“LGB” contro “T”?

Un ragazzo ftm che mi segue su Facebook mi ha scritto perché avevo nominato il Gruppo britannico “LGB Alliance” (nato per chiedere di rifocalizzare strettamente sull’omosessualità il movimento LGBTTIAAQK+), chiedendomi cosa ne pensassi del fatto che il gruppo italiano che su Facebook ha imitato il loro nome, “LGB Alliance Italy“, a suo dire scade troppo volentieri in attacchi “ad personam” e in prese in giro delle persone trans.
Gli ho risposto che il mio modo di far politica si basa sulla lotta contro i concetti che giudico assurdi o pericolosi, trovando politicamente inutili (se non controproducenti) le gogne mediatiche ad personam.
(In altre parole: non comprendo che vantaggio politico potrebbe offrire alle mie argomentazioni mettermi a sfottere un uomo trans solo perché ha un’identità di genere maschile. Ma saranno fatti suoi, e non miei?). Quindi, qualora qualcuno lo facesse, non avrebbe la mia approvazione.

A ciò il mio corrispondente ha replicato:

Dici di contrastare il loro attivismo basato su attaccare persone “perché attacchi concetti“, ma in quell’attacco alle persone loro attaccano il concetto base del “potersi definire uomo se ftm” e “potersi definire donna se mtf”. Infatti, a prescindere dal fatto che fanno attacchi personali ad una persona fisica, guarda anche “cosa” deridevano: il fatto che questo ftm si definisse uomo. Le vignette avevano come tema che era ridicolA a definirsi uomo, che non doveva farlo, e che era pazzA. Sono questi gli obiettivi dell’agenda LGB separatista? Imporre agli ftm di definirsi donna (etero o lesbica non importa) e alle mtf di definirsi uomini? Io credo che tu non voglia fare debunking di quello che loro dicono, perché non ti conviene, indeboliresti la tua parte di gay separatista, ma fanno molto più danno loro alla tua causa che i queer.

A questo punto ho chiesto il permesso di rispondere pubblicamente, dato che la questione è importante non solo a livello personale, e l’ho ottenuto, a patto di rendere anonimo il mittente.



A quanto appena citato sopra rispondo quindi che la mia generazione ha sempre distinto senza problemi fra sesso e genere.
Il sesso è un dato biologico, che è importante, anzi centrale nella nostra scelta sessuale (e quindi nella procreazione, ovviamente), ma lo è assai meno fuori da questo àmbito. Maschi e femmine sono infatti uguali: nessuno dei due sessi è superiore all’altro, o ha capacità mentali innate maggiori dell’altro. La biologia non è un destino.
Il genere è invece una costruzione sociale relativa al significato che la società attribuisce al fatto di essere nati sessuati. Il genere è privo di verità “essenziale”, ontologica: è giusto una convenzione sociale. Tanto che cambia di società in società, di classe in classe, di epoca in epoca, di individuo in individuo, e magari perfino di periodo della vita in periodo della vita.
Dunque, se da un lato non transigo sulla realtà del sesso biologico, dall’altro non provo il minimo affetto verso i pregiudizi sociali definiti collettivamente col nome “genere”.

Non si nasce donna, lo si diventa“; scrisse in una frase ormai celeberrima Simone de Beauvoir, per dire che sì, tutti nasciamo maschi e femmine, poi però per diventare uomini e donne ci serve la socializzazione, l’educazione patriarcale, l’educastrazione, la “performatività“…


Le donne e i gay hanno perciò rivendicato per decenni il diritto di esprimersi nel modo che volevano loro, e non in quello prestabilito dal genere imposto dalla società. Siamo stati “virago” e “checche“, masculazze e femminelli, butch e sissies, con grande scandalo dei nostri contemporanei, e facendolo abbiamo migliorato la società in cui abbiamo vissuto.
Sinceramente fatico quindi a credere che oggi esistano femministe che pensano che il genere sia un destino a cui ciascuno di noi deve obbedire, dopo che per decenni il femminismo ha combattuto contro il genere. Sono sempre stati i cattolici e i fascisti a pensare che il genere sia biologicamente collegato al sesso e all’orientamento sessuale, e che le tre cose, assieme, formino un “destino biologico” assegnatoci da Dio in persona. No, decisamente queste cose il femminismo non le ha mai sostenute — i cattofasci, invece, sì. E se una donna che si dice “femminista” sostiene queste cose, be’, ha torto, e basta.



