Il DDL Zan e il nodo non sciolto dell'”Identità di genere”

Sul fatto che sia necessaria e urgente una legge che sancisca l’inaccettabilità sociale del bullismo, della discriminazione, della violenza contro chi è “diverso”, ho già avuto modo di dire in tempi non sospetti qui e altrove.
Sul fatto che il testo di legge più adatto ad ottenerlo dovesse essere il DDL Zan, qualche dubbio l’ho avuto, ma ho preferito tacere per non portar acqua al mulino di coloro che non è che avessero dubbi su quel testo di legge, è che si opponevano a qualsiasi legge in materia perché ritenevano loro diritto insultare e perseguitare chi è “diverso”.

Ora che questo DDL è di fatto morto (mancano ormai i tempi tecnici per approvarlo prima della scadenza della legislatura, anche se ci fosse la volontà politica per farlo, che comunque non c’è), vorrei fare un passo avanti e discutere del “dopo”. Per non farci trovare impreparati ancora una volta, l’ennesima, alla prossima (e si spera definitiva) tornata.
Vorrei riflettere sul singolo punto che da solo ha alzato la temperatura del dibattito fino all’incandescenza: il concetto di “identità di genere“.

Sul fatto che una legge contro le violenze ai danni della realtà LGBT debba comprendere le persone trans non ci piove, tanto più che ampie fasce del paese ancora non riescono a distinguere fra trans e gay, e guarda caso queste fasce sono esattamente quelle che coltivano la “violenza omotransfobica”.
Sul fatto che il modo più adatto per combattere tali violenze sia introdurre il concetto vago e confuso di “identità di genere”, invece, ho molto da dire. Come hanno avuto da dire anche settori non trascurabili del mondo femminista, il rifiuto di dialogare coi quali ha contribuito a portare al brillante risultato che abbiamo appena visto tutti.


Il concetto di “identità di genere”, lungi dall’essere un concetto chiaro, adatto a introdurre un’elaborazione nuova e importante nelle leggi italiane, è un minestrone confusionario, un attaccapanni da cui pendono almeno quattro (se non cinque) significati, spesso in conflitto fra loro.

Il primo, quello a cui pensiamo tutti quando lo sentiamo nominare, è la propriocezione del nostro corpo in quanto realtà biologica sessuata. Credo che sia il significato di default a cui istintivamente pensa la maggioranza delle persone, quando sente parlare di “identità di genere”.
Così come “sentiamo” di avere la mano destra e il piede sinistro anche ad occhi chiusi, così “sentiamo” di possedere un corpo costruito in un modo che fa di ciascuno di noi un maschio o una femmina.
Ciò appartiene a una serie di fenomeni neurologici e psicologici, che vanno dalla “sindrome dell’arto fantasma” alla funzione dei “neuroni specchio“, che non è assolutamente il caso di discutere qui, ma che stanno alla base della nostra autopercezione, ossia di ciò che fa dire a ciascunǝ di noi “io sono io”.
Il fenomeno in base al quale alcunǝ di noi hanno una propriocezione non combaciante con la realtà biologica non solo non smentisce questo concetto, ma ne conferma semmai la natura istintiva, o comunque innata. Per lo meno, nessuno ha mai scoperto il modo di indurre dall’esterno una propriocezione, “giusta” o “sbagliata” che fosse.
In passato avevo contestato qui la posizione estremistica delle compagne “femministe radicali” che sostengono, puramente e semplicemente, che “l’identità di genere non esiste, punto“. Mentre concordo sul fatto che il concetto non abbia senso in alcuni degli altri usi che sto per elencare, trovo che il suo uso come sinonimo di “propriocezione” sia decisamente utile. Questa è ovviamente solo una mia opinione, ma resta il fatto che io la penso così.

Questo primo significato è in diretta contraddizione col secondo, che è quello che domina negli scritti e nei discorsi queer e del transattivismo. L’identità di genere è un senso di appartenenza a una essenza misteriosa, mistica, magica, invisibile e indefinibile che abita dentro ciascunǝ di noi (è un po’ come l’anima, per i cattolici) e che ci rende maschi e femmine, al punto che sulla base di essa i nostri corpi diventano corpi maschili o corpi femminili.
Un corpo visibilmente con utero e seni ma abitato dalla mistica e invisibile essenza dell’identità di genere maschile, è un corpo maschile. Un corpo visibilmente con pene e barba ma abitato dalla mistica e magica essenza dell’identità di genere femminile, è un corpo femminile. Come ci insegnano Paul Preciado e Julia Serrano, nonché uno sciame di queer e queerini al loro traino.
Affermare il contrario è una forma di “essenzialismo biologico“, ed ovviamente (l’accusa è ormai immancabile) “transfobia“.

