Mario Mieli: né vergine, né santa

di: Giovanni Dall’Orto [da “Pride”, Gennaio 2018]


La quarta riedizione degli Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli (Feltrinelli 2017, € 12) ha offerto occasione a una nuova generazione (che a differenza di me la “Maria” non l’ha mai conosciuta) di salutarla come un visionario geniale, meritevole d’essere proclamato “santo precursore” del movimento queer (come fa Enrico Gullo nel suo: Santa Maria Mieli, “Nero”, 13 novembre 2017).
Ora, io non sono mai stato amico intimo della Maria: avevo 17 anni quando lo conobbi, e lui era già una “vecchia zia” troppo anziana perché riuscissimo a comunicare: aveva ben 24 anni. Ad ogni modo, abbiamo frequentato a lungo gli stessi collettivi e in un’occasione mi scontrai pure con lei, a un convegno in cui iniziò a parlare d’alchimia, di numerologia, del fatto che i valori numerici delle parole greche “oro” e “merda” sono identici e che quindi la merda è oro… (Una disanima dei deliri alchemici della Maria sta in: Giampaolo Silvestri, L’ultimo Mario Mieli, Croce, Roma 2012, € 15).


La cosa che più mi stupisce è vedere la Maria presentata come precursore della moda “decostruzionista” che oggi domina il movimento lgbtpqrstuvz. Ma la Maria non è mai stata un “decostruzionista”; semmai fu pervicacemente l’opposto: “essenzialista”. Ricordo perfettamente di averla sentita proclamare in più di un’occasione l’esistenza d’un “filo rosso” (ossia una “essenza”) che univa le esperienza di tutte le persone omosessuali nel presente e nel passato. Negli Elementi si spinge a una rilettura della presunta omosessualità di Dante grazie al parallelo fra il suo comportamento con ser Brunetto e il comportamento dei gay nel “battuage” notturno. Quasi che esistessero comportamenti e sensibilità che fra i gay si ripetono sempre uguali a se stessi, di generazione in generazione. Più “essenzialista” di così!
Del resto Mario era un grande appassionato della psicoanalisi, teoria “essenzialista” al 101%, che sostiene l’esistenza di schemi psicologici innati in tutti gli esseri umani: lo sviluppo della sessualità, in ogni cultura e in ogni epoca, passa attraverso una fase anale, una fase orale, una fase genitale ecc. E chi abbia letto gli Elementi, non può non avere notato quanto il pensiero di Mieli dipendesse da quello psicoanalitico (soprattutto quello del suo amatissimo Groddeck) com’era usuale nella corrente di pensiero a cui Mieli apparteneva, che Lorenzo Bernini ha efficacemente definito: “freudo-marxismo”.
Oltre tutto, questo entusiasmo “essenzialista” della Maria era un pallino suo personale, non un’idea diffusa nel movimento gay dell’epoca, nel quale moltissimi (e fra loro anch’io) pensavano che la psicoanalisi fosse una pseudo-scienza, incapace di dimostrare anche il più piccolo dei propri dogmi, soprattutto quando si parlava d’omosessualità.
Certo, attraverso un uso sconcertante e disinvolto della psicoanalisi, Mieli riusciva a tirare l’acqua al nostro mulino, trovandovi argomenti per teorizzare quella pansessualità che oggi piace un sacco ai queer. Che però a quanto pare non hanno letto con troppa attenzione quel che Mieli scrisse. Perché nel teorizzare la liberazione da tutti effetti della “edu-castrazione” Mieli arrivava, con coerenza, a teorizzare la necessità di liberarci anche dai nostri tabù contro necrofilia, coprofagia, pedofilia… (Dario Accolla ha scritto un buon articolo per spiegare questo ultimo, sconcertante, aspetto su “Gay.it”, l’8 agosto 2015).
Queste non erano pose per scioccare: tutti infatti ricordano gli spettacoli in cui Mario sul palcoscenico mangiava la cacca, o la sua pestilenziale scatolina d’argento in cui ce la teneva, o il passaparola che avvisava di non accettare mai inviti a mangiare da lui perché… (il perché lo racconta lui stesso nel suo: Il risveglio dei Faraoni, Centro d’Iniziativa Luca Rossi, Milano 1994, a cui preferisco rimandare).
Per arrivare infine all’aspetto più problematico del suo pensiero: l’esaltazione della schizofrenia come veicolo per raggiungere “il divino, gaio, diabolico comunismo”, idea che torna ossessivamente nella seconda parte degli Elementi, e che costituisce una zavorra teorica che non ci si può limitare a nascondere sotto il tappeto.