È chiaro, in altre parole, che ognun* ha il diritto di definirsi “uomo” o “donna”, a suo modo, e che nessuno, queer, cattolico, femminista o islamista che sia, possiede il diritto di stabilire lui o lei chi possa o non possa definirsi “uomo” o “donna”.
Le definizioni di “uomo” o “donna” non appartengono a nessuno. Sono socialmente costruite, ogni società può definirle come le pare, a differenza da quanto succede invece con l’essere “maschi” o “femmine”, che ha a che fare con una realtà scritta nei nostri cromosomi, e che non dipende né dalla nostra volontà né da quella della società in cui viviamo. (Buck Angel, celebre attivista ftm statunitense, ha scritto di recente che negare che lui sia nato femmina significa negare l’esperienza vissuta della sua transizione, e il suo significato).

E con questo credo di avere risposto alla prima domanda.


Il mio interlocutore prosegue dicendo:

E non sono solo loro. Tempo fa è uscita l’intervista ad una ginecologa milanese, in cui veniva sottolineata l’importanza di rivolgersi al maschile agli ftm e a rimanere il più possibili neutri nel linguaggio per favorire le visite ginecologiche, perché in molti ftm non si curano proprio per disforia. Giorni dopo, una di queste pagine dicevano che “i queer” ricattano i medici dicendo che se non aderiscono al delirio trans loro “spingono le persone a non curarsi”. Ovviamente c’era anche l’insinuazione che gli attivisti ftm “spingono” le ragazzine mascoline a non curarsi, quindi aver parlato di un problema (molti ftm non si curano per disforia) era diventato “spingere ragazzine confuse a non curarsi”. E tu sai bene che queste pagine sono piene di malafede, insulti all’attivismo trans italiano, etc etc.
Dovete decidere qual è il vero obiettivo. Se l’obiettivo è limitare le medicalizzazioni dei giovani, monitorare la presenza mtf nello sport femminile, o se l’obiettivo è “imporre” agli ftm di dirsi donne, alle mtf di dirsi uomini, come stanno facendo queste pagine separatiste”.

Rispondo: quanto mi scrive il mio interlocutore è vero. Io stesso osservo, su un altro gruppo Facebook dedicato a discutere la necessità di separare il movimento gay maschile dal minestrone lgbtqquiaqwerty+++++, atteggiamenti di derisione verso le persone trans (e anche verso le femmine!). Ho provato a fare notare che prendere in giro esseri umani per la loro disforia, o “misgenderarle“, non ci fa ottenere nessun vantaggio politico, non ci fa fare nessun passo avanti, e crea solo inutile sofferenza… ma mi è stato risposto che dopo tutti gli insulti, gli attacchi, le calunnie e l’aperta omofobia ricevuta dalle persone trans, vendicarsi non sarà magari carino, ma è umanamente comprensibile.


Ciò è idiota. Se vogliamo che il bullismo abbia fine, non dobbiamo essere noi i primi a praticarlo: è una questione di coerenza.
Quindi, io ammetto senza difficoltà che entrambe le parti hanno i loro estremisti, e i loro fanatici ottusi, che si macchiano di mancanza di rispetto verso le donne cosiddette “cis”, verso le persone trans sia mtf che ftm, e verso le persone gay, lesbiche e bisessuali.