Il terzo significato funziona come eufemismo queer per: “identificazione nel sesso biologico di appartenenza”.
La parola “sesso” è stata un tabù per molto tempo, ed è tornata ad esserlo, dopo i decenni della “liberazione sessuale”, grazie alla sessuofobia neopuritana americana, oggi provvisoriamente di moda.
Il neopuritanesimo americano si esprime con modi tradizionali a destra (“il sesso è una cosa sporca” ), ma con modi innovativi a sinistra, essendo riuscito ad infiltrarsi tanto nel femminismo radicale (che parlando di prostituzione, pornografia e sesso ha toni spesso indistinguibili da quelli evangelical), quanto nel transattivismo che, come detto al punto precedente, ritiene che il sesso biologico nelle nostre vite non abbia alcun diritto di esistere, se non come conseguenza (Judith Butler insegna) socialmente costruita e illusoriamente binaria, della nostra identità di genere.
Questa confusione è particolarmente comune sui social media, ma si trova ormai ovunque sulla Rete, insegnandoci che “L’orientamento sessuale rappresenta il genere [sic] delle persone a [sic] cui ci si sente attratti“.

Un quarto ed ultimo significato è quello usato dai giuristi, che quindi riguarda più da vicino il discorso sui progetti di legge. I miei amici che sostengono lo slogan “DDL Zan o morte” contestano la mia osservazione sulla “confusione” del concetto di “identità di genere“, dicendo che non è per nulla confuso, tanto che è utilizzato da anni nelle sentenze, fra le quali spicca quella, importante, 180/2017 della Corte Costituzionale.
Tuttavia, se andiamo a leggere quel testo scopriamo che i giudici della Consulta in realtà utilizzano il sintagma “identità di genere” come sinonimo di “registrazione anagrafica del sesso”:
il Tribunale riferisce di essere chiamato a decidere in ordine alla domanda di rettificazione anagrafica dell’attribuzione di sesso, avanzata da una persona non sposata e senza figli, intenzionata al riconoscimento di una nuova identità di genere, diversa da quella attribuita alla nascita“.
Si noti qui come l’uso del concetto fatto dai giudici della Consulta si ponga in diretta contraddizione col secondo significato che ho appena elencato. L’identità di genere non è infatti per loro una magica e immutabile essenza interiore che ci si porta dentro dalla nascita alla morte, bensì una prosaica “attribuzione” imposta socialmente dall’esterno alla nascita, e che può essere sostituita da una “nuova“.
Non è importante sapere quale delle due definizioni sia “giusta” (del resto stiamo parlando di un concetto in tumultuosa evoluzione). Importa semmai far notare come le due concezioni si contraddicano e annullino a vicenda.
Infatti, sia che l’identità di genere risulti innata oppure attribuita alla nascita, sia che risulti immutabile oppure sostituibile da una “nuova”, resta comunque il fatto che non può essere tutte queste cose allo stesso tempo, e che quindi, come minimo, il legislatore ha il preciso dovere di spiegarci in quale dei molteplici significati stia adoperando il concetto.
Il DDL Zan, su espressa richiesta anche del mondo femminista, lo ha fatto (qui è possibile scaricare il Pdf del testo) all’articolo 1:
per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione“,
avendo debitamente chiarito in precedenza che:
per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso“.
Qui sarà facile notare come il chiarimento del DDL Zan dia una definizione differente da quella della Consulta: qui, infatti, l’identità di genere è l’identificazione negli stereotipi sociali che (se a torto a ragione, non importa) un individuo prova dentro di sé. (Nota bene: se il femminismo radicale non fosse contrario all’uso del sintagma “identità di genere”, la definizione datane del DDL Zan come “identificazione negli stereotipi socialmente costruiti associati al sesso biologico” andrebbe qui aggiunta alle quattro che sto elencando, come definizione che il femminismo radicale darebbe del concetto, se lo usasse).
Una volta di più, non importa sapere se sia “giusto” il significato usato dalla Consulta, quello usato nel DDL Zan, o altri ancora: qui è essenziale far notare che siamo di fronte a significati diversi, tutti veicolati da un unico significante che, proprio per il fatto di inglobare tutto e il contrario di tutto, finisce per essere un termine “minestrone”.
Cercare di definire cosa sia l’identità di genere usando queste precise parole è un po’ come cercare di definire quale verdura “sia” il minestrone.

