Cornuti e mazziati

E così, pochi giorni dopo l’eliminazione dal programma del PD della parificazione delle unioni omosessuali, Berlusconi ha alzato la posta, promettendo di abolire la legge sulle unioni civili qualora il suo partito (e non lui, che non può candidarsi) vinca le elezioni.

Credo che nulla meglio di questa “doppietta” sancisca il fallimento d’un movimento lgbt che per troppi anni è stato troppo supino ai voleri del mondo dei partiti italiani. A furia di fare gli zerbini e dire sempre di sì, per paura di compromettere i preziosi rapporti col mondo della politica, si finisce per essere dati per scontati, e quindi per irrilevanti.

Questo fallimento è certificato dal fatto che neppure la legge che abbiamo, pur nella sua bruttezza, è stata ottenuta da questo movimento fallimentare, bensì praticamente dal solo sforzo delle lesbiche e dei gay che attraverso “Rete Lenford” hanno piantato nel terreno, attraverso sentenze di tribunale, quei paletti giurisprudenziali che poi l’abortino Cirinnà è stato obbligato volente o nolente a rispettare.
Renzi si è così trovato costretto ad approvare una legge purchessia, non certo perché terrorizzato dai minacciosi miagolii delle tigri gay, ma per non correre il rischio che fosse la Corte Costituzionale a “dettare legge”, come la Consulta stessa aveva minacciato di fare qualora il governo italiano avesse perseverato nella propria latitanza. La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso sollevato da Enrico Oliari e dal suo compagno, ha reso irreversibile questa opzione. (E si noti che quest’ultima sentenza è stata ottenuta con una causa interamente finanziata, di tasca propria, dai due ricorrenti, dato il disinteresse totale del movimento lgbt, e la prudenza di Rete Lenford, che non la giudicava vincibile. Evento altamente simbolico d’un movimento gay italiano che si fa passare la storia e la politica sopra la testa, anche se poi la cautela di Rete Lenford era almeno l’elemento d’una precisa strategia).

Tutto ciò Berlusconi lo sa. Lo dimostra il fatto che ha dichiarato di “non voler togliere diritti a nessuno“, con ciò riconoscendo (eresia!) che è proprio di diritti e non di “capricci” che stiamo parlando. Questo suo inciso è solo un modo per mettere le mani avanti. Berlusconi sa infatti che se davvero abrogasse la legge, la Consulta interverrebbe a sanare il pasticcio, come ha già detto che avrebbe fatto se ci fossero stati pasticci, col rischio che a questa nuova tornata approvasse davvero il matrimonio egualitario, “peggiorando” (per il punto di vista di destra) la situazione. Alla destra, semplicemente, in questo momento non conviene riaprire la danza: il compromesso raggiunto da Renzusconi favorisce in modo esagerato le posizioni della destra, nonostante in base ai sondaggi esse siano ormai minoritarie nel Paese.
Un’abrogazione potrebbe guadagnare forse un paio d’anni di discriminazione in più, ma l’esito finale sarebbe scontato, quanto lo sarebbe quello d’un referendum tenuto oggi per abrogare il divorzio o l’aborto (i giovani non lo possono ricordare, ma ci sono stati ben due referendum per abrogare l’aborto ed uno per abrogare il divorzio, e sono stati tutti persi dagli oppositori. Nel secondo referendum contro l’aborto, addirittura, la percentuale di “no” all’abrogazione addirittura aumentò rispetto al primo: due terzi di “no” conto un terzo di “sì”).

Dunque, la dichiarazione dell’anfitrione delle “cene eleganti” è pura fuffa, utile a distrarre l’attenzione dei suoi elettori, e rendere un favore a qualche elemento ultra-clericale e fuori dal mondo a cui deve un favore, con il quale si è così sdebitato. Berlusconi sa di non poter decidere su tale questione perché non ha, semplicemente, il potere di cassare le sentenze della Consulta e della Corte Europea, né quelle di grado inferiore che Rete Lenford ha pazientemente accumulato, rendendo per esempio di fatto possibile la stepchild adoption deliberatamente esclusa dalla legge Cirinnà.

Però ciarlando di unioni civili, su cui non ha il potere di decidere (per lo meno, non in quel senso, non più di quanto avrebbe il potere di proclamare Arcore un regno indipendente), Berlusconi evita di dover affrontare i temi su cui  se vincesse le elezioni avrebbe invece il potere di decidere, ma sui quali non ha nessuna intenzione di decidere a favore degli elettori anziché, come suo costume, a proprio favore. Per esempio l’abolizione del Jobs act, o l’uscita dall’euro, o l’abolizione del fiscal compact, o della Riforma Fornero. Disastri combinati dalla “sinistra” e dalla destra, unite nel voto e nel governo, gestito “a staffetta” ma di fatto in coalizione.

Colpisce, in tutta questa dinamica, l’assoluta irrilevanza del movimento lgbtq, capace solo di continuare a discutere di aggiungere nuove, e sempre più demenziali, letterine all’alfabeto (l’ultima è la K di kakka, ops pardon, di “kinky“, per gli “amanti della materia”, che adesso per qualche motivo lorsignori hanno decretato che devono a tutti i costi fare parte di noi, ma forse è meglio dire: di loro).

Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia.

Vivere della carità dei partiti ha fatto del movimento lgbt italiano un produttore seriale di vibranti comunicati stampa in cui di volta in volta si auspica, si condanna, ci si indigna, si propugna, si minaccia, si ammonisce, si rammenta…. Comunicati che nessuno legge e nessuno cita e che soprattutto nessuno prende sul serio. Come la cronaca di questi giorni ci ha ampiamente dimostrato.

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