Elementi


Non basta. Mieli, come tutta la sua generazione, diffidava profondamente del potere accademico, ossia di quel potere che oggi gli dedica i seminari di studi. Ancora studente andò a volantinare contro un professore della sua stessa università, Pino Frezza, che aveva scritto un libro su (cioè contro) l’omosessualità. Il volantino concludeva con la frase “Il libro di Frezza, è una schifezza!”.
Massimo Prearo, nel suo saggio: Le radici rimosse della queer theory. Una genealogia da ricostruire (“Genesis”, XI 2012 (1-2), pp. 95-114), ha efficacemente descritto la “volontà di non sapere” di Mieli, che sbarcato a Parigi e conosciuti coloro che sarebbero stati i guru del pensiero queer, come Foucault e Hocquenghem, non ci mise molto a restarne deluso. Mieli li riconobbe infatti per ciò che furono: baroni accademici; prodotti “pop” del mercato culturale. Guru.
Ha quindi capito l’esatto contrario della realtà il già citato Enrico Gullo laddove descrive Mieli come:

Zombie, mostro, caso psichiatrico e disforico. È su questo punto che nuovamente Foucault e Mieli si incontrano: il concetto di transessualità in Mieli e la proposta foucaultiana di far valere «i corpi e i piaceri» guardano nella stessa direzione dello sperimentare piaceri per ideare nuove forme-di-vita, per rimettere in discussione la gestione politica dell’integrazione sessuale. Oppure, più semplicemente, per far incazzare quella vecchia reazionaria di Giovanni Dall’Orto, che ormai preferisce l’elaborazione di Diego Fusaro alla vicinanza ai movimenti LGBT e queer.

Spiacente: Mieli e Foucault non guardano affatto “nella stessa direzione” bensì in direzioni opposte: da un lato l’idolatria ipnotica del Potere, che tutto può e tutto decide, dall’altra il rifiuto di ciò che Mieli vede in Foucault: la manovra del Potere che usa i neo-nicciani per smantellare (come fin dal 1966 aveva denunciato Jean-Paul Sartre) la cultura marxista a cui Mieli apparteneva.
Peggio ancora, la Maria non era affatto “disforica” bensì  checca, era cioè un maschio cisgender ma effeminato, che come tutti i gay dell’epoca (me incluso) partecipava all’allegro smantellamento del genere (tant’è che non riesco a pensare a lui se non come a “la Maria”), laddove i queer oggi cercano di trasformare il genere in una camicia di forza, chiedendo punizioni per chi parlando “sbaglia” i pronomi, o spacciando per logica l’idea che i corpi vadano devastati a piacimento (cosa che la Maria non si sognò mai di fare) se hanno il torto di accompagnarsi al genere “sbagliato”. Il fatto che oggi un giovane riesca a fraintendere come “disforia” quello che era  “gender-fucking”, “scheccata” (ossia una prassi tradizionale della subcultura omosessuale), mostra quanto gli sia alieno il contesto per cui Mario scrisse: per poter intendere Mieli, Gullo è costretto a fraintenderlo.
Infine, Fusaro è l’espressione del pensiero della generazione di Gullo, ossia quella del pensiero debole: “ai nostri tempi” noi adepti del “pensiero forte” gli avremmo fatto passare la voglia di spacciarsi per marxista in meno di venti secondi. Avevamo i nostri metodi.


