Una premessa necessaria (perché questo blog?)

Il turbo-capitalismo (sotto i suoi undicimila avatar: postmodernismo, anarco-capitalismo, neoliberismo, libertarianesimo, teoria queer, culto trans, pensiero debole…) è in guerra con la realtà. E non può non esserlo perché la realtà ha, sulle basi teoriche del turboliberismo, lo stesso effetto che il calore ha sul ghiaccio.

Il turbo-capitalismo è nato nei primi anni Ottanta per rinnegare il capitalismo/liberismo “tradizionale”, a cui rimproverava il “torto” di avere bene o male preso atto del fatto che le “libertà” liberiste hanno (e devono avere) limiti. La crisi del 1929 e ancor più la seconda guerra mondiale – che ne è stata la conseguenza – avevano infatti insegnato che il potere economico e militare può molto, moltissimo, ma non tutto. Si può progettare di schiavizzare l’intera razza umana per costringerla a lavorare gratis nelle proprie fabbriche, come il colonialismo europeo aveva in effetto progettato di fare, ma a patto di non aspettarsi poi che gli operai comprino quanto prodotto nelle fabbriche (e che magari gli schiavi non si ribellino scatenando rivoluzioni comuniste, ma su questo sorvolo). Ecco qui la maledetta realtà, appunto: se non paghi i lavoratori, i lavoratori non potranno poi a loro volta essere pagatori di prodotti.

Questo ragionamento è stato possibile fino a quando il capitalismo occidentale è stato anche un capitalismo manifatturiero. Ma da quando il capitalismo occidentale ha spostato la produzione sempre più in Paesi terzi, accentuando il ruolo e il potere del capitalismo finanziario (quello che fa soldi con la carta e non con merci o servizi), quest’àncora con la realtà è saltata.
Nel mondo reale non si possono spendere i soldi che non si hanno (nessuno vi fa credito in eterno!), nel mondo della finanza, sì. Non esistono infatti limiti al denaro “ipotetico” che può essere creato. Tant’è  che nel 2014 i debiti e crediti del mondo finanziario equivalevano all’intero prodotto lordo di tutto quanto il pianeta per dieci anni di fila. Ossia, per poterlo ripagare, la razza umana dovrebbe lavorare per dieci anni senza mangiare, senza comprare beni, senza pagare affitti, senza pagare tasse, senza riparare ciò che si rompe, senza spegnere gli incendi… destinando ogni fottuto centesimo dell’intero reddito prodotto in questo decennio solo a ripagare il denaro ipotetico (i “pagherò”, le promesse di pagamento, i futures, i derivati… insomma: le scommesse sui cavalli!) che la “finanza creativa” ha prodotto con le sue speculazioni senza limiti.
Senza limiti, non per un caso, bensì grazie all’abrogazione (“deregulation“, nel gergo turbocapitalista) delle leggi che ponevano limiti (“lacci e lacciuoli“, nel gergo turbocapitalista) all’incapacità di porsi limiti che è insita nel capitalismo (per il quale l’avidità è positiva, pertanto porre limiti all’avidità è assurdo).

Palesemente, ciò non accadrà mai. Non esiste nel mondo reale la possibilità che ciò accada.
Ecco perché il turbocapitalismo odia e disprezza il mondo reale, e sente il bisogno di denigrarlo di continuo. E paga i suoi accademici (i suoi “intellettuali organici”) per affermare che “la realtà non esiste“, che “la realtà è solo una costruzione sociale“, che “non esistono fatti, ma solo narrazioni“. E che quanti si oppongono sono un “paniere di deplorevoli“.

Questo blog nasce nel momento in cui l’ideologia turbocapitalista ha palesemente raggiunto lo zenith ed ha iniziato la fase della discesa, dopo un trentennio di trionfo in cui si è imposta come “pensiero unico“, come pensiero “né di destra né di sinistra, semplicemente l’unica forma di pensiero immaginabile“.
Infine è tornato il momento di altre forme di pensiero, meno campate in aria di quello “unico”. Che dopo avere accusato tutte le altre forme di pensiero di essere fallimentari, viene oggi confrontato col proprio fallimento, che entro qualche mese o anno sarà in primis di tipo economico, visto che su queste basi assurde il sistema non regge già più. Oggi falliscono le banche, fra qualche anno falliranno gli stati, che non possono neppure volendo farsi carico di debiti pari a dieci anni di PIL mondiale.

