“#Superstraight”

Alla fine, ieri notte, all’improvviso, è successo.
Un grazioso ragazzetto eterosessuale ha fatto uno sclero su TikTok perché stufo di sentirsi dire che se era etero “dovevano” attrarlo le donne trans (perché “le donne trans sono donne”), che gli piacesse o no il pene femminile.
Il fanciullo è sbottato: se essere etero è quello, allora io non sono quello, sono un’altra cosa, sono un super-etero, uno di quelli attratti SOLO da donne cis. È una sessualità, è la mia sessualità, rispettatela.
Nel giro di poche ore, #Superstraight è diventato sui social un movimento satirico (e goliardico: la bandiera di questo nuovo orientamento, che ovviamente non poteva assolutamente mancare, ha… i colori di Pornhub!).

Il creatore del trend #Superstraight

Ebbene: io ve l’avevo detto 😁😁. Ogni azione causa una reazione.
Per anni le lesbiche hanno subito gli attacchi transchilisti che le accusavano di transfobia per il medesimo reato: non essere interessate al “pene femminile”. Nessuno ha mosso un dito.
Di recente il fenomeno si è esteso ai gay: un vero gay deve degustare la vagina, se chi la possiede è un uomo trans. In caso contrario è transfobico! Troverete nei commenti ai miei interventi dei mesi scorsi su Facebook più di una predica di bisessuali autodefinitisi “gay”, che mi spiegavano che siccome a loro piaceva così, allora a tutti i gay doveva piacere così. Because: se no, transphobia.
Ma anche qui, a nessuno è importato. Dopo tutto, il fatto che in questo modo si stesse distruggendo il concetto di “orientamento sessuale immutabile”, su cui si basa la lotta di liberazione omosessuale, non era un accidente: era semmai l’obiettivo dichiarato di questo movimento.

Ma poi, ubriachi del proprio successo, i rivoluzionari da social media hanno iniziato a importunare i maschi eterosessuali.
E qui hanno imparato la differenza che esiste fra prendersela con gruppi esclusi dal potere e prendersela con il gruppo che ha il potere. In meno di 24 ore un adolescente eterosessuale qualsiasi ha ottenuto un contraccolpo che filosofe lesbo-femministe di grande levatura cercavano invano di ottenere da anni.
Così va il mondo.


Anche se, a guardare meglio, questa sembra più una “Sarajevo” virtuale, ossia la scintilla totalmente casuale e non intenzionale che colpisce una polveriera che si aveva accumulato esplosivi per anni. Lo dimostra il fatto che risposte date ai transchilisti (logicamente furiosi, e che esecrano il trend) fanno tutte abilmente uso degli argomenti, del linguaggio, della retorica e della (non) logica (evidentemente subite senza reagire per anni) del transchilismo, e di tutta la follia postmodernista. Che viene perculata assieme al suo disprezzo della logica e della coerenza, al suo vittimismo patologico, e al suo egocentrismo narcisistico che pone il “IO, ME, ME STESSO” al centro di ogni discorso.
Mo’ si sfogano tutti, a ragione e a torto (e qualcuno eccede: di solito i maschi, che la buttano sul pecoreccio; molto meno le femmine).
Anche se il ragazzetto ha ritirato da Tiktok il video per (ha dichiarato) aver ricevuto minacce di morte contro sua madre, ed anche se il trend è a mio parere destinato a durare poco (come tutti i trend di Internet), la sua diffusione esplosiva dimostra che sotto la superficie si sta accomulando l’energia repressa di un contraccolpo che aspetta solo l’occasione propizia per scatenarsi.


Ma al di fuori della goliardata, il fenomeno è anche una importante lezione sul funzionamento del linguaggio, che controbatte all’errata concezione che ne ha il postmodernismo.
Noi non viviamo affatto in una realtà “logocentrica”, in cui le parole “creano” le cose a partire da una realtà fluida e indistinta, come insegna il postmodernismo. Le cose preesistono alle parole che le designano, anche se poi è vero (nonché perfettamente noto e studiato sin dai tempi dei Greci) che le parole caricano di “significati” socialmente costruiti – e quindi culturalmente determinati – le cose. Ogni cultura carica cioè di “significati” diversi “significanti” simili o uguali.
Anzi, peggio: la parola “omosessuale”, usata da me e da Adinolfi, che pure apparteniamo alla medesima cultura, epoca e lingua, non designa affatto la stessa cosa, laddove al contrario i significanti tutti diversi di “gatto”, “cat”, “chat” o “gato”, possono designare tutti la medesima cosa.

In breve, il rapporto fra parole e cose è dialettico, e non gerarchico, come invece insegnato dai postmodernisti e dal loro concetto di “discours du pouvoir“.
Le parole non “creano” affatto le cose (e viceversa). La lingua è un SISTEMA di segni che tutti assieme “significano”, ossia, in latino, “si fanno segni a vicenda”. Per capire un testo occorre conoscere il con-testo, perché anch’esso contiene e trasmette “significato”.