La vera lezione di Mieli, a mio parere ancora valida, va quindi nel senso esattamente inverso a quello identificato dai “santificatori”, ed è riassumibile nel meme: “Se incontri il Buddha per strada, uccidilo”.
Io stesso iniziai a fare ricerca storica e culturale gay perché l’aria che respiravo era intrisa dell’idea che noi gay non potessimo fidarci della cultura accademica, pagata dal Potere per negare la nostra storia, i nostri amori, i nostri diritti e soprattutto la nostra stessa esistenza.
E avevamo ragione, visto che dopo un troppo breve quindicennio in cui il mondo accademico fu preso alla sprovvista dall’irruzione delle nostre richieste (e fu grazie a questa “finestra” che gli Elementi di critica omosessuale nacquero come tesi di laurea: oggi ciò sarebbe impensabile), arrivò la risposta per annientare le ragioni stesse d’esistere delle rivendicazioni omosessuali. Ossia, che l’omosessualità non esiste (toh!), essendo una mera “costruzione sociale”; “definirsi è limitarsi”; “occorre andare oltre le definizioni”; “occorre andare oltre gli studi gay ed allargarsi agli studi di genere”, e via cantando. Conclusione: i froci devono stare zitti e lasciar parlare gli accademici, come Foucault… o come i chiosatori di Foucault.
In tale mondo accademico queer un Mario Mieli oggi non avrebbe spazio di parola. Tanto è vero che i militanti di ventiquattro anni oggi non scrivono Elementi di critica omosessuale, salvo poi per disperazione cercare di riconoscersi in un testo di due generazioni fa, talmente lontano dalla loro esperienza che per intenderlo devono fraintenderlo in blocco.
Ciò vorrà forse dire che Mieli era un genio precoce? No, non lo era: era uno di noi, anzi era una persona con grossi limiti e grossi problemi psichici (alcuni dei quali gli sono costati la vita). Ma appunto, era uno di noi: se Elementi diventò il breviario del movimento gay italiano, ciò avvenne perché egli seppe metterci dentro le idee e le analisi che in quegli anni erano correnti in qualsiasi conversazione fra noi militanti, ossia perché diede voce alla sua generazione, sintetizzandone il pensiero in modo particolarmente originale. Nella cacofonia di oggi, chi volesse far la stessa cosa, a chi mai “darebbe voce”?


Ciò premesso, uno scrittore non “appartiene” a nessuno, quindi chiunque ha il diritto di “fare santo” chi gli/le pare. Tuttavia la chiesa cattolica, che di santi se ne intende, ha una regola: tranne in casi eccezionali, prima di proclamare santo qualcuno, è saggio aspettare che siano crepati tutti coloro che lo conobbero di persona…
Purtroppo chi ha sposato il pensiero postmoderno ha fretta, perché ha disperato bisogno di santi subito (David Halperin ha scritto: San Foucault: verso un’agiografia gay, ETS, Pisa 2013, € 25) non avendo gli strumenti critici per arrivare da sé alla “santità”. Infatti chi ripete che la verità non esiste, che i fatti non esistono, ha un solo modo per sapere cosa al mondo sia vero e cosa falso, cosa sia un fatto e cosa no: farselo dire dal guru. O dal santo.


Aggiunta post scriptum. Ho fatto leggere questo articolo a Gianni Rossi Barilli, co-curatore della riedizione Feltrinelli, che mi ha sgridato dicendomi: “Per decenni hai sostenuto che i costruzionisti hanno inventato per proprio comodo il fantoccio dell’essenzialismo, dichiarando che l’essenzialismo non esiste se non nelle teste dei costruzionisti, e adesso mi hai fatto di Mario Mieli un essenzialista?“.

