevoli vorranno farsi friggere il cervello per diventare “normali”, avranno comunque il diritto di farlo.
Ma non prima di avere avuto il tempo di guardarsi attorno e decidere, da sé, del loro destino.