Ne consegue che:
—-> La convinzione postmodernista di poter combattere l’oppressione cambiando il linguaggio, è fuffa. <—-
Si può insultare qualcuno con un complimento, ci si può definire a vicenda “froci” tra militanti gay senza nessuna offesa. Il rapporto fra significato e significante è arbitrario (convenzionale) e non essenziale. Può variare di momento in momento. Le parole designano (riflettono), e non, creano, la realtà.

Insomma, per farla breve: il cambiamento sociale avviene sempre e solo nel reale, e non sul piano simbolico, che al più cambia per riflettere il cambiamento avvenuto nel reale.
“Chiamarsi fuori” dall’oppressione – come ha fatto Judith Butler con quella delle donne, la teoria queer con quella degli/delle omosessuali, o il transchilismo con quella delle persone T – non cambia affatto l’oppressione: cambia solo il modo di definirla.


Questo ragionamento si applica anche in senso inverso.
Se le persone bisessuali ed eterosessuali quiiiir ridefiniscono l’omosessualità in modo che essa comprenda i rapporti eterosessuali obbligatori (because: se no, transphobia) la contromossa più logica per chi dissente è cambiarle nome. Se il gay “deve” delibare vagine, ok, si definisca pure “gay” a quel modo chi lo desidera; io però sono un’altra cosa, io desidero altro: io sono un “#supergay” o una “#superlesbian“. O whatever.

Il fenomeno ha iniziato a manifestarsi da oltre un anno, con la fondazione un po’ in tutto il mondo di realtà politiche LGB dichiaratamente mirate a imperniare di nuovo il discorso lgbt sull’orientamento sessuale anziché sull’identità di genere.
È stato fin qui un processo lento e in salita, anche perché il movimento lgbt (inteso come gruppi di militanza) vive ormai economicamente del culto trans (in Europa i diritti LGB, ormai ottenuti al 90%, sono acqua che non macina più: da qui il bisogno di scovare sempre nuovi disagi da prendere a carico per giustificare il proprio stipendio, dai trans agli intersessuali, dagli asessuali agli aromantici).

Ma lo “sclero” privo di calcolo di un sedicenne etero ha reso evidente che l’acqua ha scavato ormai a lungo sotto la superficie, e forse l’arrogante castello delle certezze transchilistiche (che da qualche mese sui social ha preso pieghe dichiaratamente omofobiche, rubando termini e temi dagli incels e dalla Alt-right) è molto più fragile di quanto ancora crediamo.

Ah, a proposito, non ricordo se ve l’ho già detto che: io ve l’avevo detto 😜?


P. S.: Qui c’è il filmato (non uso TikTok).

Un pensiero su ““#Superstraight”

  1. L’insistenza di certe frange di attivisti trans a concentrarsi sull’orientamento sessuale altrui, e a interstardirsi a conoscere le motivazioni profonde di un rifiuto per poi porre veti sull’esercizio del consenso altrui è senz’altro controproducente per la loro causa. Recentemente ho appreso che non sono solo un gruppetto sparuto ma rumoroso di ‘leoni da tastiera’ che frignano perchè nessuno li vuole portare a letto, ma anche attivisti d un certo peso (o, comunque, che si sono guadagnati uno spazio di rilievo all’interno dell’attivismo trans) che si lamentano dai loro blog, canali youtube e financo pagine di giornali perchè non risultano attraenti al loro gruppo preferito.

    Persone come Jacob “Voglio essere un oggetto sessuale” Tobia, o Laverne “se gli uomini etero non considerano noi trans è colpa delle donne cis” Cox, o Riley “Tutti dovrebbero affrontare i loro pregiudizi sessuali” Dennis. Il problema è che leggendo questi interventi, alcuni pubblicati su quotidiani online con una discreta platea di lettori di qualsiasi estrazione, non solo queer, molti potrebbero farsi l’idea che la comunità trans non abbia problemi più gravi: dopotutto, se l’argomento principale delle tue lamentazioni è che nessuno ti scopa (gli articoli di questo tenore si sono moltiplicati, ultimamente), questo significa hai ben poco di cui lamentarti.

    Tuttavia sappiamo che la comunità trans i problemi li ha eccome, (e alcuni di questi sono parzialmente condivisi dalle comunità gay, lesbica e bisessuale):ad esempio le discriminazioni sul lavoro, gli intoppi burocratici, le difficoltà a trovare casa e ad avere un’assistenza sanitaria adeguata, fino alla violenza perpetrata da transfobi (che chissà perchè sono praticamente tutti maschi, ma da quanto ho visto questo problema viene ignorato in larga parte).

    Per arrivare alla conclusione del mio commento, gli atteggiamenti che vedo in una parte della comunità trans e dei suoi sostenitori, non solo sui social media, ma anche da parte degli attivisti di un certo peso, mi sta facendo diventare cinica: al momento attuale sono arrivata a un tale livello di saturazione che non me ne importa assolutamente NIENTE della solitudine sessuale e sentimentale di una persona transgender che si lamenta perchè non riesce a trovare un partner. E questo onestamente mi allarma, perchè dire “Non è un mio problema” per questo genere di faccenda è una cosa, ma temo che potrebbe degenerare fino a far dire a me e ad altri “Non è un mio problema” anche per tutto il resto. Quando le difficoltà che ho elencato sopra sono automaticamente anche un mio problema, visto che sono affrontate da esseri umani come me.

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