Ehm, no, la cosa non è esattamente in questi termini, per lo meno non nella mia testa, tuttavia mi rendo conto del fatto che per stare nelle 10.000 battute ho saltato passaggi logici necessari, e quindi alla fine Gianni non ha tutti i torti, se ha letto il pezzo in quel modo.

Confermo quindi che l’essenzialismo non esiste, se non come spaventapasseri usato dai postmodernisti, ma ammetto che avrei dovuto esprimermi in modo diverso, ossia: le idee di Mario Mieli, se giudicate col metro con cui i postmodernisti (che lo adottano come loro precursore) giudicano le idee altrui, ricadono pienamente nell’ambito delle idee che costoro bollano come “essenzialismo”. Pertanto è sbagliato fare di lui un “costruzionista” ante litteram.

Aggiungo poi che, nella vita reale, il forte “essenzialismo” di stampo psicoanalitico di Mieli era bilanciato dalla sua aspirazione a una totipotenza sessuale – anch’essa presa pari pari dalle elucubrazioni della psicoanalisi – ossia a una indifferenziazione del desiderio che era effettivamente “pansessuale”. E’ legittimo dire che, nella misura in cui Mario parlava delle preferenze sessuali come di effetti della “educastrazione” (che in ciascuno di noi ha ritagliato un vestitino stretto in un pezzo soltanto della stoffa della sessualità che la Natura ci ha messo a disposizione), non è illegittimo leggere in lui, se proprio lo si vuole, un “costruzionista”. A patto però di ricordare che l’idea che l’educazione e la pressione sociale “costruisca” la sessualità non è di Mario, ma di Freud, e prima ancora di sant’Agostino e dei Padri della Chiesa (tutti precursori dei queer? Secondo me, ovviamente, sì!). I roghi per i sodomiti nel medioevo avevano esattamente la funzione di “dare forma” a una sessualità che, senza imposizioni esterne, era percepita come destinata ad essere informe e priva di una sua propria realtà ontologica, “essenziale” (sempre per usare la terminologia cara ai postmodernisti).
Questa è, del resto, la visione che ancor oggi hanno i crociati che scendono in piazza contro la “teoria del gender”, i quali rifiutano l’esistenza di orientamenti sessuali innati, e ritengono quindi che sia possibile “far diventare” omosessuale un bambino semplicemente parlandogli dell’argomento (nonché “rieducare” un omosessuale attraverso le “terapie riparative”). Dunque è l’educazione che la società impartisce a creare, o a impedire che si creino, le lesbiche e gli omosessuali. E dunque sì, Mario credeva alla “costruzione sociale” della sessualità… esattamente come chiunque altro di noi, a partire dalle “sentinelle in piedi” e a finire con Mario Adinolfi.
E un punto di vista condiviso da qualsiasi numerario dell’Opus Dei, io fatico a definirlo “rivoluzionario”.

Tutto ciò premesso, sarei comunque disonesto (oltre che sciocco, perché negherei l’evidenza) se non ammettessi che l’aspirazione di Mieli alla totipotenza sessuale indifferenziata richiami comunque alla mente l’aspirazione alla “liquidità” della sessualità umana da parte dei postmodernisti (che dopotutto, via Lacan e Derrida, pescano dagli stessi dogmi ideologici), tuttavia ci tengo anche a far notare che se ne differenzia, perché quando Mario teorizzava la pansessualità, lui intedenva il termine greco “pan” (“tutto”) nel suo significato letterale, includendovi quindi pedofilia, zoofilia, coprofagia e addirittura l’eterosessualità (per i gay) e l’omosessualità (per gli etero).
Da questo punto di vista la “pansessualità” queer, che (sanamente) oggi esclude pedofilia (anche se non sempre), coprofagia e necrofilia, limitandosi ai rossetti e ai tacchi a spillo o ai giubbotti di cuoio, è cosa completamente diversa da quella teorizzata dalla Maria, se non nel generico aspetto della “trasgressione” delle norme. La trasgressione intesa da Mieli era infatti assoluta, ma questo suo “radicalismo” non fa necessariamente di lui un profeta, dato che se tanto mi dà tanto, anche lo stupro è “trasgressione delle norme”… Vogliamo quindi discuterne, magari?