Nonostante questa premessa, però, questo non è un blog di economia (io non sono un economista). La premessa mi serve solo per prevenire i pedanti ed i troll benaltristi che di solito liquidano gli argomenti come quelli che intendo presentare sparando lì che “ben altri”, “ben più gravi” sono i problemi del mondo.
Certo, lo so che lo sono. C’è gente che muore di lebbra perché nessuno investe nella ricerca della cura perché la lebbra colpisce solo le nazioni dei poveri. E quindi?
So bene che il trend culturale che afferma che “l‘omosessualità non esiste” è solo un’eco del mantra che afferma che “la classe operaia non esiste più” o che “non esiste una base biologica al concetto di donna“, o che…. Però questa “eco” è quella che rimbomba nell’isola in cui vivo io, quella gay. E questa guerra andrà comunque combattuta isola per isola, anche se il suo destino verrà deciso su ben altri fronti (quello economico prima di tutto). Quindi mi limito solo a fare la mia parte.

Nessun soldato ha mai vinto da solo una guerra. Ma preparare idee, ossia munizioni, per la guerra a venire, ha comunque senso: nessuna guerra è mai stata vinta senza essere stata preparata prima di combatterla. Mussolini si è illuso che bastasse la “fede” e la “volontà”, facendo a meno di munizioni, aerei, camion e carburante, ed è finito come è finito.

Questo ragionamento vale tanto più in quanto io penso che le sfide che  il movimento lgbt si troverà davanti negli anni a venire siano in primis sfide culturali.
Il programma politico-giuridico messo assieme dal movimento gay e lesbico nel secolo scorso è stato infatti in gran parte ormai realizzato. Restano alcuni aspetti (legge sull’omofobia, stepchild adoption, inseminazione eterologa nelle coppie lesbiche, “piccola soluzione”, e parificazione dell’unione civile al matrimonio) che il conservatorismo dei politici italiani, prima di tutto i piddini, ha lasciato in sospeso. Ma è palese che una volta ottenute queste cose (che prima o poi arriveranno, perché qui il trend investe l’intera civiltà occidentale, quindi non è questione di “se” ma solo di “quando”) non si ha idea di cos’altro potremmo chiedere.
Come rende spaventosamente evidente la seguente notizia: a Londra, dove le cose che elencavo le hanno ottenute già, a seguito d’una campagna della comunità lgbt, gli annunci in metropolitana non saranno più preceduti da un “signore e signori”, ma da una sorta di “ehilà tutti quanti”, per non offendere la sensibilità de* passegger* che non riescono a capire se sono signori o signore…

Quando un movimento si preoccupa di questioni fondamentali come questa, è arrivato al capolinea, ossia ha esaurito la funzione storica per cui era nato. E questo non perché io pensi che il movimento lgbt non debba occuparsi delle persone trans. Ma perché in quarant’anni da che conosco persone trans, mi sono sempre sentito ripetere che i loro problemi sono tre, risolti i quali tutti gli altri si risolvono a cascata: il lavoro, l’impossibilità di avere un lavoro, e la mancanza di un lavoro. Ma di diritto al lavoro delle persone t* io non sento parlare mai. Mai. Mai.

Il giro che ho fatto è lungo, ma ci sono arrivato, alla fine. Nella “battaglia” per gli annunci della metro di Londra leggo lo stesso disprezzo verso la realtà di cui ho appena parlato. Si dica quel che si vuole, ma un movimento che si preoccupa di cose di questo tipo sta fondamentalmente “parlando d’altro”. Sta distraendo l’attenzione. Sta impedendo che si risolvano i problemi veri e concreti delle persone che vivono sull’isola lgbt.