Il problema per noi che non condividiamo la linea di azione di queste persone è trovare un canale di dibattito che prescinda da loro, visto che guarda caso sono proprio costoro ad essersi autonominati portavoce di tutti noi, senza che nessuno li avesse mai delegati a farlo.
Dopodiché, faccio notare al mio interlocutore che la parte che rifiuta per principio il dibattito e il confronto è la sua. E lo fa in modo dichiarato, vantandosene. Quindi forse chi deve fare il primo passo qui è il suo campo, non il mio.
Ma se vuole che sia io a farlo, non ho mai chiuso i canali di confronto: sono qui.


Prosegue ancora il mio interlocutore:
Cosa è “gender critical”? E’ dire che la biologia è un destino e dobbiamo presentarci al mondo in base a questa? Perché non puoi rilevare l’incazzatura di queer e trans non vedendo che dall’altra parte c’è un continuo misgendering (“Il diavolo veste G” e “LGB Italy” continuano a chiamare le donne trans “maschio transidentificati”, gli ftm “ragazze che non si accettano”).
E oltre a questo paternalismo (sanno più dei trans stessi quale sarebbe la loro identità), meme che sfottono, anche questi pieni di misgendering e deadnaming. Finchè i movimenti radfem ed LGB saranno pieni di questo bullismo, saranno meno credibili dei queer, trans e compagnia.
E se tu fossi onesto intellettualmente., se volessi essere tu una voce franca di questo movimento, sottolineando la poca credibilità di questi soggetti, dedicheresti un sacco di post a questo problema.

Rispondo: “Gender critical” è la definizione di moda oggi per coloro che vogliono mandare a farsi fottere il genere e tutti i suoi lacci (quando ero giovane parlavamo per l’appunto di “gender fucking“). Ad esempio, io stessa non ho nessun problema a parlare di me al femminile, perché sono stata abituata a considerare il genere una pura rappresentazione sociale, priva di legami con la mia personale percezione di appartenenza a un sesso o all’altro. Sono conscia del fatto che per il mio interlocutore la disforia è un problema concreto, che gli impedisce di fare lo stesso, e non sarò quindi così scema da chiedere anche a lui di farlo; resta però il fatto che per chi è gender critical il genere è giusto una stupida convenzione, un’abitudine priva di significato.
Ovviamente tale posizione si scontra con quella di tutto un movimento, quello queer, che afferma che il genere è al contrario un’essenza magica importantissima, un po’ come l’anima per i cattolici, che viene infusa dalla Fatina del Gender dentro di noi prima ancora che nasciamo, e che tale essenza magica costituisce la nostra “vera essenza”. Al punto che il concetto di sesso viene decostruito, smantellato, dichiarato non valido, perché la sola verità proviene dal genere.

Indubbiamente, le nostre posizioni sono qui molto distanti. Ma possiamo lo stesso provare a discuterne.



È curioso come nella frase successiva il mio interlocutore citi come concetto caro al pensiero “gender critical” un dogma che esso ha invece sempre combattuto, ossia che “la biologia è un destino“. Ma il femminismo, ed anche il movimento gay, sono nati proprio dal rifiuto dell’idea che ognuno di noi abbia un “destino biologico” che la e lo inchioda al dovere di comportarsi secondo il ruolo di genere affibbiatole/gli alla nascita! Quindi questa accusa non è corretta.

Proseguendo: io capisco l’incazzatura del mio interlocutore per le cose che mi riferisce, ma spero che non voglia negare che dall’altra parte esiste una campagna per cancellare il concetto di “donna”, sostituendolo con perifrasi come “portatore di utero”, “possessore di cervice”, o arrivando a sanzionare chi ha semplicemente stampato a grandi lettere la definizione del dizionario di “donna” come “femmina umana adulta”.
Vogliamo discutere innanzi tutto di questo, che non è certo un ostacolo da niente?