D’altro canto la Maria era convinta che se pure le etichette non avessero senso, perché alla fine siamo tutti “sessuali” e basta (sia pure nel modo che ho appena descritto sopra), in questo preciso momento e contesto storico di capitalismo omofobico e fallocratico, non dirsi pienamente, apertamente, pubblicamente froci significasse fare il gioco di quella che oggi è definita “eteronormatività”. Il suo compatimento per gli omosessuali repressi che inventavano mille nomi e nomignoli per non ammettere puramente e semplicemente di essere “culi” (anzi: “cule“, al femminile) era palese, manifesto ed esibito fino alla sgradevolezza (lo so per esperienza, dato che non sono arrivato ai COM avendo già maturato la decisione del coming out).
Non credo quindi che i queer di oggi resisterebbero per più di tre minuti a una conversazione con questa loro santa protettrice, se si azzardassero a rifiutare di definirsi orgogliosamente “cule“. (Per la cronaca, la mia intransigenza con le velate (queer, bisex, nonvogliodefinirmi, fluido, questioning, nonlozò….) mi viene proprio da Mario Mieli e dal contesto politico in cui egli operava, e in cui io mi sono formato politicamente come gay, quindi se trovate insopportabile la mia intransigenza, provate solo a immaginarvi quella di tutto quel contesto che, a torto, voi idealizzate e rimpiangete come il picco mai più raggiunto di rivoluzionarietà intransigente).

Attente, quindi, bambine, alle sante che pregate. Santa Maria potrebbe finire per farvi la grazia che le chiedete, e farvi svegliarvi una mattina… come me: cule senza ritegno


P.S. Aggiungo un poco di bibliografia essenziale per chi desidera saperne di più su Mieli, in ordine cronologico (a chi è di fretta, consiglio di leggere almeno la voce di Laura Schettini):

1) Opere:

  • Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi, Torino 1977.
  • Mario Mieli, “Ciò detto, passo oltre”. Stampato nella dispensa per la “Sei giorni del monologo”, Milano 1981, pp. 35-37 (ristampa: Bastogi, Milano 1984).
  • Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale (a cura di Gianni Rossi Barilli e Paola Mieli), Feltrinelli, Milano 2002. Con saggio critico introduttivo di Gianni Rossi Barilli.
  • Mario Mieli, Il risveglio dei faraoni, Centro d’Iniziativa Luca Rossi, Milano 1994.
  • Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, Milano 2017.

2) Scritti su Mieli e antologie:

  • Angelo Pezzana (a cura di), La politica del corpo, Savelli, Roma 1976. (Passim).
  • Felix Cossolo, Intervista a Mario Mieli, “Lambda“, n. 25, novembre-dicembre 1979.
  • Quinto Belardinelli, I sinistrissimi, Gammalibri, Milano 1980. (I capitoletti “Gay gaysmo, frocio frocialismo” e “Lei” sono satire di Mario Mieli e del “militante tipo” dei Collettivi Omosessuali Milanesi).
  • David Leavitt, Un luogo dove non sono mai stato, Mondadori, Milano 1990. (Il racconto “Le strade che portano a Roma” contiene una felliniana trasfigurazione della vicenda di Mario Mieli alle pp. 212-217, 225 e 229).
  • Stefano Casi, L’omosessualità e il suo doppio: il teatro di Mario Mieli, “Rivista di sessuologia” (numero speciale L’omosessualità fra identità e desiderio, XVI, 2, aprile-giugno 1992), pp. 158-168.

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