Questo non è un “errore”, fosse pure magari causato da insipienza. Questa è una strategia. Una strategia politica. Che, mi ripeto, non colpisce solo gay e lesbiche e trans, ma anche donne, operai, gruppi minoritari ed oppressi di tutti i tipi e colori…
Non si parla più di diritto al lavoro – per nessuno – in compenso però possiamo passare anni a cincischiare sugli annunci della metro, poi su quelli dei tram, poi su quelli dei supermercati, e magari possiamo divertirci anche ad accapigliarci sui cessi che devono usare o meno le persone trans… O sbranarci sul concetto secondo cui “alcune donne hanno un pene”. Cose costruttive ed utili, insomma, purché non si sprechi tempo a parlare d’una economia che, come quella italiana, ha già perso più punti di PIL di quanti ne avesse persi durante la crisi del 1929.

La questione lgbt è ormai diventata una “arma di distrazione di massa”, e come tale utilizzabile dal potere come forma di “oppio dei popoli”.
Nessuna persona trans otterrà un lavoro da questa strategia, nessuna! Però se lo faremo notare, a questo punto potranno accusarci di essere ingrati, o “massimalisti“, come fece Ivan Scalfarotto quando il movimento gay “osò” chiedere il matrimonio invece di quella schifezza della Cirinnà.

Il fatto che la battaglia degli anni a venire non sarà tanto politico-parlamentare (come quella condotta fino ad ora) quanto culturale, ce lo dimostra anche il fatto che i neofascisti si sono messi avanti col lavoro inventando la “teoria gender, aprendo un fronte che è al 101% di carattere culturale, anche perché la “teoria gender” nel mondo reale semplicemente non esiste.
Non posso che togliermi il cappello di fronte ai nostri nemici. Loro, una strategia la hanno. Loro stanno lavorando per il futuro (che prevede loro insediati al Reichstag e noi a Dachau… ma è un programma di futuro anche questo). Siamo noi che viviamo in un eterno presente, in un “tempo sospeso” cui tutti i gatti sono grigi e non è ammissibile che siano altro che grigi, in cui è possibile una unica forma di cultura, di pensiero, di progetto, di programmi…

Questo blog nasce per “mettermi avanti” pure io, iniziando a togliermi, un sassolino alla volta, circa mezza tonnellata di ghiaia dalle scarpe.
Perché quando è troppo, è troppo.

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6 pensieri su “Una premessa necessaria (perché questo blog?)

  1. Perdonami, trovo che la tua critica alla filosofia costruttivista e narrativa (che oggi va per la maggiore, è vero) sia troppo semplicistica. Trovo condivisibile l’impronta materialista che hai (oggigiorno si dimentica troppo facilmente la lezione marxiana che la sovrastruttura dipende dalla struttura) ma mi pare che tu metta sotto al cappello del turbocapitalismo un po’ troppa roba! Teoria queer? Culto trans? Certo, capisco la tua necessità di difendere un’ontologia dell’omosessualità contro attacchi negazionisti che si fanno sempre più forti, ma non è riaffermando una realtà ipostatizzante che si difendono i diritti individuali e che si proteggono corpi e soggettività, pena il riaffermarsi di nuovi dogmi diversi dai precedenti solo nel contenuto, ma uguali a quelli per modalità. Non trovi che c’è bisogno di rivedere un attimo il carattere un po’ troppo riduzionistico delle tue premesse teoriche? Del resto è lo stesso grande peccato che si rimprovera a Marx, e poi non trovo che infilare una folla di studiosi e studiose tutt* dentro lo stesso recinto degli “intellettuali organici”, renda loro giustizia! Davvero vogliamo credere che creature come la teoria queer o il costruttivismo si siano affermate solo perché sono organiche al turbocapitalismo? Oppure si sono affermate perché hanno permesso di ripensare e rendere possibili prassi di autoaffermazione individuale e di nuova conoscenza sul mondo? Suvvia, apriamoci alla complessità e ricordiamoci che il pensiero narrativo ed il costruttivismo hanno pur sempre un bel fondamento nei vissuti realmente esperiti e nell’accordo intersoggettivo. Sono tutt’altro rispetto alla costruzione di realtà disancorate, fantastiche e senza limite.

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