Infine, la questione del “misgendering“. Cosa io ne pensi (ossia, che è sbagliato) l’ho già detto. Ma se questa regola ha un qualche valore, allora deve valere in entrambi i sensi. Non bisogna misgenderare, ma neppure cisgenderare. Il tentativo del mondo trans di etichettare come “cisgender” chi non ne fa parte è offensivo e violento. Tutti abbiamo il diritto ad avere l’identità di genere che vogliamo. Quindi abbiamo anche il diritto di non averne nessuna, e di rivendicarlo apertamente.
Il fatto che il mondo trans reagisca violentemente alla richiesta, che è una richiesta di rispetto, di non “sovradeterminare” chi non è trans, implica che non è disposto a concedere agli altri ciò che chiede per sé.
Questa è una posizione che, in un confronto, non ha mai portato a nient’altro che a trattare l’avversario così come lui tratta noi. Ossia, a vendicarsi.



Chi ha attaccato briga? Secondo me loro, ma non è importante, se stiamo discutendo di smetterla di farci la guerra e di trovare una soluzione. Se davvero lo vogliamo, si può fare. Trans, femministe e gay hanno vissuto in spazi contigui per decenni senza sentire tutto questo bisogno di farsi la guerra, anzi collaborando a molti progetti politici importantissimi.
La mia analisi del perché ciò oggi non sia più possibile (su cui intendo tornare ancora in futuro) è che stiamo vivendo una crisi causata dal fatto che il movimento di liberazione omosessuale nato nel 1969 ha perso senso, perché ha ottenuto tutto quanto chiedeva nel suo programma di fondazione.
È un po’ come se fossimo un movimento per l’abolizione della schiavitù, ma dopo l’affrancamento degli schiavi. Anche se è purtroppo vero che un proclama di liberazione non risolve magicamente le stortura causate dalla schiavitù (come dimostrano gli Usa a un secolo e mezzo dall’emancipazione), il movimento che si è battuto per quel risultato non potrà comunque continuare a fare le stesse cose di prima, dato che problemi nuovi richiederanno competenze nuove (per dire: prima servivano avvocati o guerriglieri, dopo servono invece, che so, insegnanti e sindacalisti).

Oggi il movimento LGBT (inteso come istituzione del Terzo Settore), diventato ipertrofico, è alla disperata ricerca di nuovi schiavi da liberare per continuare a giustificare la propria non più giustificabile esistenza (e gli stipendi che paga). Da qui la bulimia con cui aggiunge sempre nuove lettere alla sigla, inventando oppressioni inesistenti (i gabinetti!) nel disperato tentativo di restare rilevante e continuare a pagare gli stipendi dei propri “esperti” (con PhD in gabinettologia).
Ebbene, una parte del mondo lesbico e gay e perfino trans [non è affatto detto che il divorzio fra LGB e T sia inevitabile] non si riconosce in questa strategia (per il banale motivo che non ha nessuno stipendio da difendere scoprendosi paladino dei pinguinosessuali in Mongolia), il che rende a mio parere inevitabile che si arrivi, a medio o lungo periodo, a un divorzio fra LGB (+ alcuni T) e tutto il resto dell’interminabile minestrina di letterine.
Questa separazione può essere consensuale, come “LGB Alliance” chiede che sia, o traumatica, come i talebani di entrambi gli schieramenti preferirebbero che fosse, magari aggiungendoci pure una crociata di sterminio contro gli eretici.


Quale delle due opzioni sceglieremo? La risposta dipende da noi oggi. Perché separarsi non vuole dire necessariamente odiarsi: se si è adulti può significare solo prendere atto del fatto che sono venuti meno i motivi per stare assieme, e che è giusto che ciascuno prenda la sua strada. Possibilmente, restando amici.
È utopico? Forse sì. Ma provarci non è un reato.

Aggiunta. Nathan Bonnì, che NON è l’autore fel post a cui rispondevo, ha risposto a questo mio pezzo con osservazioni e critiche, che possono essere lette qui.

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