Affidereste voi il dibattito e il destino politico di una minoranza o di un movimento a una legge che stabilisce punizioni per chi discrimini in base a “non si sa cosa” e “non si è capito bene cosa”?
O forse, al di là della pretesa secondo cui il DDL era il miglior testo legislativo immaginabile, è possibile fare meglio di così? Io sono convinto che lo sia.



Post-scriptum.
L’evoluzione negli ultimi mesi del dibattito LGBT all’estero mi ha insegnato due cose.

Primo, l’alta marea del queerismo ormai è passata, e da qui in poi il flusso inverte la direzione. Sempre più persone fino a ieri scettiche sulle mie analisi mi scrivono o mi dicono che avevo ragione io, e che non ero io che stavo drammatizzando, visto che infine è successo anche a loro qualcosa di ciò che noi “gender critical” denunciavamo da anni.

Secondo, che ci siamo trovati in questa situazione anche perché presi alla sprovvista da un fenomeno contingente, nuovo nella storia umana: i social media. Un potentissimo e brillante strumento di comunicazione, totalmente nuovo e totalmente non regolato, che per come è stato concepito (nell’epoca della deregulation antisociale del neoliberismo) favorisce i toni isterici, le estremizzazioni, l’istrionismo, l’esibizionismo, la rissa mediatica fine a se stessa ma anche (e questo lo abbiamo tenuto poco in considerazione) la mancanza di empatia, la sociopatia, l’egocentrismo e il narcisismo.
Siamo animali evolutisi per milioni di anni in branco/gruppo (come dimostra la facilità con cui siamo capaci di scatenare il mobbing sui social media). Una porzione spropositata della nostra corteccia cerebrale serve a controllare i muscoli della mimica facciale, per capire e fare capire nel gruppo le emozioni reciproche.
I social media ci hanno letteralmente “messi al riparo” dal guardare in faccia la persona che stiamo mobbizzando, ci hanno privato dei segnali che nel gruppo in qualche modo smorzano l’aggressività verso le persone note (con gli estranei, è un’altra storia). Ci hanno messi al riparo dall’empatia, hanno premiato le personalità sociopatiche, ossessive, narcisistiche, esibizionistiche.
Ciò ha contributo in modo determinante alla frustrante impossibilità di risolvere via social qualsiasi dibattito, che ha iniziato a venir meno solo da quando finalmente quel dibattito è debordato nella vita reale.

Infatti, per lungo tempo, alla maggior parte delle persone reali, ciò che stava succedendo sui social e nelle università è sembrato una montatura mediatica, un’esagerazione: “Di sicuro” nessuno può sostenere che è fisicamente possibile cambiare il sesso biologico. “Certamente” nessuno è così ridicolo da sostenere che esistono donne col pene e uomini con la vagina. “Senz’altro” nessuno è così cretino da confondere il sesso col genere. “Ovviamente” nessuno può pretendere che le lesbiche abbiano il dovere morale di fare sesso con le “donne con il pene”. “Naturalmente” tu, Giovanni Dall’Orto, ti stai inventando tutto…

Insomma, a nessuno fregava nulla di quanto veniva detto sui social. Et pour cause. Era solo vita virtuale, una simulazione.

Quando però ciò che era maturato sui social media ha iniziato a traboccare nella vita reale (soprattutto nei tribunali), la gente ha iniziato a reagire prima con incredulità, e poi con indignazione.
Nel Regno Unito la reazione a catena della ribellione è già stata innescata, come sa chi segue la cronaca di quella nazione. In Italia ancora no, ma le premesse ci sono già. Forse ci vorrà ancora qualche anno, e certo la generazione che ha fatto di queste idee il fondamento della propria identità sociale non potrà ormai più tornare indietro e sarà costretta a morire in quella trincea (e certo venderà cara la pelle), ma più chi non è sui social o nelle università scopre quanto vi viene detto, e più “raggiunge il colmo“.
Oggi sono convinto del fatto che le follie coltivate in ristrette cricche (una delle quali, ahimè, è il movimento a cui ho dedicato la vita, ma vabbè, nessuno di noi è padrone del futuro) siano destinate alla sconfitta perché intimamente autocontraddittorie, perché non possono reggere il confronto con la realtà quotidiana.

Probabilmente questo è il motivo per cui l’attivismo queer rifiuta sistematicamente, caparbiamente, ottusamente il dibattito e il confronto nella vita reale, per questo sostiene la tesi del “no debate“, per questo mette il veto alla presenza mia e di chiunque altrǝ la pensi come me a qualsiasi conferenza o dibattito o presentazione.
Perché in fondo sa di avere una speranza di sopravvivenza solo fino a che questo dibattito resterà puramente virtuale. Come con i vampiri, un solo raggio di luce non artificiale basterebbe a distruggerlo.

Ma non importa.
Rifiutare di dibattere significa unicamente che il dibattito sta già comunque avendo corso, talora perfino in modo animato, solo, in loro assenza.

Tutto qui.

La pubblicità dedicata dalle pompe funebri Taffo all’interminabile vicenda del DDL Zan.

13 pensieri su “Il DDL Zan e il nodo non sciolto dell'”Identità di genere”

    1. Io non ho nessun interesse a far notare a chi mi si oppone politicamente che sta sbagliando: al contrario, se sbaglia le analisi, tanto di guadagnato per me.
      Però, diciamo per puntiglio, voglio specificare lo stesso che il più grande errore dei transattivisti queer sia quello di confondere tipi di opposizione che non hanno alcun rapporto fra loro come se fossero la stessa cosa.
      Per dire, io mi opposi alla legge Cirinnà non perché fossi contrario alle unioni civili, ma perché volevo il matrimonio egualitario pieno. Quindi confondere me e Adinolfi, che avevamo motivazioni diametralmente opposte nel nostro opporci, era strategicamente sbagliato.
      Allo stesso modo, confondere una critica materialista al nominalismo estremistico del vudù queer con una critica religiosa estremistica (che fa riferimeno a un altro tipo di nominalismo estremistico, e che non è contro il vudù perché è vudù, ma solo perché è una narrazione parareligiosa che in quanto tale è una concorrente), vi dà un’idea totalmente sbagliata su chi vi trovate ad affrontare.
      Poi, se uno è politicamente pigro ed ama ragionare per categorie rigide e binarie (bianco o nero, o con noi o contro di noi), sono fatti suoi. O meglio, sono problemi suoi.

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  1. Non solo in Italia, temo. Nel referendum svizzero del 2020 si è deciso di estendere la legge anti-discriminatoria soltanto all’orientamento sessuale e non all’identità di genere perché uno dei rami del Parlamento ha stralciato l’identità di genere dal testo definitivo . Ci vorrà tempo per risolvere il problema.

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    1. Orientamento sessuale e identità di genere sono questioni diverse, con esigenze diverse, bisognose di misure legislative diverse, e quindi in sé e per sé non è tatticamente sbagliato combatterle con azioni diverse. Fra l’altro specifichiamo che la legge di cambiamento anagrafico di sesso in Italia è stata concessa 35 anni prima delle unioni civili per le coppie omosessuali, col voto unanime di tutti i partiti, ivi inclusa la Democrazia Cristiana. All’epopca nessuno trovò che la cosa fosse strana. Né la trovo strana io: sono battaglie diverse.
      Nel caso italiano trovo che la proposta fatta, sostituire “identità di genere” con “condizione transgender” o una frase simile a piacere, sarebbe stato il compromesso che avrebbe potuto accontentare tutti/e. Il punto è che in entrambi i campi c’erano estremisti che il compromesso non lo volevano. “O come diciamo noi, o niente”. La caduta del DDL Zan non è stata salutata solo a destra. Anche il campo transattivista ha giubilato perché la giudicava una cattiva legge perché non nominava le persone non binary, asessuali, poligender, agender, e tutto il resto dello zoo, e perché non rendeva un reato il misgendering e il deadnaming.
      Non facciamo finta che non sia successo, eh?

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  2. “Identità di genere “non è spuntata fuori dal cilindro di Zan:La Convenzione di Istanbul e il Parlamento Europeo hanno usato tale formula per indicare quella condizione individuale che distingue persone cis e persone trans, così come hanno usato ” orientamento sessuale “per indicare quella condizione individuale che distingue persone eterosessuali e persone transessuali. Ma I No Gender hanno trasformato” gender “e” genere “in parolacce oscene. Per Realpolitik bisogna trovare una nuova espressione? Lo si dica e si proponga una nuova formula.

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  3. Così come hanno usato ” orientamento sessuale “per indicare quella condizione individuale che distingue persone eterosessuali e persone omosessuali. Mi scuso della svista.

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  4. L’esistenza di “persone cis” è un atto di fede, basato sulla convinzione che esista una “genere” in quanto magica essenza che determina il sesso biologico della persone. Una credenza che rispetto, come rispetto tutte le credenze religiose altrui, ma al solito patto: che non mi venga imposta. La gran parte degli esseri umani non ha un “genere” inteso in quel senso lì.
    “Cisgender” è un concetto che non ha senso se non all’interno della religione queer.
    Sia come sia, non è la mia “identità di genere”.
    Tutto ciò implica che non puoi usare “cisgender” per definire l’identità di genere, perché per definire “cisgender” ti serve il concetto di “genere” inteso in un certo modo e non in altri. In parole povere, anche se non lo avevi mai notato prima, è un ragionamento circolare. Una fallacia logica.
    La Convenzione di Istanbul usa sì il concetto di “identità di genere” ma non lo definisce da nessuna parte. Per cortesia, non citare in modo ingannevole i testi. Sono trucchi che funzionano solo la prima volta, e solo con interlocutori molto ingenui. Diciamo, quattordicenni, o queer.
    Sul fatto che ci sono testi che usano già il concetto di Identità di genere comunque non ci piove, tanto che nel pezzo ho analizzato l’uso che ne fa una sentenza della Corte Costituzionale italiana, scusa se è poco, ma per dimostrare come l’uso che è fatto nel testo (adesione a uno stereotipo sociale di ruolo sessuale) contrasti con l’uso che ne fa il transattivismo (magica essenza interiore).
    In margine, che ironia che la teoria queer, nata gridando al mondo di voler sovvertire i discorsi del potere, oggi si regga solo facendo notare che “il Potere approva la nostra ideologia”. Se fosse una teoria coerente, due domande dovrebbe farsele, no?
    Forse la teoria queer è il figlio scapestrato del Potere (lo è). Mail fatto che sia scapestrato non implica che smetta di essere il figlio del Potere, un discorso del Potere come tutti gli altri, e non la teoria che mette a nudo i discorsi del Potere.

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  5. Qual nome hanno le persone che non sono trans? Se esiste il concetto di persona gay non può non crearsi il concetto di Eterosessuale, Straight. Cis è diventato un termine inaccettabile perché il pensiero della differenza non lo tollera? Un altro termine nascerà al posto di cis, in opposizione a trans. Poi, quale sarebbe la definizione di “condizione transgender” di grazia? “L’hai tirata fuori dal tuo cilindro e non c’è una letteratura giuridica per aiutare ad interpretare la formula.” Noto che Gender identity “è usata in testi giuridici nazionali e sovranazionali ma in qualche modo sarebbe più ambigua della formula appena coniata:quali meraviglie ci regalerà il nuovo movimento LGB!

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  6. Io sono un socialdemocratico e non amo affatto l’estremismo verboso, perché non credo che abbia mostrato alternative valide . Io vedo che i no gender di sinistra (cui si vuole alleare quella parte del movimento gay che vuole abbandonare la componente trans) hanno portato al naufragio del DDL Zan aprendo un fronte a sinistra, così come hanno fatto nel 2016 con le polemiche sulla GPA che hanno portato allo stralcio della stepchild per le coppie gay (per le coppie eterosessuali la legge non cambiò affatto :la lotta contro la GPA è una priorità solo e soltanto quando c’entrano i gay, potrei notare). Chi sarebbero i queer felici della caduta del DDL Zan? Sul Corriere, Stampa e Avvenire non se ne è letto nulla..

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  7. Pensiamo all’Ungheria. Nel 2020 vietarono la riassegnazione legale del sesso, nel 2021 sono tornati a finire l’opera con una legge che vieta di parlare delle persone lgbt nelle fasce protette . Chi vuole rompere la comunità e abbandonare le persone trans ai clerico-fascisti e ai no-gender di “sinistra”(quelli che magari pubblicano su Avvenire) si assume pesantissime responsabilità politiche. Tutta la comunità , divisa, sarà preda del vento che viene da Est.
    https://en.wikipedia.org/wiki/Hungarian_anti-LGBT_law

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